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Amavo amare, ma poi incontrai l’amore…
e tutto mi fu chiaro.
Non esiste catena più pesante,
tempesta più nera o gelo più freddo.
Apoteosi dell’estremo, l’amore si nutre di se stesso, come una bestia macilenta, famelica e insaziabile.
Come le sette vacche magre che ingurgitano le vacche grasse eppure restano scheletriche.
Esso vive fintanto che trova vacche grasse, fino a quando non muta il suo bersaglio in un’altra vacca magra.
Solo a quel punto molla la giugulare, permettendo alla vittima di dissanguarsi e morire.
E con ogni goccia di sangue stillata dalla gola esposta del sacrificio se ne va un grano di tepore, un pezzo di anima, una parte di vita.
Fino a quando non resta che polvere
dove prima dimoravano sensazioni e dolcezza.
Senza fine si fa allora la notte di chi non ha saputo sfuggire al rostro dell’avvoltoio assassino.
Sì… Assassino!
Perché prima ti uccide lentamente e poi divora quel che resta, ingozzandosi fino a vomitarti… e poi ricomincia.
Non mai appagato, l’amore conosce la sua più alta espressione nell’annichilimento della vita, dapprima in chi lo concepisce e poi in chi lo subisce.
(A ben vedere, comunque, l’amore non è che il prodotto di due disperazioni. Una disperazione al quadrato, insomma.)

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