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Quandanche il vento spiri dirompente
e sia nel cielo, gravida di nero,
colei che mette fine al giorno fiero,
non smette di lottare il combattente.
Unico, l’occhio del grigio veggente
l’insegue in mezzo al campo e, qual spaviero,
l’abbatte nella messe del guerriero,
donandolo alla figlia cavalcante.
La via dello stendardo sempre cerne
quelli prescelti dal Padre di tutti
pel giorno in cui han fine pianti e lutti
e che le loro gesta rende eterne.
Versò per Hunin l’amara bevanda
eppure egli partì per l’alta landa.

In mezzo all’onde il pallido nocchiere
fende la casa del rumor del mare
sull’aratro dell’acqua e tosto appare
la polvere d’inverno sulle vele.
La notte dell’orso ha lunghe le sere
e la nave del buio ad illuminare,
ma il destriero del vento dee cercare
sosta e riposo per l’alme che tiene.
A ricercare il ponte dei colori
conduce il valico delle balene
onde passar a dove il Padre tiene
simposio assieme agli altri dèi maggiori.
Intanto al cuor dell’acqua arriva mesta
l’imbarcazione fosca e quivi resta.

Esercita paziente il suo mestiere
colui che nutre il brando con rugiada
di corvo, e il ramo della forte spada
la nube di battaglia fa cadere.
Col lanciatore d’oro indi va a bere
e la spuma del malto l’appaga,
finché il sentier della vista digrada
e nel sogno il destino può vedere.
Quando il gioiello che abita la casa
delle tempeste si desta all’albore,
e nasce a nuova vita e nuovo ardore,
il legno frange l’onda alla cimasa.
Nel regno di Aegir il viaggio prosegue
concedendo soltanto brevi tregue.

Reggendosi al timone, resiliente,
così appare il silente guardiano
dei banchi, l’occhio che scruta lontano,
tra veli di foschia e cupo niente.
Segue la via come l’asta potente
della corda di lino, e dunque invano
gelidi venti tentano la mano
a ritardar la sfida agli elementi.
La voce dell’inverno tesse tele,
qual fosse un ragno nascosto in agguato,
ma debole diventa ogni suo fiato
incontrando quel legno e le sue vele.
Si giunge infine al pie’ del sacro monte
da cui s’innalza il sospirato ponte.

In fondo al tetro loco opalescente,
in mezzo a strade di vetro di drago,
tosto l’alme son spinte innanzi al vago
albero bianco dell’uomo onnisciente.
Separa il suo sentiero chi si pente
di quel che ‘l fé della sua vita pago
ma dritto muove i passi chi l’imago
del Grigio Pellegrino propria sente.
Colui che dà saggezza all’uomo saggio
dispone che i suoi figli stian raccolti
per tanti anni quanti chi l’ascolti
lo preghi qual riscatto pel pedaggio.
Salendo lungo il fianco della rupe
colpiscon le sue orecchie voci cupe.

Son solo di defunti lì le schiere,
condotti come pecore all’ovile,
con l’animo pusillimo più vile
piangendo l’aver fatto e ‘l non potere.
Pur scelsero da vivi di giacere
sub iugum sacerdotis atque ire
per locum expiationis fin dal dì
che pose fine al loro rimanere.
Ognuno d’essi muove un passo stanco
negando dentro al cuore la sua vita
benché per essi ancor non sia finita,
promessa fatta lor dal Cristo Bianco.
Non forza, non coraggio, non onore
porta con sé ‘l Cristiano quando muore.

Silenzio poggia greve sulle schiene
di quanti si vedean in paradiso,
ben presto il lor sperare fu reciso
e furon destinati ad altre scene.
Dipende da chi resta quanto tiene
il luogo che di pace porta il viso
nel mentre fiacca l’animo deciso
e muta in acqua il sangue delle vene.
Il tempo del valore è ormai finito
e l’uomo, quasi un uomo cui mollezza
infonde nello spirto debolezza,
il voto degli antichi ha tradito.
Il piede del guerriero non mai lasso
prosegue il suo cammino fino al passo.

