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Tòrshavn

Tòrshavn, by Katie Sivanich

Tòrshavn, 10 Giugno 2031

Caro N.,
è stata una gioia ricevere la tua lettera.
Dal testo intuisco che nessuno mai ti abbia contattato per organizzare la tua fuga dall’Italia. L’uomo che avevo incaricato deve essere stato intercettato oppure, e spero vivamente che non sia questo il caso, ha semplicemente intascato i miei soldi e si è dileguato, nonostante me lo avessero raccomandato come persona fidata.
Ad ogni buon conto sono felice di sapere che tu sia vivo, e gioisco con te nell’apprendere che la tirannia sotto cui eravate caduti sia finita. Sic semper tyrannis!
Non oso immaginare la tensione alla quale tu sia stato sottoposto in tutto questo tempo, ma rendo grazie a Dio del fatto che tu sia sopravvissuto, sebbene privato di tutto, quasi un novello Giobbe.
Quello che racconti della folla è terribile, invero. Ho sempre pensato che la folla scatenata sia una bestia fuori da qualsiasi possibilità di controllo, ma i fatti di Roma mi fanno orrore.
Mi dirai che non c’era altra via, e capisco il tuo punto di vista, ma ricorda che la violenza non si sconfigge con una violenza ancora più grande, per quanto perpretata dal mostro che risponde al nome di folla. Spero, per questo motivo, che la persecuzione dei golpisti, perché tale è il nome giusto da dare a quello che succede, sia quanto più breve possibile.
Dubito, infatti, fortemente del fatto che tutti quanti fossero consapevoli di quello che stava succedendo, o, quantomeno, non lo voglio credere.
Sono sicuro che, da persona avveduta quale sei sempre stato, saprai far andare le cose nel verso giusto.
Sarei più che felice di sapere di più sulla nuova Costituzione. So che sarà ripresa dalla stampa internazionale in un lampo, ma sapere le cose da dietro le quinte offre una prospettiva migliore.
Ti sembrerà strano, ma anche un giornale da meno di novemila copie, come il Dimmalætting (o Dimma, come lo chiamano qua) ha parlato della rivoluzione italiana.
In ufficio sono sommerso di domande sull’Italia e sugli italiani, essendo io, per i miei colleghi, una sorta di enciclopedia dell’italianità, e ho già avuto richieste di interviste da parte di due giornalisti.
Ti confesso che tutta questa è notorietà di cui non sentivo affatto il bisogno, ma in una città di ventimila abitanti, più o meno, uno straniero fa sempre notizia, specialmente se la nazione da cui proviene esplode.
Non ti ho ancora raccontato nulla di me, preso com’ero dalla preoccupazione di avere tue notizie.
Premetto subito che vivo ancora da solo, ricordando come tu mi abbia sempre rimproverato per il fatto di non cercare la mia dolce metà.
Non ne sento il bisogno e, anche volessi, la mia conoscenza della lingua locale non è ancora sufficiente per cercare di stabilire delle relazioni così personali.
I miei colleghi ridono ancora quando mi sentono dire Eg skilji ikki, che vuol dire “Non ho capito”.

Tòrshavn è una bellissima cittadina, pur essendo capitale di uno stato sovrano. Ho sempre avuto ragione a voler venire a vivere qui, nonostante la temperatura arrivi raramente ai venti gradi in tutto l’anno. Nella sventura che ha colpito l’Italia almeno io sono stato fortunato.
La città è pulita e piena di aree verdi e molto colorata.
Qui amano molto i colori accesi per dipingere le case.
Di recente ho comprato un bellissimo appartamento sulla undir Bryggjubakka, in un caseggiato dipinto d’azzurro. Questa strada è una sorta di “lungoporto”, se mi passi il termine. Tre delle mie finestre si affacciano direttamente sul porto di Tòrshavn e, devi credermi, vedere i pescatori che all’alba rientrano sulle loro barche ha un che di magico.

Il mio cuore è sollevato dall’aver ricevuto una tua comunicazione, credimi.
Pur vivendo in un luogo incantevole e in mezzo a persone meravigliose non ero ancora riuscito ad apprezzare completamente la mia vita, pesando sul mio animo l’incertezza della tua sorte.

Immagino di poter dire che entrambi ricominciamo a vivere ora.

Confido che tu mi faccia avere presto tue nuove.

Un fraterno abbraccio

F.

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