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È sempre più comune incontrare persone che affermano di vivere una vita di costante sofferenza. Quando si inizia un discorso con una di queste persone, di solito si finisce per ascoltare una ridda di aneddoti su tutte le cose brutte che succedono loro e su quanto siano sfortunati e inconsolabili.
E se tentiamo di offrire comprensione, spesso l’aneddoto successivo viene rivestito, se possibile, di un manto ancora più cupo di sofferenza e tetraggine.
Mi sono spesso chiesto come facciano queste persone a soffrire così tanto, visto che l’80% dei problemi che dicono di avere si potrebbe risolvere con facilità ridimensionando i loro desideri e le loro aspettative a quelle che possono onestamente avere. In fondo, se non ho i soldi per una pizza, tanto per fare un esempio, non posso comprarla, no? A cosa serve, allora, desiderarla fino a soffrirne?
E col protrarsi del tempo questo modo di valutare tutto quello che succede si normalizza, fungendo da unico filtro per tutte le esperienze.
Infatti, queste persone tendono a vedere un lato negativo anche nelle cose più facili, o, se non ci riescono, se ne costruiscono uno.
Diventa quasi una negatività fisiologica, che impedisce loro di vivere una vita tranquilla.
Ho sempre detto che sono persone che non vivono senza sentirsi sofferenti.

Secondo me, ci sono diverse spiegazioni per la cosa.
La prima che mi viene in mente, più immediata e semplice, se vogliamo, è quella secondo cui queste persone cercano compassione e attenzione da parte degli altri. Conducono una vita poco soddisfacente (in base alle aspettative che hanno) e il modo in cui tendono ad affrontare questo senso di inadeguatezza è questo. Espongono le loro ferite in pubblico, sperando di ricevere empatia dal prossimo, empatia che comporta una consolazione, anche solamente fatta di parole, ma che comunque significa “mi interesso a te”. Una ricerca di attenzione, insomma.
L’attenzione ottenuta, però, non cambia nulla per loro e, quindi, la ricerca diventa fine a se stessa e la soddisfazione di essere considerati prende il posto dell’autostima, in toto.

Un altro motivo può essere la resa. Si sa che i problemi che possono interessare la vita sono molti, e di molti generi differenti. Presi singolarmente possono essere affrontati con efficacia e risolti. Ci sono, però, dei periodi in cui non si fa in tempo a risolvere un problema che già se ne presenta un altro (e spesso si accavallano). Ci si prova a far fronte a questa situazione, ma se la resistenza mentale non è sovrumana (e non lo è per nessuno) semplicemente ci si arrende.
Per quanto si possa cercare appoggio all’esterno, c’è un limite a quello che gli altri possono fare per noi, e quando anche l’aiuto concreto viene meno la conseguenza più frequente è una resa totale.
E allora il lamento pubblico non è più una ricerca di attenzione, ma un semplice sfogo, di solito incattivito e abbrutito, contro tutto e tutti. Questo tipo di persone non cerca attenzioni, ma si impone all’attenzione altrui, usando come mezzo le ingiustizie della vita che, si sa, sono sempre delle ottime argomentazioni.

Credo ci sia anche una terza possibilità: quello che, in assenza di un termine migliore, chiamerò melanpsicosi (dal greco μέλας – nero e ψυχή – anima), e, cioè, la pervicace tendenza a legarsi indissolubilmente ad uno stato di tristezza e sofferenza.
Le persone affette da questo disturbo (perché lo considero tale), semplicemente non sono in grado, aiutate o meno, a vivere senza essere continuamente stimolate dalla sofferenza.
Non dico che non siano coscienti di soffrire, ma vedo, nel loro comportamento, un “rincorrere la speranza”. Mi spiego meglio.
Quando queste persone devono prendere una decisione danno per scontato che le conseguenze comportino sofferenze per loro. Affrontano la vita con estremo pessismismo, stato d’animo che si riflette in tutto quello che fanno. Allo stesso tempo, però, si rendono conto che soffrire sempre vuol dire “non stare bene”, e accettano la sofferenza, che vedono come ineluttabile, con un senso di sfida, come una prova da affrontare, come un nemico da sconfiggere. Chiunque avrà sperimentato il tipo di esaltazione che può dare una sfida. Ecco, credo che l’esaltazione per la sfida sia parte del meccanismo. Solo che una persona che accetta a priori il fallimento della propria scelta parte già sconfitta, perché è esaltata dalla sfida in sé e, quindi, tenderà a desiderare altre sfide.
Per cui, molto facilmente si darà per vinta alla prima difficoltà, affrontando la sfida con scarso o nessun impegno. Sofferenza che genera altra sofferenza.

Voi che ne pensate?
Vi sembra verosimile, oppure no?

Spero vogliate condividere con me la vostra opinione.

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