Tag

, , ,

Non avere paura di commettere un errore, ai tuoi lettori potrebbe piacere.
(William Randolph Hearst)

Tu procurami le foto ed io ti procurerò la guerra.
(William Randolph Hearst)

Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco.
(Charles Foster Kane in “Quarto Potere”, film del 1941 di e con Orson Welles)

Anno 2012.

Il mondo è, ormai, quasi completamente collegato in un’unica, eterea matassa di fili, intrecciati così strettamente che è quasi impossibile restarne fuori.

E’ il mondo dell’iper-informazione, dei pacchetti di notizie offerte in pasto ai fruitori del “diritto all’informazione”, le persone (i cittadini, secondo la Legge ed il Codice Deontologico dei Giornalisti). Il mondo in cui le notizie viaggiano alla velocità di impulsi elettrici, raggiungendo ogni parte del globo praticamente in tempo zero. Il mondo in cui tutti, nessuno escluso, hanno il “diritto ad essere informati”.

Non è più possibile essere “non informati”, dal momento che ogni cosa, opportunamente trattata, diventa una notizia. Per cui ci si ritrova con enormi cumuli di notizie, spesso senza averne un effettivo bisogno o desiderio e ancora più spesso senza coglierne il senso.
Basta che il “diritto all’informazione” sia rispettato.

Ma, mi chiedo, è proprio necessario trasformare il “diritto all’informazione” in un “dovere di essere  informati” o in un “dovere di informare”?
Secondo me, e qui esprimo un parere del tutto personale, il 90% delle notizie che ogni giorno sono messe in circolazione non hanno una vera ragione di esistere se non quella di riempire pagine e palinsesti. Mi riferisco, ovviamente, a tutte quelle notizie sulla moda adottata dal tal dei tali di turno o su dove andranno in vacanza gli italiani quest’anno, et similia…
Di certo la vita non cambia sapendo queste cose né sono capaci di risvegliare un interesse. Eppure ci sono, ed in quantità mostruosa.
Ma mi riferisco anche a tutte quelle notizie, relative a fatti di cronaca, che fanno sembrare gli stessi delle telenovelas interminabili (e che hanno lo stesso pessimo gusto).
Gli esempi che si possono citare sono interminabili, ma preferisco evitare nomi perché se ne è già parlato abbastanza. Basti ricordare che le indagini sono compito della Magistratura attraverso le Forze dell’Ordine, e non di giornalisti e presentatori televisivi.

L’aspetto che intendo sottolineare non è la quantità delle informazioni fornite, bensì la loro qualità e le modalità con cui sono proposte e diffuse.
In una società in cui i valori morali sono sempre meno importanti una notizia deve avere delle caratteristiche ben precise per risultare attraente e, di conseguenza, far vendere copie o aumentare gli ascolti. La notizia, solitamente, deve essere strutturata in modo da colpire e trattenere l’attenzione e, dal momento che moltissimi fruitori del “diritto ad essere informati” appartengono a quella categoria di persone che conducono delle vite insoddisfacenti e piatte, molti giornalisti sfruttano questa situazione a loro vantaggio.
Quindi le notizie sono sempre spettacolari, scandalistiche, insinuanti e, al contempo, spesso fuorvianti, quando non del tutto fraudolente. La motivazione che sta dietro all’informazione fornita in questo modo non è informare il cittadino, ma manipolarne il pensiero, dirigerne l’opinione, forzarlo, in un certo qual modo, a supportare la versione presentata per creare una sorta di aspettativa anticipatoria sulle prossime uscite/puntate.

Esistono, ovviamente, delle leggi che dovrebbero regolare e disciplinare il lavoro del giornalista, ma mi chiedo quanto spesso siano rispettate.
Per esempio la seguente:

“Il giornalista non deve omettere fatti o dettagli essenziali alla completa ricostruzione dell’avvenimento. I titoli, i sommari, le fotografie e le didascalie non devono travisare, né forzare il contenuto degli articoli o delle notizie.
Non deve inoltre pubblicare immagini o fotografie particolarmente raccapriccianti di soggetti coinvolti in fatti di cronaca, o comunque lesive della dignità della persona; né deve soffermarsi sui dettagli di violenza o di brutalità, a meno che non prevalgano preminenti motivi di interesse sociale. Non deve intervenire sulla realtà per creare immagini artificiose.”

