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There’s some delight in ale and wine,
And some in girls with ankles fine,
But my delight, yes, always mine,
Is to dance with Jak o’ the Shadows.

Chi mi conosce sa che la mia più grande passione è la lettura.
Chi mi conosce bene sa che sono un cultore della storia medievale.
Ma leggere non è sempre studio, e per quanto riguarda la lettura per diletto nelle mie preferenze primeggiano la letteratura Fantasy e quella di Fantascienza.
Per me, questi due generi sono entrambi sullo stesso livello, quand’anche per meriti differenti.

Mi sono accostato a questi due mondi attraverso due opere che sono sempre rimaste all’apice dei due generi, almeno per me.
Nello specifico si tratta di La foresta dei Mitago, di Robert Holdstock e di Crociera nell’infinito, di Alfred Elton van Vogt.
Sia chiaro, non sono dei capolavori, e sono, per di più, sconosciuti alla maggior parte dei lettori di questi genere.
Forse è una questione affettiva, se vogliamo, oppure solo una forma di ringraziamento per avermi svelato mondi nuovi, ma entrambe le opere occupano un posto importante nella mia Biblioteca ideale.

Essermi avvicinato al Fantasy attraverso La foresta dei Mitago mi ha permesso di rimanere piacevolmente sorpreso dalla lettura de Lo Hobbit, decisamente meno profondo e più “svago”. Infatti, non vivono elfi o maghi nella foresta dei Mitago, ma solo umani timori che prendono forma e sostanza.
Così come Crociera nell’Infinito non è popolato da androidi e spade laser, ma costituisce una sorta di ricerca, come quella dell’Ulisse di dantesca memoria, con la differenza che Elliot Grosvenor, alla fine, intraprende un nuovo viaggio e non viene punito per la sua sete di conoscenza.

A quelle due opere ne sono seguite moltissime altre, spesso impegnative, a volte per la mole, altre per intrecci complessi, altre ancora per significati che si scoprono solo ad una seconda (o terza) rilettura.
Questa non vuole essere una classifica di gradimento, ma solamente una condivisione della mia opinione e valutazione di alcune opere tra quelle lette.

(Essendo un lettore per passione le dimensioni di un testo diventano irrilevanti.
Specifico questo perché molto di quello che ho letto si articola in saghe di più volumi.)

Per quanto riguarda la Fantascienza i lavori che mi hanno impressionato sono due:
la saga de L’alba della notte, di Peter F. Hamilton e il ciclo di Hyperion, di Dan Simmons.
Il primo è una saga di oltre novemila pagine in cui l’azione è incalzante e si sviluppa su molteplici livelli (addirittura di esistenza). Sono presenti i classici componenti della fantascienza: astronavi, androidi, colonizzazione di nuovi mondi, esplorazione, connessioni bio-cybernetiche… insomma, tutto quello che rende avvincente un romanzo per chi ama la fantascienza.
La storia, però, è estremamente articolata e profonda ed affronta, in grande, il tema della morte e della vita dopo la morte. I personaggi hanno delle personalità ben definite e nulla è banale o prevedibile nello svolgersi degli eventi. E, poi, sareste tutti curiosi di sapere cosa farebbe Al Capone se tornasse in vita, no?
Hyperion, al contrario, è del tutto differente. L’ho spesso definito “fantascienza poetica”, e non solo perché uno dei protagonisti principali è un poeta.
Il ciclo si compone di quattro volumi, di cui i primi due sono strutturati seguendo da vicino il Decameron e i Canterbury Tales, e già solo per questo meriterebberto di essere letti.
Dan Simmons affronta una sfida: usare come modello giganti come Boccaccio e Chaucer e, a mio avviso, sostiene la prova egregiamente. Gli ultimi due volumi, al contrario, si avvicinano più al classico stile fantascientifico, mantenendo però, anche in questo caso, una connessione profonda coi temi della fine, della morte, e di cosa avviene dopo.

Ovviamente ho letto anche i classici canonici della fantascienza, come il ciclo de La Fondazione di Aasimov, il ciclo di 2001 Odissea nello spazio di Arthur C. Clarke, Neuromante di William Gibson e il ciclo di Dune di Frank Herbert, ma non hanno avuto lo stesso impatto delle due opere menzionate sopra.

Parlando di classici sposto l’attenzione sul Fantasy, che ne può vantare diversi.
Come ogni appassionato del genere ho letto e amato Il Signore degli Anelli di Tolkien, il che è quasi un dovere per chi si interessa alla letteratura Fantasy, rovinato solo in parte dai tagli della trasposizione cinematografica (cos’è il Signore degli Anelli senza Tom Bombadil?).
Ho letto il Silmarillion dello stesso Tolkien, Le Cronache di Narnia di Lewis, il ciclo di Shannara di Brooks, quello de La spada della verità di Goodkind, quello delle Riftwar di Feist, quello di Eragon di Paolini, Le cronache del ghiaccio e del fuoco di quel ciarlatano di Martin, l’intera saga de La foresta dei mitago del compianto Holdstock e innumerevoli altre opere di Fantasy (la mia biblioteca personale conta circa tremilacinquecento libri).

Ma tutti loro, nessuno escluso, diventano insignificanti davanti a La ruota del tempo di Robert Jordan (completato da un imponente Brandon Sanderson, visto che Jordan è deceduto prima di poter finire il suo lavoro).

Robert Jordan è stato in grado, in oltre diecimila pagine, di ridefinire il modo di scrivere Fantasy.
Le sue trame surclassano per la loro lineare complessità qualsiasi altra cosa io abbia mai letto, facendo diventare il Signore degli Anelli niente più che una storiella della buonanotte, cancellando impietosamente il mondo di Narnia e i draghi di Eragon e seppellendo sotto una montagna di stile Le cronache del ghiaccio e de fuoco.
Leggere La ruota del tempo è un’esperienza, una vera esperienza. Immergersi tra le pagine di questa saga è entrare con tutto se stesso in un altro mondo, un mondo senza tempo, senza limiti.
I peronaggi della saga non sono semplicemente perfetti nella loro psicologia. Essi diventano reali, almeno fintanto che dura la lettura della saga (leggere tutti i volumi mi ha richiesto quasi quattro mesi, ma ne è valsa la pena).

Un consiglio? Leggetelo e non guarderete più al Fantasy con gli stessi occhi di prima.

L’unico neo di quest’opera, un monumento all’autore, è che è talmente completo che sarà molto difficile trovare qualcosa che possa starle alla pari.

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