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Scrivere poesie è, ormai, un abitudine di molti, con risultati più o meno apprezzabili. Questa volta, però, non voglio soffermarmi su una valutazione della qualità di quello che leggo. In questo post vorrei cercare di sottolineare il nesso, pressoché costante, tra poesia e tristezza. Quest’ultima è uno stato d’animo che tutti, presto o tardi, sperimentano nella loro vita. Non esiste, a mio parere, una sola persona al mondo che non l’abbia mai conosciuta.

Cosa porta, dunque, i poeti (ripeto, per chi non lo sapesse, che considero poeti tutti coloro i quali si cimentano nella scrittura in versi, bravi o meno bravi, capaci o incapaci) a scrivere quasi sempre del lato triste della vita e a renderlo un cardine inevitabile della loro opera? Perché tutti i poeti 2.0 sembrano persone dalla tristezza infinita?

Semplice, in realtà. È così perché il poeta ama. Ama una persona, un luogo, una canzone, ama amare, ama le emozioni; in una parola, ama.

Primo e unico grande tema che lega la tristezza ai versi con un nodo inscindibile (e non poteva essere che così), è l’incontestabile nesso tra amore e tristezza. L’amore è un sentimento che nasconde dentro di sé quella componente perniciosa che è l’aspettativa. Ci si accosta all’amore (inteso come sentimento) con una mistura emotiva potente fatta essenzialmente da desideri e speranze: desiderio di conforto, di completezza, di comprensione, di affetto, speranza nel cambiamento, nella compagnia, nella soddisfazione. E questo vale per qualsiasi oggetto dell’amore del poeta.

Ma in questo modo, e qui intendo soprattutto dell’amore verso un’altra persona, si diventa anche estremamente vulnerabili e, molto spesso, cose che in altre circostanze non ci toccherebbero affatto diventano come delle coltellate che aprono ferite destinate a non chiudersi mai più. Se ci pensate bene è così che la stragrande maggioranza dei delusi d’amore vive la propria esperienza sentimentale. E quale cosa causa più dolore e più tristzza che vedere i propri sentimenti non corrisposti o, addirittura, traditi? (Sì, perché alla fine l’amore che conduce alla tristezza è quello per un’altra persona, ché, ad esempio, l’amore per un luogo porta nostalgia o malinconia, ma mai la tristezza lacerante descritta dai poeti di cui parlo).

Da lì a voler condividere il proprio tormento col prossimo il passo è spesso troppo breve. Ed ecco che spuntano, come funghi dopo una pioggia di lacrime (potete citarmi a questo punto 🙂 ), poesie che descrivono, con dovizia di particolari, ogni più piccola variazione possibile delle emozioni umane, tutte, invariabilmente, tendenti a mettere in luce l’eroica resistenza del poeta, destinata a fallire davanti al soverchiante potere annientatore del Fato o della cattiva sorte. Fato che porta, in una fase successiva, alla perdita della persona amata (non che sia morta, ma solo andata, ita, ciao) e la grande tristezza legata alla mancanza della stessa che costituisce un vuoto incolmabile.

E se la ricerca di una spiegazione per la fine di un amore è relegata alla prosa, l’espressione del dolore atroce, delle pene infernali, delle tribolazioni del cuore sono affidate a versi leggiadri, alle eteree testimonianze d’amore senza fine, alle angeliche voci dei ricordi.

Qualcuno (non ricordo chi) affermava che “la felicità scrive bianco”.

Ed è così. Quando il poeta 2.0 è corrisposto nel suo amore per una persona, o quando il suo amore per un luogo lo riempie di una serena pace e di gioia, è troppo intensamente impegnato a vivere, per poter scrivere. È solo quando tutto questo viene meno che sente il bisogno di intingere la propria penna nel calamaio della tristezza, e di aprire il proprio cuore tomentato al prossimo, in una quasi tenera ricerca di conforto.

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