(dalla CARTA DEI DOVERI DEL GIORNALISTA, 8 luglio 1993)

A leggere bene la disposizione precedente si nota facilmente come quasi ogni parte di essa è spesso e volentieri dimenticata. Si hanno così notizie frammentarie, assolutamente non verificate, né verificabili da chi non ha accesso alla fonte del giornalista (per cui nessuno). Quanto alla seconda frase, credo sia come se non ci fosse, visto che l’obbiettività tra i giornalisti sembra essere più rara dell’acqua nel deserto. Si fa a gara per trovare il titolo più sensazionalista, più incisivo ed in grado di accalappiare l’attenzione per non parlare poi della sempre più frequente presenza (soprattutto in televisione) di immagini morbose e crude (basti pensare solo ai milioni di volte in cui sono state proposte le immagini della morte del calciatore Morosini oppure alle bambine in barella dell’attentato di Brindisi, tanto per citare fatti di cronaca recenti).
Si scava nelle vite degli sfortunati protagonisti di crimini e fatti di violenza, per cercare quanti più particolari possibili. E quanto più sono torbidi e laidi, tanto più appaiono succulenti al giornalista di turno, che si costruisce una carriera sulle disgrazie altrui. Si intervistano parenti e conoscenti, ponendo domande spesso stupide e ovvie, ma più spesso ancora tendenziose e fuorvianti. Si montano servizi decontestualizzando immagini che, pur avendo una vaga connessione con l’argomento, esulano completamente dal fatto di cui si parla. Tutto per manipolare ed indirizzare il fruitore del “diritto all’informazione” verso la direzione che si vuole dare all’opinione pubblica.

Cito ancora:

Diritti e doveri.
È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.
Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori.[…]
(da: art. 2, Legge n. 69/1963)

Pertanto il dovere primario del giornalista e caposaldo del diritto di cronaca è il dovere di verità, considerato sia dalla L. n. 69/1963 che dalla stessa Carta dei Doveri quale “obbligo inderogabile”.
A questo punto aggiungo una descrizione della continenza formale, così come appare sul sito dell’Ordine dei Giornalisti:

La continenza formale è il requisito che attiene alle modalità di comunicazione della notizia. Questa deve riportare il fatto nei suoi elementi oggettivi così come appresi dalla fonte. Il giornalista non deve essere altro che un tramite tra la fonte e il lettore. Qualsiasi artificio adoperato dal giornalista che, eccedendo lo scopo informativo, condizioni la genuinità della notizia, vìola il requisito della continenza formale.

Il Difetto di chiarezza è uno dei modi in cui il giornalista può manipolare i fatti.

