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Stava seduto sulla sua poltrona in toile de Jouy, verde su sfondo bianco, come ogni sera, nel suo studio. Il suo sguardo si spostava piano dal camino scoppiettante davanti a lui, lungo il divano Chester in pelle scura, fino a posarsi sulla libreria intarsiata. La carta da parati a viticci, nei toni di un pallido beige, formava un dolce contrasto con la libreria in bois de rose. Le pareti ai lati del camino, invece, erano coperte da due piccoli arazzi in stile Savonnerie, mentre per terra un Aubusson estendeva i suoi rampicanti in tutte le direzioni. Quando il sole del primo pomeriggio entrava dalle due finestre a vetri piombati la camera sembrava prendere vita, ma ora, nella penombra, con la sola luce del fuoco e le Cantiche di Alfonso il Saggio in sottofondo, l’atmosfera stimolava il pensiero e la riflessione.
Sorseggiava un thé.
Era un grande appassionato di quella bevanda, tanto che si faceva inviare le foglie direttamente dalla Cina, l’unico posto in cui procurarsi del thé decente. In foglie intere, non nelle bustine inventate per i pigri e per chi di thé non ne capiva nulla.
In altri tempi ed altri luoghi lo si avrebbe potuto vedere con uno sherry, ma l’alcol aveva avuto la sua occasione ed aveva fallito, donandogli nulla più che un coma etilico, e lui non aveva nemmeno un secondo della sua vita da perdere per inseguire stordimenti ed euforie artificiali.
Al solito, la giornata era stata lunga e noiosa. Guardando verso la finestra avrebbe potuto vedere che era quel momento del giorno in cui luce e ombra si contendevano ancora il dominio sulle vite dei mortali, con l’inevitabile sottomissione della prima alla seconda. Ogni crepuscolo era diverso, e mai, nel lungo lasso di tempo in cui l’uomo è solo un insignificante incidente, ce ne erano stati due uguali.
Era un momento così carico di poesia che non poteva fare a meno di scriverne. E lo faceva quasi in ogni sua composizione seria. Non erano molte, perché riteneva una poesia imperfetta fino a quando ancora vi poteva modificare anche solo una semplice, minuscola virgola, alterando completamente la struttura e facendo crollare tutto il lavoro di carpenteria versificatoria che aveva impiegato.
Già… carpenteria.
Era questo che lui faceva coi versi, il carpentiere.
Molto tempo prima era solito irritarsi quando le persone a cui tentava di spiegare la sua visione si rifiutavano categoricamente di capirla. Era come se stesse tentando di descrivere la sfumatura dorata di un raggio di sole ad un cieco. Questi avrebbe potuto sentirne il calore, però non avrebbe mai potuto comprendere quanto la tenue luminosità di un singolo raggio fosse bella e struggente.
Ma aveva smesso di tentare di versare acqua di montagna, pura e fresca, in un acquitrino stagnante. La prima, infatti, finiva sempre per essere diluita nella seconda, perdendosi e, in un certo qual modo, degradandosi.
Scrivere una poesia, secondo lui, era ben più che mettere su carta i propri pensieri, molto più della fugace emozione di un momento.
La poesia era, per lui, un perfetto equilibrio tra significato e significante, una indistruttibile armonia tra senso e parole, come una gemma preziosa da conservare in uno scrigno, non meno bello e prezioso. Ed ecco che il carpentiere diventa un cesellatore, impegnato com’è a decorare lo scrigno che contiene il suo pensiero con delicate sfumature di significato, rispettandone le venature naturali.
Alla fine lo scrigno diventa un tutt’uno con ciò che contiene, dando vita ad un momento fantastico nella vita di chi lo osserva, di chi lo percepisce, di chi lo comprende oltre all’apparenza.
L’uno, infatti, non vale molto senza l’altro, e solo la perfetta fusione tra gemma e scrigno porta alla poesia.
Anche per lui non era stato facile giungere a questa consapevolezza.
Ricordava ancora di come il suo girovagare per le vie della città lo aveva portato, in un pomeriggio uggioso, alla finestra di una bottega di falegnami.
Guardando attraverso il vetro polveroso aveva visto un falegname tenere in mano un pezzo di legno con fare assorto. Sembrava quasi che volesse vedere ogni singola venatura dell’oggetto che aveva in mano, in modo da poterlo, poi, trasformare, senza dimenticarne nemmeno una.
Dopo quella che parve un’eternità l’artigiano aveva posato, infine, il blocco di legno sul suo banco di lavoro e lo aveva bloccato con due morsetti.
