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È diventata pratica comune mettere in mostra qualsiasi aspetto della vita, per quanto potesse essere considerato privato in passato.
Questo perché la rete permette a chiunque di pubblicare qualsiasi cosa in qualunque momento.
Non parlo di cose o gesti contrari alla decenza ed al decoro personale (o all’idea che si ha comunemente di decenza e decoro, almeno).
Parlo di sofferenza e insicurezza, parlo di tristezze tra le più intime, parlo del tentativo di lavare in pubblico panni non sporchi, ma consunti e logori.
Mal comune, mezzo gaudio? Se l’idea fosse questa sarebbe davvero malintesa, visto che il mal che diventa comune è esperito in comune, non condiviso a parole, e, quindi, mai potrà diventare un gaudio, mezzo o intero che sia.
È il meccanismo perverso della stampella psicologica, del tutore per un arto fantasma.
La disperata richiesta d’aiuto di chi non sa (più?) vivere, di chi non conosce la differenza tra accettare e subire.
Ma si sbaglia chi ricorre a questi mezzi, a questa spoliazione della propria anima.
Non è rendere pubblica l’esistenza di un problema il modo per risolverlo. Questo, semmai, è solo una richiesta di attenzione, quasi a dire: “Ehi, sono qua e ho un problema. Consideratemi, per favore”.

Quello che sta dietro è la domanda che presto o tardi tutti si pongono: “Perché io? Perché capita tutto a me?”
La differenza tra chi sa vivere e chi no è che il primo tipo di persone risponde alla domanda prendendo in considerazione se stesso, il suo carattere, le sue capacità e le proprie aspettative.
Gli altri, i moltissimi altri (il cui nome è Legione), aspettano che la risposta arrivi da fuori, da chi legge le domande (perché questi altri chiedono a dei supposti interlocutori, non a se stessi).

Ma, carissimi, davvero avete così tanta paura delle risposte che vi dareste, se solo foste onesti con voi stessi e non indulgenti come sempre?

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