Tag

, , , ,

(Dato che ciò che segue non piacerà a molti e darà fastidio a molti altri mi sento in dovere di premettere che è l’esposizione del mio punto di vista, senza pretese di infallibilità e che, in quanto tale ed in quanto pubblicato, è aperto a qualsiasi genere di critica.)

Eccoci dunque arrivati ad un tema che sento molto vicino: la poesia.

In una società basata sull’iper-consumazione di qualunque stimolo sembra strano volersi cimentare nella composizione di poesie, per tradizione e definizione una forma scritta di non immediata comprensione, ma rimane uno dei modi migliori per interagire con gli altri, a mio avviso.

E’, senz’altro, possibile comunicare le proprie emozioni in questo modo, anche se, perché siano capite davvero, occorrono lettori in grado di andare oltre le parole. Ma non è l’unico scopo del poetare né, credo, quello più importante o essenziale. Il proposito di una poesia è sempre quello di toccare il lettore nell’animo, di smuovere e provocare, di sfidare e di assestare colpi forti e decisi alle convinzioni dello stesso. Poesia innanzitutto è, quindi, il tentativo di stabilire una comunicazione col lettore, una comunicazione che poggia sui valori dello scrivente e del lettore.

Dal momento che uno strumento come internet permette la comunicazione del proprio pensiero e la pubblicazione dei propri scritti in tempo reale, si assiste, da qualche anno, ad un proliferare incontenibile di poeti e scrittori. Chiunque può pubblicare qualunque cosa, e senza che ci siano filtri. Ci troviamo, in poche parole, nell’epoca della poesia hic et nunc, e non sempre quello che si legge avrebbe diritto di essere letto né motivo di essere scritto.

In particolare mi riferisco ai poeti, più nello specifico a due categorie di questi sedicenti cultori del bello:

a – tutti quelli che pubblicano le loro opere che, invariabilmente e sicuro come la morte, parlano di sentimenti, e, per la precisione, di sentimenti d’amore e che sembrano incapaci anche soltanto di concepire un tema differente per le loro opere

b – tutti quelli che scrivono imitando lo stile ed i temi di quelli che sono stati definiti “poeti maledetti”, ritenendo che un poeta che non abbia una vita truce e cupa non abbia nulla da dire.

Gli eterni sfigati d’amore

E’ come se questi poeti componessero un unico ed interminabile lamento a puntate, univocamente teso a far vedere quanto sia grande la loro sofferenza oppure una sequenza senza fine di inni all’amore, quasi fosse non solo il fine ultimo, ma addirittura l’unico della vita. Nulla di male nel voler offrire il proprio dolore in pasto al pubblico (c’è, purtroppo, libertà quasi assoluta di pubblicazione in Italia) ma, mi chiedo, le loro vite sono davvero così disperate? Un continuo rigirarsi il coltello nella piaga può forse migliorare la vita? E se così non fosse, perché scrivono sempre e solo di questo? La parte più numerosa (e meno importante, direi) è alla ricerca dell’apprezzamento e del plauso altrui, questo appare ovvio, in una sorta di ricerca di compensazione della bassa autostima che dimostra di avere. Ma ritengo che una parte di questi poeti voglia esprimere un disperato bisogno di vivere un sentimento vero e profondo, cosa quanto mai rara in un’epoca legata alle frivole apparenze ed a valori fragili come ragnatele di cristallo. Anche questo lo credo legittimo, ma rimane la verità che le forme espressive che usano sono di dubbio gusto e che le conoscenze linguistiche e metriche spesso non sono all’altezza dei propositi. Perché la poesia è, prima di ogni altra cosa, formata da parole inserite in una struttura. Di conseguenza l’opera di questi poeti gira sempre intorno a parole come “amore”, “cuore”, “ti amo”, oppure “senza te”, “ti ho perso”, “triste”, “disperato”.

Trovo che sia deprimente.

