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ancora in giro, fottutissima notte.
ogni volta è la stessa storia.
sai che tocca a te, ma speri che mandino qualcun altro.
sto anche finendo le sigarette, e in questo posto di merda è impossibile procurarsele.
ancora tre fottutissimi giorni fino al prossimo rifornimento, sempre che quegli stronzi non ci aspettino come l’altra volta.
una settimana a mangiare merda e a fumare sterpaglia.
sorpreso? prova a vivere qua per tre mesi e vedi se non fumeresti anche la paglia del materasso, pur di avere qualcosa nei polmoni che non sia questa sabbia del cazzo.

come…? sabbia?? non ne hai idea! ogni sera ho un cazzo di deserto dentro la divisa.
le irritazioni alla pelle sono il meno, dovresti sentire un attacco di tosse!
c’era uno che ha sputato anche l’anima a furia di tossire.

ancora pattuglia notturna, coi visori a infrarossi, ma non si vede niente lo stesso.
non c’è nessuno, tutto nero, tinto di verde quando passi davanti ad una fonte di luce, di solito auto in fiamme o fuochi che questi poveri bastardi accendono per scaldarsi. Già, hanno freddo, proprio come me, solo che io tengo le mani dentro la torretta, pronta sul grilletto, e non indosso una tunica lacera.

chi guida alza a palla.
fa strano ascoltare Master of Puppets sotto il cielo che ha udito ben altri canti in seimila anni di storia.

fumo ancora, annoiato a morte
siamo a metà percorso
ancora due ore

lo chiamano “battesimo del fuoco”. come se chiamarlo con un nome che ricorda un rito cristiano potesse cambiarne la natura.
prima della missione ci dissero: “Le regole sono semplici: affronta il nemico, spara per primo e torna a casa”
e quello fu tutto.

un giorno avemmo un incidente.
eravamo di pattuglia, proprio come adesso, col carro e ci scontrammo con un’automoblie nera,
cazzo, nera come la notte; e noi procedevamo senza luci, per non essere individuati.
eravamo a venti metri da un lampione quando la macchina ci sbucò davanti.
un urto bestiale
cercavamo sempre di finire il giro al più presto, non era piacevole fare da bersaglio ai cecchini.
trascinammo l’auto fino al lampione e ce la schiacciammo contro.

uscimmo, armi in pugno, pronti ad uccidere.
c’era un faro acceso, come un unico dito accusatore, lì per metterti davanti a quello che avevi fatto
al posto di guida una poltiglia rossa… dovetti vomitare.
un lamento straziante
un uomo, un anziano, si tirava la barba e cantilenava.
il nostro interprete, disgustato, rassegnato o forse solo stanco,mi riferì che alla guida c’era il figlio, un giovane ingegnere, scoprimmo poi, che il giorno dopo avrebbe lasciato il suo paese per andare in Europa a specializzarsi.
la famiglia aveva risparmiato quattro anni per permettergli di realizzarsi lontano da quell’inferno di nulla.

vidi l’uomo pochi minuti dopo essermi ripreso, seduto sul ciglio della strada
gli offrii una sigaretta.
avevo bisogno di fumare, assolutamente
accettò, ma non accennava a smettere di lamentarsi.

e questo è solo uno dei casi

un’altra volta, era giorno, scorgemmo una tunica bianca sul lato della strada.
improvvisamente un’esplosione enorme fece saltare l’ultimo mezzo della colonna.
subito andammo a prestare soccorso, ma la tunica si mosse.
“se corre è colpevole” ci avevano ripetuto all’infinito.
mi inginocchiai per prendere la mira.
comincia a urlare “Fermati!” e dentro di me pregavo che si fermasse.
“Fermati Bastardo!” “Fermati”
“Fermati” urlai col grilletto premuto a metà… raffica di tre colpi

una rosa rossa si stava disegnando sulla tunica quando ci avvicinammo
alzando gli occhi vidi delle persone sulla porta di una casa.
la sua famiglia

stava solo correndo a casa a proteggere i suoi, come avrebbe fatto chiunque

missione di pace, la chiamano

in realtà le regole sono semplici:
“Affronta il nemico, spara per primo e torna a casa”

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