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Ogni volta che nel mondo succedono fatti crudeli e angoscianti la gente esce dal proprio orticello per schierarsi dalla parte che, di volta in volta, urla di più.
E capita così che 12 giornalisti Francesi valgano più di 2000 sconosciuti Nigeriani. Perché, vi chiedete? In realtà è molto semplice. Succede questo perché di 2000 nigeriani non gliene frega un cazzo a nessuno, tanto ce ne sono altri, mentre il popolo bue scorge nell’attentato di Parigi una “Guerra all’occidente” (come scrisse quella demente razzista della Fallaci), un attacco alla “libertà di stampa” così tanto stimata da chiunque, ma solo fintantoché quella stessa stampa non tocca i valori in cui quello stesso popolo bue crede. In quel preciso momento la stampa non è più il baluardo della democrazia, ma si trasforma in un vascello di nequizia, nel nemico, in quel momento i giornalisti diventano “servi del potere”, dove potere può indicare a piacere una qualsiasi istituzione laica o religiosa. Perché è molto più facile dubitare dell’onestà intellettuale di un giornalista (già rara in un paese come l’Italia, mediocre sotto ogni punto di vista), che non mettere in discussione quello in cui si crede.
Io sostengo che chi fa satira sia, di base, una persona cinica e cattiva, e non un paladino delle lotte di classe o di puttanate simili. Non che si meriti di morire per le proprie convinzioni, questo no, ma trovo quantomeno singolare il fatto che uno dei poliziotti ammazzati, Ahmed Merabet, fosse un musulmano che difendeva il diritto di un gruppo di persone ciniche e cattive a vilipendere la religione che lui professava.
Mi chiedo quali siano stati i suoi ultimi pensieri. “Ma chi me lo ha fatto fare?”, oppure “Anche se mi fate schifo muoio per difendere la vostra libertà di stampa.”?

De hoc satis.

Quello che vorrei evidenziare in questo post è la diffusa tendenza all’intolleranza e alla sete di violenza. Anzi, più che tendenza è, ormai, un vero e proprio codice di comportamento. Ovunque ci si giri le persone sono sempre più abbrutite e inneggiano ferocemente alla violenza, paradossalmente indicandola come la fine di una violenza altra, quasi un “chiodo scaccia chiodo” morale. Diventano tutti dei piccoli Menelao che per un torto subito (e quasi mai da loro stessi) iniziano una guerra. E quello che li muove è pura e semplice sete di vendetta, una pulsione primitiva tesa a veder scorrere il sangue del nemico. Ci si potrebbe chiedere perché un Italiano dovrebbe voler vendicare una vittima Francese (mi riferisco a tutti quei mentecatti che in queste ore stanno attaccando a vari livelli la religione professata dai presunti assassini, dimostrando appieno il limite della loro intelligenza). Anche qui la risposta è semplice: le persone odiano alcuni stranieri più di altri. Se fino a martedì qualsiasi Italiano avrebbe sostenuto di non sopportare i Francesi tout court e a priori, oggi sono tutti Francesi, sono tutti Charlie. Ed essendo delle persone non capaci di raziocinio, ma che ragionano “con la pancia”, il principio che li guida diventa “il nemico del mio amico è anche mio nemico”. Peccato solo che inseguono la vendetta col culo degli altri, perché è facile sbraitare da lontano, mentre fino a quattro giorni fa non sapevano manco cosa cazzo fosse Charlie Hebdo.

La vendetta è un atto che vuoi compiere quando non hai potere e perché non hai potere: non appena il senso di impotenza sparisce anche quel desiderio evapora.
George Orwell, La vendetta è amara, Tribune 9 Nov. 1945

Facendo mio il pensiero di Orwell, io credo, in realtà, che le persone soffrano molto la solitudine che si sono costruiti intorno, diventando, col tempo, incapaci di vivere relazionandosi ad altre persone e, al contempo, incapaci di godere di emozioni semplici. La gente, ormai, se non vive emozioni forti e travolgenti non prova niente, e finisce, così, per cercare momenti in cui sentirsi parte di qualcosa che la fa sentire viva.
E non esiste emozione più forte di una violenza senza limiti considerata legittima, anche conosciuta come vendetta.

Ed è così che la vendetta diventa uno dei pilastri dell’arroganza del povero.

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