Qui il giornalista, nel narrare il fatto reale, vuole attribuire al soggetto un fatto diverso o ulteriore. E’ uno strumento subdolo al quale il giornalista, fermi i suoi cattivi propositi, deve necessariamente ricorrere perché la rappresentazione chiara, espressa, inequivoca del fatto diverso o ulteriore lo porterebbe ad una violazione diretta del requisito della verità. La violazione non appare prima facie, ma può essere individuata solo attraverso un’operazione che definisca prima il fatto diverso, poi la sua falsità o non riconducibilità al soggetto. Spesso il fatto diverso è in qualche modo richiamato nel titolo o nell’occhiello. A questa categoria appartiene il cosiddetto sottinteso sapiente. Un classico caso è l’uso delle “virgolette” o degli eufemismi. Qui il giornalista usa i termini sapendo che il lettore li interpreterà in maniera contraria o comunque diversa da quanto suggerirebbe il dato formale letterale, stimolando un giudizio estremamente negativo e amplificando così gli effetti lesivi. Altra tecnica riconducibile al premeditato difetto di chiarezza è quella degli accostamenti suggestionanti. Oltre a narrare il fatto attribuito al soggetto, il giornalista cita altri fatti che si riferiscono a soggetti diversi e più gravi, creando tra il primo e i secondi un collegamento implicito senza minimamente esteriorizzarlo. E’ il lettore che metterà in relazione il primo con i secondi. A questa categoria appartengono anche le insinuazioni. Qui il fatto diverso o ulteriore, ovviamente peggiorativo, viene attribuito al soggetto comunicando espressamente al lettore che la relativa ipotesi “non è improbabile”, o “non si può escludere”, o che “si potrebbe azzardare”, o affermando che “quanto appreso fa pensare a”, etc., nella totale assenza di qualsiasi elemento obiettivo che possa permettere di affermarlo esplicitamente. In ognuno di questi casi, l’informazione che ne deriva perde la sua originaria obiettività. Si può dire che la violazione del requisito della continenza formale è in sostanza una violazione indiretta del requisito della verità, perché con essa o si enfatizza il fatto (1^ categoria) o si induce il lettore ad attribuire al soggetto un fatto diverso o ulteriore (2^ categoria). Muta comunque il fatto originario. E mentre nella violazione (diretta) del requisito della verità il giornalista riferisce un fatto falso (perché inesistente o diverso da quello appreso dalla fonte), nella violazione del requisito della continenza formale il giornalista riferisce lo stesso fatto appreso dalla fonte, ma spinge il lettore a travisarlo per effetto degli artifici sopra descritti. Sotto questo aspetto, la violazione del requisito della continenza formale è una violazione indotta del requisito della verità.

Di recente è successo anche un altro caso di manipolazione di notizie, sempre riguardante l’attentato di Brindisi. Uno dei sospettati è stato pubblicato, con tanto di foto, nome e cognome e indirizzo, e additato come presunto killer, da diverse testate giornalistiche e da diversi telegiornali, salvo poi essere completamente estraneo ai fatti. Anche se il fatto stesso che un giornalista venga a conoscenza di particolari di indagini che, secondo me, dovrebbero rimanere segrete, costituisce già uno scandalo, in questo caso si infrange anche un altro punto della Carta dei doveri del Giornalista, e cioé la Presunzione d’innocenza. Di seguito il testo integrale.

Presunzione d’innocenza
In tutti i casi di indagini o processi, il giornalista deve sempre ricordare che ogni persona accusata di un reato è innocente fino alla condanna definitiva e non deve costruire le notizie in modo da presentare come colpevoli le persone che non siano state giudicate tali in un processo.
Il giornalista non deve pubblicare immagini che presentino intenzionalmente o artificiosamente come colpevoli persone che non siano state giudicate tali in un processo.
In caso di assoluzione o proscioglimento di un imputato o di un inquisito, il giornalista deve sempre dare un appropriato rilievo giornalistico alla notizia, anche facendo riferimento alle notizie ed agli articoli pubblicati precedentemente.
Il giornalista deve osservare la massima cautela nel diffondere nome e immagini di persone incriminate per reati minori o di condannati a pene lievissime, salvo i casi di particolare rilevanza sociale.

(dalla CARTA DEI DOVERI DEL GIORNALISTA, 8 luglio 1993)

Se si legge il testo si capisce che addirittura il giornalista non ha neanche atteso che la persona fosse accusata di qualcosa, ma l’ha condannata e giudicata colpevole per il solo fatto di essere stata interrogata.

In conclusione, trovo che le persone abbiano il diritto di ricevere informazioni, quando queste siano di interesse pubblico ed attuale, e credo che sia un diritto del giornalista informare le persone. Un diritto, NON un dovere. Il giornalista ha il DOVERE della verità, dell’obbiettività, della corretta presentazione delle informazioni, ma NON quello di informare ad ogni costo, come ad esempio se una notizia non ha un vero interesse pubblico, oppure se riguarda indagini in corso, o ancora se con la pubblicazione della notiza si mette a rischio l’incolumità di una persona.

In tutti questi casi sono convinto che non si dovrebbe permettere al giornalista, o alla testata, o ancora al telegiornale di renderla pubblica, a costo di radiare il primo dall’albo o di censurare le ultime.

La libertà è sacrosanta, ma non a discapito della decenza e della verità.

Annunci