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Quanto a fondo si può spingere una persona sulla via della solitudine?
Attenzione però: parlo di solitudine, non di isolamento.
Ad un’esame superficiale le cose sembrerebbero coincidere, perché entrambe le condizioni, molto frequentemente, sono associate ad una persona che non abbia o che eviti, più o meno per scelta, contatti con altre persone. Questa interpretazione porta all’identificazione dell’una con l’altro. In realtà, secondo me, solitudine ed isolamento sono condizioni del tutto differenti e non comparabili, in quanto si riferiscono ad aspetti differenti dell’essere umano.
L’isolamento, infatti, è la condizione in cui si trova chi è fisicamente privo di contatti con altre persone. Appare evidente che una simile vita sia tutt’altro che desiderabile. In fondo l’uomo è sociale per natura ed è solo in una società che riesce ad esprimersi al meglio. Ad una persona isolata mancano tutti quei mezzi che permettono un’evoluzione personale, primo fra tutti il confronto.
Come potrebbe, infatti, migliorarsi se non ha un termine di paragone in base al quale capire se le proprie convinzioni siano giuste e condivisibili? Una persona isolata ha solo se stessa come punto di riferimento.

Diversamente la persona solitaria vive all’interno della società, confrontandosi quotidianamente con altre persone. La solitudine è una condizione intima, personale e, più che altro, psicologica.
Il solitario esamina le proprie idee, le mette in discussione e le fa evolvere, adattandosi alle varie situazioni. E’ vero che anche i contatti “importanti” per il solitario sono limitati, ma non sono del tutto assenti. C’è chi sceglie questa strada per la sua vita.
La mia, ad esempio, è una vita solitaria, per scelte consapevoli e non basate su decisioni istintive o iper-reazioni a qualche pseudodelusione della vita.

La vita non delude le persone. La vita delude le aspettative di chi non conosce le proprie capacità ed i propi limiti.

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