Con una piccola sgorbia ed un martello di legno aveva cominciato a percuotere con colpi fermi, eppure leggeri, il blocco, seguendo un intricato disegno che aveva precedentemente realizzato. Era quello che stava osservando con tanta attenzione prima.
Appoggiato al muro freddo, il poeta non si accorse delle goccioline d’acqua che cominciavano a formare elaborati arabeschi sulla sua redingote, tanto era assorto nel suo momento contemplativo.
Nel frattempo il falegname aveva lasciato il martello, lavorando ora solo con la sgorbia. Si riusciva a vedere lo sforzo congiunto delle mani: quella dietro spingeva, dando forza al movimento, mentre quella davanti tratteneva la lama dell’attrezzo, per impedire che un affondo troppo deciso potesse danneggiare il delicato e fragile equilibrio del disegno.
Lo sguardo concentrato continuava a cogliere ogni minimo cambiamento della superficie del blocco ligneo.
Osservava affascinato la concentrazione che vedeva sul volto dell’artigiano. Era quella l’espressione che lui assumeva quando si trovava alle prese con un verso particolarmente elusivo, con una sfumatura di significato particolarmente evanescente o con un costrutto che non riusciva a stare in piedi da sé.
Capì che lo sforzo che lui compiva era identico a quello del falegname.
Tornò ancora alla stessa finestra per diversi giorni, fino a quando il falegname, che lo aveva notato fin dalla prima volta, non lo invitò ad entrare nella bottega.
Quando mise piede in quel tempio dell’ingegno umano respirò l’odore del legno, l’aroma della fatica e la fragranza della soddisfazione.
Chiese di vedere il blocco che, ormai, era diventato un’opera d’arte.
L’artigiano glielo porse, rivelando che si trattava della copertina di un libro (libro che, successivamente, avrebbe acquistato, diventando possessore di un pezzo unico: una raccolta di sonetti, scritta a mano su carta artigianale con copertine lignee).
Quale meraviglia che un oggetto così finemente lavorato, così delicatamente decorato, servisse a racchiudere mondi evocati da parole, da versi!
Fece scorrere il dito sugli intrecci della decorazione, sentendone la levigatezza e la dolcezza.
Guardò il falegname in viso e vide nei sui occhi l’orgoglio e la soddisfazione.
Orgoglio e soddisfazione, quello che anche lui provava dopo aver portato a perfezione un componimento, dopo aver trovato un perfetto equilibrio tra forma e contenuto.
Era questo il concetto che non riusciva a far capire alle menti pigre di quei sedicenti poeti che, di tanto in tanto, incontrava, tanto che alla fine aveva smesso di interessarsi alle loro opinioni. Trovava ridicolo il loro bisogno irrefrenabile di trasformare in versi, o in quello che loro consideravano tali, spesso forzandone lo stesso significato e la stessa natura, le loro tristezze e miserie.
Ogni volta che chiedeva a qualcuno “Perché hai scritto questa cosa?” l’altro rispondeva “Perché la mia tristezza e la mia sofferenza mi spingono a condividerle col mondo”, in una delle mille varianti che ognuno creava per questa frase, in modo da farlo apparire originale e non conformista.
La domanda che faceva dopo, una conseguenza logica, risultava sempre offensiva per l’interrogato… “E perché mai dovrebbe interessare a qualcuno, non dico quello che ti fa soffrire, ma il fatto stesso che tu soffra? Chi sei tu per pensare di avere il diritto, o addirittura il dovere, di condividere le tue patetiche miserie col mondo? E se proprio lo devi fare, perché non scegli una forma di scrittura che non necessiti di grazia ed eleganza, nonché di una discreta padronanza lessicale, sintattica e metrica?”
E qui li perdeva.
Erano tutti convinti di avere le capacità indispensabili per scrivere poesie, e solo perché nessuno mai aveva detto loro chiaramente che quello che scrivevano erano cazzate, nella migliore delle ipotesi, piene di locuzioni trite e ritrite, cariche di concetti di una povertà intellettuale spaventosa, nutrite di luoghi comuni poetici e, in alcuni casi, di rime talmente patetiche e scontate da far piangere una pietra.
Possibile che non si accorgevano dello scempio che facevano? Eppure nella maggior parte dei casi bastava una lettura ad alta voce a rendere evidenti i limiti del componimento, a far capire quanto fosse disarmonico il tutto.

