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Il direttore de “Il Giornale” condannato a 14 mesi di carcere per il reato di diffamazione legato ad un articolo apparso su “Libero” il 18 Febbraio del 2007.
Il direttore, approfittando della propria posizione, non ha perso un solo secondo per scagliarsi contro il sistema che se la prende con lui per un articolo che nemmeno ha scritto.
È vero che l’articolo stesso non lo ha scritto Salllusti, ma ne ha permesso la pubblicazione e, dal momento che la firma dell’articolo, tale Dreyfus, era uno pseudonimo e, in quanto tale, non identificabile, è stato ritenuto responsabile del contenuto.

Ora, la diffamazione, in diritto penale italiano, è il delitto previsto dall’art. 595 del Codice Penale secondo cui:

Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032.
Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a euro 2065.
Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

Quindi lo sapeva benissimo a cosa poteva andare incontro in caso di denuncia da parte del diffamato.
Mi chiedo se Sallusti abbia letto l’articolo e ne abbia, prima di approvarlo, verificato l’attendibilità. Se lo ha fatto ha corso volutamente il rischio di essere accusato, perché dubito che non conoscesse quello che la legge gli consente o meno di fare, ed ha perso la sua scommessa.
Se non lo ha fatto dimostra solamente che prende la sua posizione poco sul serio, se non per i vantaggi che gli procura (denaro e potere), e merita il carcere perché la legge non ammette ignoranza ed il licenziamento per negligenza sul lavoro.

Al solito in Italia la classe intellettualoide grida allo scandalo invocando la libertà di stampa, la libertà di pensiero e d’opinione, il diritto all’informazione, e via dicendo tutte le altre stampelle psicologiche con cui nel nostro bel paese l’ingiustificabile diventa non solo giustificabile, ma addirittura lecito!
Il reato di diffamazione tocca molto da vicino i giornalisti, perché appare in contrasto con la loro supposta “libertà di parola”. Purtroppo quasi sempre i suddetti interpretano queste tre parole come “libertinaggio della parola”, arrogandosi il sacrosanto diritti di stravolgere e corrompere i fatti, sottomettendoli di volta in volta a varie logiche di dubbia moralità.
La legge italiana, proprio per questi casi, ha delle parti tese a limitare il “diritto di cronaca”.
Ci mancherebbe solo che chiunque fosse “davvero” libero di scrivere quello che vuole.
Eh no, Signori, ci sono delle regole da rispettare!
Il diritto di cronaca è garantito dalla legge quando: a) vi sia un interesse pubblico alla notizia; b) i fatti narrati corrispondano a verità; c) l’esposizione dei fatti sia corretta e serena, secondo il principio della continenza.

Estraggo dall’ORDINAMENTO DELLA PROFESSIONE DI GIORNALISTA (Legge 3 febbraio 1963, n. 69):

art. 2 Diritti e doveri.

È diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà di informazione e di critica, limitata dall’osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui ed è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede. Devono essere rettificate le notizie che risultino inesatte, e riparati gli eventuali errori.

Perché questo estratto?
Perché è evidente che nel caso specifico nessuno dei doveri dei giornalisti è stato rispettato: il magistrato ed i genitori protagonisti dell’articolo sono dipinti come una specie di mostri in cerca di donne da far abortire (e più sono giovani meglio è); i fatti riferiti nell’articolo sono falsi al di là di ogni dubbio (ed è stato provato il giorno stesso della pubblicazione); nessuna rettifica è stata fatta da “Libero”, dopo espressa richiesta da parte delle parti coinvolte (TUTTI gli altri giornali hanno rettificato).
Esiste, inoltre, una cosa chiamata “Codice deontologico dei giornalisti” in cui, all’articolo quattro, c’è scritto che Il giornalista corregge senza ritardo errori e inesattezza, anche in conformità al dovere di rettifica nei casi e nei modi stabiliti dalla legge.

Dunque non mi stupisce che ci siano state condanne. Semmai quello che non capisco è perché ci siano voluti ben cinque anni… Ma si sa che in Italia se hai soldi e un buon avvocato puoi tirare un processo tanto per le lunghe che alla fine si giunge alla famigerata “prescrizione”.
Solo che questa volta è andata male, Signor Sallusti. A quanto pare la galera se la deve fare, volente o nolente.
E trovo ignobile e meschino il tentativo di “martirio giornalistico” a cui ha dato luogo alla conferma della condanna.

Nessuno se la prende con Lei senza un motivo, Signor Sallusti.
Lei è stato, giustamente, condannato perché non può permettersi di fare a modo Suo, perché, al contrario di quanto forse crede, Lei non è al di sopra della Legge, perché è un modo vergognoso di manipolare la gente (è risaputo che, disgraziatamente, in Italia l’opinione pubblica è FORGIATA dai giornalisti).

Per cui, Signor Sallusti, rimanga in silenzio e sconti la Sua condanna in galera.
Per passare il tempo, visto che ora ha l’opportunità di raccogliere informazioni di prima mano, Le suggerirei di appuntarsi da qualche parte in che condizioni vivono i carcerati in Italia: QUELLO sarebbe un articolo che vorrei leggere. Ovviamente parlo dei fatti concreti, non delle Sue opinioni, perché di quelle, mi sia consentito, me ne fotto altamente.

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