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“I giovani non devono essere troppo choosy (in inglese: esigenti, difficili) nella scelta del posto di lavoro. Lo dico sempre ai miei studenti: è meglio prendere la prima offerta di lavoro che capita e poi, da dentro, guardarsi intorno, non si può più aspettare il posto di lavoro ideale, bisogna mettersi in gioco”
22 Ottobre 2012

Ecco l’affermazione del Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali che sta suscitando tanto sdegno e tanto scalpore nelle ultime ore.
Perché non è affatto vero che i giovani siano choosy, nono, assolutamente!
Non è assolutamente vero che chi ha conseguito una laurea (magari in Archeologia) si sente declassato a dover consegnare pizze. Non è vero che il nostro laureato sia il primo a considerare il suo lavoro (fattorino delle pizze) umiliante, declassante e, quasi quasi, un affronto alla sua cultura e preparazione.
Ma chi ti ha detto di prenderti una laurea così poco qualificante per un lavoro? Ecco cosa vorrei chiedere al nostro giovane laureato.
Dove sta scritto che se ti laurei ottieni automaticamente un posto di lavoro? È vero che ogni italiano ha il diritto a lavorare (art. 4 Costituzione), ma non è affatto vero che ognuno abbia diritto ad un posto di lavoro. Quello, caro laureato, te lo devi cercare e sudare. E se il tuo titolo di studio ti esclude dal 99% dei posti di lavoro la colpa è solo tua!
Una scelta sbagliata, segno di una notevole miopia, secondo me.

La dichiarazione della Fornero è identica a quelle che sento quotidianamente dai giovani in questione: “Mi accontento di quello che trovo, poi si vedrà”. Mi chiedo perché se è la Fornero a dirlo sia una cosa scandalosa. Forse perché non piace che il Ministro non continui a dare delle illusioni in pasto ai giovani che cercano lavoro? Perché il Ministro non dovrebbe avere diritto di esprimere quello che pensa? Cosa c’è di sbagliato nelle sue parole? Non è forse vero che se si è troppo selettivi non si trova nulla? Se si mira troppo in alto si rischia di rimanere con un pugno di mosche.

Io credo che il problema che sta alla base sia tutto nelle aspettative che un giovane ha in merito al suo ipotetico posto di lavoro. “In fondo”, penserà, “io sono un laureato. Perché non dovrei lavorare come ingegnere/architetto/avvocato/medico/quel che è?” e, forte di questa sua convinzione, si metterà a cercare lavoro nella direzione in cui crede di poter spendere la sua laurea. Ma ben presto si scontra con la realtà, grande affettatrice di speranze e illusioni. In una situazione economica che spinge chi ha un’attività a risparmiare più che può, un laureato costa troppo. A parità di lavoro un non-laureato chiederà sempre, ed invariabilmente, un compenso minore che non un laureato, perché i sacrifici, lo studio ed il tempo necessario a laurearsi fanno sembrare adeguata una richiesta più alta al titolato di turno. Richiesta più che leggittima però, francamente, aspettativa totalmente irrealistica.

Ma ecco che, nel fortunato caso che un posto di lavoro sia disponibile, ci sarà la proposta di un contratto a progetto o, addirittura, di un lavoro in nero. È così che funziona, è lampante, per quanto si possano chiudere gli occhi o per quanto ci si possa girare dall’altra parte.
E un datore di lavoro si troverà sempre ad assumere chi rappresenta costi minori, in questo caso il non-laureato.
Quindi il laureato ha due scelte: si fa mantenere dai genitori, continuando a mirare in alto, oppure impara ad accontentarsi di quello che trova.
Ma anche in quest’ultimo caso spesso ci si deve preparare a delusioni. Infatti, il fatto che io sia disposto a fare, per esempio, il magazziniere, non significa che ci sia un magazzino che ne cerchi uno. E in questa situazione è determinante perseverare nella ricerca. Non serve a nulla cominciare a lamentarsi o, peggio, organizzare cortei perché non c’è lavoro, fomentati dai soliti partitucoli o da quegli organi parassitari noti come Sindacati.

Quello che non funziona oggi è la mentalità del “tutto e subito”, rafforzata da favole che raccontano ai giovani durante la formazione.
Mi fanno sempre ridere gli “orientamenti professionali” delle università. Perché durante queste pagliacciate nessuno dice mai che, a meno che non ci sia già una possibilità di lavoro in famiglia (per esempio una farmacia, uno studio legale/notarile, una clinica privata, uno studio di architettura), è perfettamente inutile prendere una laurea in Medicina, Giurisprudenza o Architettura? Ma la gente lo sa quanti laureati ci sono prima di loro con più esperienza?
Perché un giovane neolaureato deve vedere il mondo in tinte di rosa quando la realtà è in sfumature di marrone? Trovo che sia quasi criminale da parte delle università millantare non so quale percentuale di assunzioni post laurea. In questo modo non si fa che alimentare speranze e illusioni che portano, inevitabilmente, a umiliazioni e sconforto.
E qui entra in gioco la, purtroppo, scarsa attitudine delle famiglie contemporanee a preparare i fligli ad affrontare la vita.
La vita è dura, brutta e difficile, e da qui non si scappa!
Non ha alcun senso tenere i figli lontani da questa realtà, ed è addirittura deleterio riempire loro il culo di zucchero a velo.
Ai giovani deve essere chiaro fin da subito che nessuno regala niente, soprattutto nel mondo del lavoro, in modo da non trovarsi poi spiazzati quando riceveranno immancabilmente le prime batoste.
Io per primo ho dovuto imparare sulle mie spalle quanto sia difficile avanzare nella propria carriera lavorativa. E anche se ora ho un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio decente, non dimenticherò mai che ho dovuto montare mobili e fare traslochi per quasi 20 anni in nero, e che ho dovuto accettare per 5 anni un contratto ridicolo pur di lavorare. Non dimenticherò mai la fame patita nel primo mese a Milano, né i 950 CV spediti o consegnati a mano in un mese!

La realtà è che è dura trovare un lavoro e ad essere troppo choosy si finisce solo col culo per aria.

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