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Le scorse elezioni hanno dimostrato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che c’è del marcio in Italia.

Non mi riferisco ai politici strapagati, rimborsati e che usano del pubblico come fosse privato.
Non mi riferisco al Circolo dell’informazione formato da giornalisti maneggioni e nemmeno ai giornali finanziati dallo stato e dai partiti, e, in quanto tali, sempre di parte e non affidabili.
Non mi riferisco alla criminalità organizzata che, a paragone di cosa succede nei partiti, sembra un oratorio.
Non mi riferisco all’analfabetismo di ritorno, che di recente va tanto di moda citare per giustificare un modo sbagliato (intenzionalmente sbagliato, oserei dire) di fornire informazioni e testi cui fare riferimento.
Non mi riferisco ai processi eterni, figli di un sistema giudiziario (farraginoso ed appesantito da ricorsi e controricorsi) e di una giustizia con la g minuscola, rea di non essere comprensibile da nessuno che non sia un addetto ai lavori.
E non mi riferisco alla crisi e al lavoro che non si trova, né alla Tav o al Ponte sullo Stretto (che, con buona pace di Berlusconi, non si farà, perché non ha vinto lui).

Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, quelli che non sono ricchi, che non hanno Potere, che non controllano industrie, che devono girare ogni euro tre volte prima di spenderlo, perché altrimenti la coperta è troppo corta.
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che non hanno senso civico, che non hanno amor patrio se non quando sono in vacanza all’estero, e anche in quel caso alla domanda “Com’è l’Italia?” (quando fatta in una delle rarissime lingue che comprendono) rispondono rievocando fasti rinascimentali ormai defunti, morti e sepolti, oppure elencando a menadito le ultime rivelazioni del calciomercato, oppure ancora snocciolando infiniti dettagli sulle nuove mode Autunnestivinvernalprimaverili.
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che non sono stati in grado di darsi un governo sicuro e che, di conseguenza, hanno lasciato l’Italia peggio di come l’avevano trovata prima delle elezioni.
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che dopo sono sempre più furbi degli altri, che dopo sanno sempre meglio quello che gli altri avrebbero dovuto fare, quelli che non riescono a prescindere da personalismi e campanilismi partitici (non posso chiamarli politici perché la Politica in Italia è un’arte sconosciuta anche, e soprattutto, a chi la pratica).
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che hanno una Costituzione che sta in 31 pagine A4 e un Codice Civile che ne richiede 804.
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che tollerano, e votano, candidati che non conoscono il contenuto di 31 pagine (e non sto parlando dei neoeletti).
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che non hanno saputo fare tesoro di VENTI anni di esperienza, votando ancora una volta per la stessa gente.
Mi riferisco agli italiani, con la i minuscola, che hanno sperperato il loro voto nella sciocca e stupida speranza di vedersi restituire delle tasse, per poi non ricevere NULLA, perché chi prometteva non ha vinto comunque.
Mi riferisco a tutti gli italiani con la i minuscola che il giorno dopo le elezioni si sono svegliati e hanno pensato
“Ho dato il mio voto a Berlusconi perché ho pagato 1000 euro di IMU, ma se avessi saputo che non poteva vincere lo stesso avrei votato Grillo”

Sì, c’è del marcio in Italia.

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