Un cambio di musica lo fece tornare al presente.
Era sempre così quando sentiva la viola da gamba di Jordi Savall intonare le note barocche di Nathaniel Gow. Niente voci, solo armonia e pensiero.
Si immergeva così tanto nei suoni che la realtà cessava di esistere.
Ogni nota gli parlava di epoche passate, benché le composizioni fossero del XIX secolo.
Tale era la forza della musica, da ricondurlo sui sentieri di riflessione da poco lasciati, quando il suo io (o spirito, o animo, comunque lo si volesse chiamare) iniziava a vibrare all’unisono con la melodia.
Era in questi momenti che la sua indifferenza selettiva si riempiva di crepe, e ricordi del passato riaffioravano potenti e irriguardosi. Molto spesso erano dettagli di poco conto, che accantonava con un immateriale gesto della mano, ma a volte erano ricordi che ancora avevano il potere di incidergli la pelle come lame roventi.

Il volto di lei gli apparve chiaro come se si trovasse lì, davanti a lui. L’ovale pallido del viso con un leggero velo di efelidi a rafforzare il limpido azzurro degli occhi. Il tutto era incorniciato da capelli lunghi e lisci, splendenti come l’oro. Quanto aveva amato vedere il sorriso farsi largo su quelle labbra di un tenue rosa!
La mente gli fu attraversata da immagini di castelli diroccati e paesini abbandonati.
Anche lei aveva amato vedere e toccare i resti di ciò che fu e più non è. Molte volte erano partiti assieme a vedere ruderi di torri e fortezze, un tempo possenti ed imperiose. Aveva adorato lo sguardo scintillante di lei quando ammirava l’antichità della terra che adesso l’ospitava. Terra ricchissima di storia, più antica ancora della stessa Roma. Come lui amava ripetere “le nostre città erano già inestimabili gemme di civiltà quando Roma era ancora governata dai re”.
E lei aveva colto quella grandezza. Non solo. Lei gli raccontava delle tradizioni del suo paese, dei valori che percepiva fondamentali. Lui riusciva ad identificarsi in lei, e viceversa.
A volte si era sorpreso a fantasticare sul sangue che avrebbe avuto un loro eventuale figlio. Lui proveniva dall’area della Germania anticamente abitata dai Sigambri, ma, per parte di padre, aveva il sangue della popolazione discendente da greci, romani, normanni, spagnoli e francesi; lei era originaria di un territorio che aveva visto innumerevoli popoli assurgere a grandezza e poi morire: Sciti, Sarmati, Unni, Variaghi, Goti e le popolazioni Cosacche.
Ed entrambi avvertivano l’importanza del passato delle rispettive terre d’origine.
Indulgeva allora sul pensiero di quanto fosse straordinario il retaggio di entrambi.
Ma, come accade anche troppo spesso, dopo due anni non era rimasto che cenere e vento di tutto.
Non era la prima volta che gli succedeva, ed aveva accettato il tutto con un’alzata di spalle.
Era da tempo convinto ormai che ciò che non resisteva al tempo o alla distanza non meritava di esistere.

Altro cambio di musica. L’arpa celtica di Alan Stivell.
Quanti versi aveva scritto, accompagnato da quegli attimi rubati all’eternità che erano le note di quel meraviglioso strumento. Innumerevoli.
Il lieve pizzicare delle corde lo colmava di serenità più di quanto chiunque potesse capire.
Dire che lo trasportava in un altro mondo era come dire che un uragano faceva alzare una foglia dal terreno. Se la viola faceva scomparire la realtà intorno a lui, l’arpa ne faceva evaporare la stessa raison d’être.
Gli occhi si fermarono sui suoi libri, senza, però, vederli realmente. In quel momento lui non vedeva… ricordava. Ognuno dei libri conteneva una storia, ma era anche parte di una storia.
Amava visitare biblioteche e librerie, alla ricerca di un particolare testo. Era parte del suo modo di vivere, una parte profondamente radicata dentro di lui.
La sua grande passione per la storia medievale lo aveva spesso portato a cercare testi soltanto menzionati in una bibliografia, per meglio comprendere il pensiero di chi aveva scritto quel particolare testo. Conoscere le fonti utilizzate dall’autore non era meno importante del capire il significato di uno scritto. E tutto questo faceva parte della sua ricerca della conoscenza.
Provava un immenso piacere a percorrere con lo sguardo scaffali pieni di tributi alla creatività dell’uomo. Quando, finalmente, riusciva a trovare il testo che cercava, iniziava a ricercare nel testo le parti che aveva bisogno di approfondire. Infatti, prima di andare alla ricerca del testo, si fissava bene in mente quali temi erano importanti, quali fondamentali e quali trascurabili.
Non tutto ciò che c’era scritto nei libri era degno di considerazione. Teorie confutate, o non suffragate da fatti e prove certe, rimanevano, nella migliore delle ipotesi, delle semplici supposizioni, e lui non voleva nutrire le sue idee di supposizioni.
Sarebbe stato come mangiare una bistecca di carta.