Una delle cose che mi piacciono di meno nelle poesie che parlano di amore è l’ossessivo ricorrere a versi frammentati (di tre, due o addirittura una parola soltanto), quasi che scrivere una frase distribuendola su più righe sia comporre una poesia. Capita anche a me di scrivere dei versi di due o tre parole, o anche di una soltanto, ma ce ne è al massimo uno in una poesia e sempre in un punto focale della stessa. Il verso di una parola soltanto serve a mettere in evidenza quella parola, a rafforzarne il significato, a esaltarla rispetto al resto, e andrebbe usato sempre e soltanto in questo modo. Una delle pecche più grandi di questi poeti è che ricorrono quasi esclusivamente al verso libero per le loro opere; non c’è un metro chiaro, non esiste una struttura (scrivere andando spesso a capo NON è “strutturare una poesia”), la rima sembra un artificio letterario incredibilmente difficile da usare, e molto spesso l’andamento della lettura è macchinoso e complicato, privo di ritmo e di logica, con pause che rendono la lettura prosaica, quando non la impediscono del tutto. La causa è da ricercare nella diffusa convinzione che le poesie strutturate (quelle, cioè, che seguono uno schema metrico e regole precise) siano troppo retoriche o arcaiche. Il verso libero è spesso la causa della scarsa qualità delle poesie, dal momento che può essere usato da chiunque e non richiede particolari conoscenze metriche o formali, è, insomma, facile ed immediato.

Personalmente sono convinto che il verso libero non sia poesia vera (per quanto lo usi anch’io a volte).

Gli arrabbiati col mondo

L’altra categoria di poeti che proprio non riesco a digerire è quella composta da quei soggetti che usano i loro versi per urlare a chiunque sia disposto di leggerli il proprio disprezzo per la propria vita. Si assiste ad una specie di litanìa continua che gira e rigira intorno ad un unico punto focale: loro stessi come parte in credito con la vita. Questi poeti conducono, a quanto si legge nei loro versi, le esistenze più miserevoli e degradate, continuamente sconfitti dalla vita, immancabilmente maltrattati dal mondo intero. E allora avvertono dentro di sé il desiderio, anzi, la necessità impellente, di raccontarlo a tutti. Ed eccoli sorprenderci coi loro sproloqui infarciti di parole astiose e tetre, o ancora con i loro tentativi, alquanto patetici, di evocare atmosfere lugubri e tristi. La possibilità che possa non interessare quello che scrivono non è contemplata, perché loro soffrono, e tutti devono saperlo. A nessuno è permesso non sapere che sono incompresi nel loro genio sublime, teso alla perfezione suprema. Assurgono (nella loro mente) a figure tragiche, troppo dotate per l’epoca in cui il Fato li ha costretti a nascere, detentori dell’Arte del bello.

Quasi impossibile non leggere nei loro componimenti cliché triti e ritriti, prevedibili e banali tanto da provocare la nausea.

La lettura è macchinosa e stancante, perché il senso non è di immediata comprensione; ma non per un abile artificio letterario, no. Essi non sono capaci di concepire un’esposizione lineare dei loro pensieri e sentimenti, figuriamoci celarne una dietro una struttura creata ad arte per nasconderla. Privi di idee come sono scrivono di assenzio e laudano, quasi che per essere un vero poeta fosse indispensabile bere o drogarsi. Io ci vedo solo una disperata ricerca di attenzioni. Attenzioni che non ricevono perché noiosi e spocchiosi, privi di immaginazione e plagiatori. Conformano i loro discorsi (ma NON i loro pensieri) a quello che credono attiri consensi dai lettori. Dicono di vedere il mondo in toni di nero, mentre passano le serate a fare aperitivi e happy hour, solo per soddisfare il loro ego sovrasviluppato. Il poeta è un egocentrico, su questo non ho dubbio alcuno (e lo sono anch’io, parecchio), ma ogni egocentrismo si basa su fondamenta che scaturiscono dal poeta stesso, e dove mancano l’egocentrismo è solo preteso.

In definitiva, consiglierei a queste due categorie di persone di evitare di rendersi ridicoli pubblicando le loro creazioni, vere e proprie aberrazioni di poesie, quando siano leggibili.

Annunci