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Un giovane senza storia, senza nome, inesistente.

Come sempre si era alzato presto, e stamattina faceva freddo, un freddo malevolo e violento.
Un freddo che entrava nelle ossa.
Ma non era importante…

Alcune cose non le poteva influenzare, e tra queste il clima.

Per fare quello che doveva servivano fondamentalmente solo tre cose: molta pazienza, sangue freddo e una buona dose di fatalismo, e lui le aveva tutte. Era il migliore e lo sapeva… e usava lo strumento migliore: un metro e venti per sette chili. Nel momento in cui non fosse stato più il migliore non avrebbe avuto senso continuare.

Attendeva quel giorno da due settimane, passate in preparativi al limite dell’ossessivo, ma tutto doveva essere perfetto… non poteva correre rischi. Spesso in questi momenti rifletteva…
Il tempo per farlo non mancava, visto che come al solito passava la notte prima del giorno stabilito nel luogo in cui avrebbe dovuto svolgere il suo lavoro, da sveglio, quasi fosse una penitenza preventiva, una notte a digiuno e priva di sonno.

A volte pensava alla sua famiglia, a come li aveva lasciati senza una sola parola di spiegazione, era semplicemente sparito. Lo aveva fatto per loro, ma non sapeva se lo avessero mai capito. Era il suo ultimo gesto di rispetto per delle persone che non lo avevano mai capito, né cercato di capirlo. Non poteva permettersi distrazioni come una famiglia.
Altre volte ripensava a tutti i sacrifici che aveva dovuto affrontare per arrivare dov’era arrivato.
Aveva una donna e dovette sudare per separarsene… alla fine aveva dovuto farsi odiare…
Ma andava bene così. Avere degli affetti lo rendeva ricattabile, e questo non lo aiutava certo nel suo compito.
Aveva iniziato una vita solitaria, segreta, confusa nell’ombra.
Doveva essere così, lo aveva sempre saputo.
Quelli come lui vivevano soli, completamente da soli.

Solitamente agiva per conto di qualcuno, ma questa volta no.
Questa volta era partito semplicemente perché lo aveva voluto.
Ancora non gli erano del tutto chiari i motivi della sua scelta, ma era sempre più convinto che volesse chiudere col botto la sua vita. Dopo tutto lui era già una leggenda nell’ambiente, e ormai non provava più la stessa soddisfazione che provava quando aveva iniziato, cinque anni prima.
Era andato lì per incontrare un’ultima volta la morte, ma stavolta il campo di battaglia lo aveva scelto lui.

Il sole stava superando le colline, regalando un’alba fredda, ma immensamente bella.
Sì, era un buon giorno per morire.
Tra poco il suo mondo si sarebbe trasformato in un volto all’interno di piccolo cerchio, attraversato da una croce e circondato dal buio, dal nero. Tutta la sua vita si sarebbe concentrata nel dito che sfiorava il grilletto.
Milleduecento metri lo separavano dall’obbiettivo, milleduecento passi.
Quanto ci avrebbero messo a raggiungerlo? Forse cinque minuti, su quel terreno sabbioso.
Tempo più che sufficiente per scomparire nell’ombra.

Visuale perfetta, ancora dieci secondi… il respiro rallenta… si ferma…

Sdraiato immobile sulla terra fredda sentiva premere sul suo corpo ogni piccolo sasso sotto di lui, ma non era importante… immobilità, pazienza, sangue freddo…

Tre secondi ancora, e la mente annulla qualsiasi pensiero…

Un volto… un colpo…

Il dito si contrae sul grilletto muovendolo appena…
Un messaggio percorre la distanza in due secondi netti… un messaggio di morte…

Alzandosi un sorriso gli sfiorava le labbra…

Era tempo di morire… ma non per lui…

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