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Esiste nelle persone un meccanismo perverso che le induce ad attaccarsi ad ogni stilla di dolore con una ferocia incredibile. Questo atteggiamento è così diffuso che sembra quasi normale.
Credo che il vittimismo e l’autocommiserazione cui si assiste in questi casi altro non siano che una richiesta di aiuto gridata agli altri. Ma una richiesta fine a se stessa.
Infatti, quando poi l’aiuto arriva, di solito è rifiutato (non puoi capire, apprezzo l’interessamento ma sto troppo male), perché si teme che sparito il problema sparisca anche l’importanza che si riveste per il buon Samaritano di turno.

In altri casi, quando l’aiuto viene accettato, ci si premura di trovare subito un altro modo per stare male, un’altra scusa per attirare su di sé attenzione e affetto.

Questa situazione è tipica dei rapporti affettivi finiti, in cui uno dei due non riesce ad accettare la fine del rapporto. E allora iniziano i piagnistei e le lagne con gli amici/parenti/conoscenti, artificio inconscio atto a catalizzare l’attenzione sulla propria situazione.
S’inizia allora a costruirsi intorno un ambiente perfettamente allineato allo stato d’animo. Spesso si smette di mangiare, quasi a punirsi per qualche colpa non meglio specificata (per me è solo un modo di somatizzare un dolore che, altrimenti, sarebbe invisibile agli altri, dato che è emotivo).
S’inizia, per esempio, ad ascoltare musica che abbia delle melodie tristi e deprimenti, e dei testi carichi di disperazione/astio/rabbia, per ricordare a se stessi, in ogni momento, che si sta soffrendo, e quanto sia ingiusto tutto questo.
S’inizia a raccontare a chiunque la situazione (ovviamente per allusioni e omissioni, dato che si tenta di non sembrare troppo patetici), in cerca di motivazioni che spieghino quello che è successo, salvo, poi, arrabbiarsi perché compatiti, perché, nel migliore dei casi, non si ottiene più di una partecipazione compassionevole.

Lentamente si fa in modo che il dolore che si prova sembri quasi inciso sulla pelle con una lama rovente, pur di non accettare il fatto che un rapporto sia finito.
Basterebbe soltanto ricordarsi che così facendo si creano preoccupazioni e sofferenze non minori nelle persone che cercano, in un modo o nell’altro, di stare vicine ed aiutare.
Ma no, in quel momento di egocentrismo epico non conta più niente e nessuno. L’unica cosa che abbia davvero importanza è il dolore che si prova, a cui ci si lega con delle catene che, mano a mano che ci si sprofonda, diventano impossibili da spezzare.

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