E solo è dato udir la mesta gente.
Gli occhi ormai ciechi a’ morti dei cristiani
ch’ucciser nello scontro le sue mani,
prosegue il suo cammino sul serpente
che svolge le sue spire lunghe e lente
sul fianco di montagna che già i Vanir
scosser quando Gullveig tessé l’immani
discordie, e fu la guerra estenuante.
Si scorge ormai la fine del viaggio,
nel petto si agita forte la sete
costante della guerra e di ore liete,
spese tra l’amore e il bere selvaggio.
L’ultimo passo porta in cima al monte
e nello stesso istante al pie’ del ponte

L’assenza dei colori del Creato
sul Bifröst è più vivida evidenza,
con gloria, con fortezza e con sapienza
dai piedi degli dèi esso è calcato.
Da chi fece i mortali esso è guardato,
da Heimdall che in principio era presenza
e che ha per fato la malevolenza
del grande ingannatore castigato.
Risuona all’aria la nota del Corno,
chiamando alla difesa folte schiere
di divi ed eroi, ché mostruose fiere
di Muspill portan la fine del giorno
ad Asgard, che fu già guida splendente
ma muta starà, sol polvere e niente.

È certa e destinata accettazione,
invito è allo scudo ed alla lama,
la vita di chi scelse quel che brama
colui che mai temette privazione.
Dall’alba dei suoi giorni è scritto il nome
nel libro della gloria e della fama,
la spada ch’è imposta non è grama,
ma fonte di baldanza e di passione.
Ancora infante sugge forza e furia
e presto impara a fidarsi del brando,
non mai si stanca il braccio neanche quando
ripaga, vendicandosi, ogni ingiuria.
E il verme della pugna fu preciso
nel confermar quel che già fu deciso.

Non cercan vita eterna o una canzone
quegli uomini che fuggon dalle lotte,
per lor la morte è solo eterna notte
e non saranno all’ultima tenzone.
Se dolce spira il vento di stagione
son lucidi gli spiedi e pur le cotte,
invece legni audaci seguon rotte
se il soffio degli dèi guida il timone
tra l’acque tempestose e bianche spume,
agli uomini del Nord è sempre usanza
lottare con ardore e con costanza
per non venire meno al lor costume.
Son figli d’aspre terre e freddi mari
di dignità e coraggio mai avari.

Coloro che gli dèi han preservato
pei vermi son banchetto e nutrimento
e mai per loro sale un sol lamento
tra quei che restan vivi su quel prato
su cui copioso il sangue fu versato
tra urla di vittoria e godimento
di quelli che pel giusto sacramento
a gloria eterna Odino ebbe chiamato.
Il sacrificio incontra il suo destino,
col dio che al proprio nome offrì se stesso,
nell’ora in cui dall’arido recesso
si muovono i giganti dal confino.
Nel Ragnarök, accanto agli alti divi,
solo gli eletti sono redivivi.

Quel lungo andar partì col Mietitore,
e giunse ad Asgard dalle forti mura
da cui, splendente lancia ed armatura,
scortaron le Valchirie il lottatore
fino alla sala grande cui è nome
famoso di Valhalla, forte e pura,
qui scorre la bevanda densa e scura
e vergini d’avorio danno ardore.
Tra lupi e corvi scorron ora i giorni,
e lotte sanguinose e libagioni,
vissute coi fratelli degli agoni,
finché clangor d’acciaio non ritorni.
La fine d’ogni cosa s’avvicina
ma forte sta l’armata, qual divina.

Per non più mai tornar indietro al Sole
combatton nella messe dei caduti
mostruosi dèi, sian giovani o canuti,
coloro che fuor scelti, finché duole
la mano che colpisce con clangore
e mai gli scuri legni restan muti,
duelli son qual mai furon veduti,
finché pel re di Muspell tutto muore.
Due figli del Sapiente e due del Tuono
e Vita e d’essa il Desiderio assieme,
dan forma a ciò che dopo l’ombra viene,
lignaggio d’immortali, e mortal suono.
Seppur di crudeltà essa ha sembianza
la Fine degli Dèi porta speranza.

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