Una delicata voce femminile intonò

Cantaben els ocells l’alba,
i es despertà l’amat qui es l’alba;
e los aucells finiren llur cant;
i l’amic morí per l’amat, en l’alba.

Trovava le parole di Ramon Llull di una delicatezza imperiosa, d’una dolce crudeltà.
Non leggeva i poeti moderni, né, tanto meno, prendeva in considerazione quelli contemporanei, troppo privi di tutto.
Ma si nutriva dei versi dei trovatori, degli antichi, dei poeti (veri), poeti che creavano generi letterari, che non li seguivano. Poeti che non avevano paura di sperimentare, di inventare, di giocare con le parole. Ingegno allo stato puro.
Si ispirava a loro nelle sue composizioni, ripercorrendone gli stili ed i temi.
Per lui la Poesia doveva evocare bellezza, provocare riflessioni e permettere al lettore di comprendere se stesso, attraverso le parole del poeta. Non tutti i temi erano adatti.
E, difatti, nelle sue opere parlava di amore e di morte, e toccava le emozioni più profonde dell’essere umani, senza, però, giudizi o tentativi di guidare il lettore verso l’accettazione delle opinioni dell’autore.
Il dovere di ogni poeta era lasciare al lettore la libertà di leggere coi suoi occhi, con la sua mente ed il suo cuore.
A volte gli accadeva ancora di tentare spiegare il significato delle proprie opere a persone che di poesia ne sapevano quanto lui ne sapeva del funzionamento di un motore navale, e, cioè, un bel niente. Diventava inutile, allora ricorrere alla metafora dello scrigno, perché l’interlocutore mancava totalmente del gusto necessario per apprezzare una forma poetica, nonché di un qualsiasi senso estetico.
Alcune volte, persone convinte della loro intelligenza, si complimentavano con lui per “la profondità dei suoi versi”, salvo poi dimostrare di non averne nemmeno lontanamente intuito il senso.

“Di cosa parla questa poesia?”, era la domanda che gli rivolgevano più spesso.
La risposta era sempre la stessa “Parla di una ricerca”.

Al che, nella maggior parte dei casi, il discorso era chiuso, dato che la risposta sembrava evasiva ai più, sarcastica ad alcuni, e offensiva a quei pochi che ritenevano di essere intenditori.
In effetti non era una risposta comprensibile a chi non avesse percepito il senso profondo delle sue parole.

Nelle sue opere parlava sempre dello stesso argomento, dell’amore. Ma di un amore diverso da quello di cui abusavano i sedicenti poeti a lui contemporanei, scialbi strilloni di pulsioni.
Ed era ancora più diverso da quello che la gente che non si cimentava nella scrittura pensava che fosse.

Non c’era disperazione o dolore nella sua idea di amore. Per lui l’amore era qualcosa che andava al di là del desiderio, oltre ancora all’appartenenza o alla dedizione, ed era distante secoli e secoli dalla semplice vicinanza con un’altra persona. La tristezza d’amore, cliché così strausato, era causata, secondo lui, da una disattesa aspettativa di possesso, da un desiderio feroce ma mai realizzato, benché il sentimento esistesse in entrambi gli amanti. L’amore non sarebbe mai potuto essere triste, impossibile, perché era, prima di ogni altra cosa, un sentimento che riempie chi lo prova di gioia. Amare, per lui, voleva dire sentirsi bene, come in un abbraccio confortevole e confortante, come in un limbo fatto di brezze tiepide e lievi, che carezzano la pelle scaldando coi brividi.
Amare, più che essere amati, appagava il cuore. Ma amare tutto e tutti, e non riservare ciò che di bello si ha per una sola persona, per un solo ricordo o per una sola passione.
L’amore era al di là della semplice affezione, al di là del sentimento.
Amare significava per lui vivere una vita serena, quanto più possibile.
Tutta la vita, secondo lui, tendeva ad un unico ed ineluttabile destino: la ricerca della serenità.
Ogni singolo atto compiuto da un essere umano portava sempre inequivocabilmente in quella direzione. Il bene supremo cui ciascuno poteva aspirare era la serenità.
Più della ricchezza, del potere o del possesso, era per lui importante essere sereno. Infatti, amava ripetere, “un cuore non sereno non batte, sussulta, ed una mente non serena incatena”.
Sapeva che la gente rideva della sua idea, ma non importava, perché lui, a differenza degli altri,
era sereno e conduceva una vita soddisfacente, anche se piatta e noiosa agli occhi altrui.

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