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Leggiamo su Wikipedia quanto segue: [La Satira]
con il comico condivide la ricerca del ridicolo nella descrizione di fatti e persone,
con il carnevalesco condivide la componente “corrosiva” e scherzosa con cui denunciare impunemente,
con l’umorismo condivide la ricerca del paradossale e dello straniamento con cui produce spunti di riflessione morale,
con l’ironia condivide il metodo socratico di descrizione antifrasticamente decostruttiva,
con il sarcasmo condivide il ricorso peraltro limitato a modalità amare e scanzonate con cui mette in discussione ogni autorità costituita.

Altra definizione:
[La Satira] è quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.
(Prima sezione penale della Corte di Cassazione, sentenza n. 9246/2006)

Secondo me, la satira contemporanea non “cerca” il comico ma lo crea, ridicolizzando ogni aspetto dell’argomento/persona/istituzione individuato come bersaglio; non ha nulla di “carnevalesco”, perché non è corrosiva ma annichilente, e scherzosa non lo è affatto; non “ricerca” il paradossale, ma crea paradossi ad hoc per autolegittimarsi, e lo straniamento diventa vera e propria deformazione o distorsione, anch’essa funzionale a costruire una presunta base di legittimità alla satira e per quanto riguarda l’umorismo, beh, non fa ridere nessuno; l’antifrasi è al di là delle capacità dei satirici contemporanei perché, tesi come sono a ottenere consenso, usano e abusano di frasi e locuzioni trite e ritrite (e ritrite ancora) e l’ironia è solamente feroce, cattiva e di infimo livello, trasformandosi quasi in derisione pura e semplice; il sarcasmo è l’unica cosa che la satira contemporanea condivide del tutto con quanto elencato sopra, tralasciando quel peraltro limitato a modalità amare e scanzonate, perché la satira contemporanea non è amara né scanzonata, ma cattiva, virulenta, razzista e fortemente interessata, quando non addirittura politicizzata.
Si rifletta, infine, su “al fine di ottenere un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene”.
In cosa una satira che si accanisce contro la religione aspira a un fine etico o al bene? Non è, piuttosto, solamente l’espressione di fastidio verso modi di comportamento di altri, modi che spesso nemmeno ci si prova a comprendere? La satira contemporanea, quella virulenta e accanita pulsione che scaturisce da vite tristi e banali, non ha uno scopo moralizzatore e non costituisce una richiamo a valori più altri, assolutamente no. La satira contemporanea è la summa della pochezza intellettuale di chi, con cognizione di causa, costruisce la propria carriera (e il proprio conto in banca) sfruttando la ben nota passionalità della massa quando si tratta di giudicare e condannare qualsiasi “altro da sé”.

***

Trovo in rete questo articolo sul blog di Daniele Luttazzi (e già che ci sono vorrei sottolineare come quel blog non permetta commenti, ipso facto dimostrando che all’autore non interessa quel confronto/scontro in cui, secondo lui, si inserisce la satira). Nel lungo pippone sul cristianesimo Luttazzi sembra il risultato della Fusione di Piero Angela, Michele Cucuzza e Adam Kadmon, con la netta prevalenza dell’ultimo. Ma la parte dell’articolo che mi interessa è quella in cui Luttazzi espone una serie di fatti che, secondo lui, costituiscono il fondamento su cui basare la nostra opinione sui fatti di Parigi in particolare, e sui rapporti tra Occidente e Islam in generale.

“[…] il vigliacco assassinio dei vignettisti di Charlie Hebdo da parte di terroristi che invocano il Profeta, ci obbliga a ricordare:
Che la libertà d’espressione satirica di un Paese corrisponde al suo gradiente di democrazia.
Che ogni religione, senza sense of humor, diventa fanatismo.
Che parte del mondo islamico non è in grado di accettare la satira come forma di discorso politico.
Che la satira reifica i suoi bersagli e per un musulmano è inaccettabile la reificazione del Profeta.
Che non sono le vignette a insultare Maometto, ma i terroristi che uccidono in suo nome.
Che le vignette anti-semite pubblicate quotidianamente in Egitto e in Arabia Saudita sfruttano stereotipi di gran lunga più offensivi di quelli utilizzati in Occidente.
Che i direttori dei giornali arabi, invocando anch’essi la “libertà d’espressione”, continuano a pubblicarle.
Che non per questo i vignettisti arabi devono temere per la loro vita.
Che il profeta Maometto, quando in vita veniva insultato e dileggiato, rispose sempre col perdono, mai con la vendetta.
Che il Corano minaccia di morte gli infedeli. (Forse è solo un problema di traduzione. “Uccideteli tutti ovunque li troviate” magari nell’originale era “Porgete l’altra guancia”.)
Che non pubblicare le vignette perché questo potrebbe scatenare la violenza degli integralisti significa subire la loro violenza.
Che la comunità islamica deve isolare gli imam radicali.
Che nel mondo islamico legge divina e codice penale coincidono.
Che le convinzioni religiose urtano contro il nostro essere individui razionali del 21° secolo.
Che l’uomo sta bene quando non ha bisogno di religioni che lo proteggano dal dubbio e dalla paura.
Che il messaggio delle religioni è: se metti in discussione l’amore infinito di Dio finisci dritto all’inferno.
Che, da un punto di vista antropologico, non puoi avere una religione senza un nemico.
Che la ragione sociale delle religioni è dare ai fedeli un senso di superiorità rispetto a un nemico immaginario.
Che l’Europa moderna, laica, del commercio e della democrazia, appare col Rinascimento, nel momento in cui il cristianesimo, scosso dalla Riforma, comincia a perdere il controllo sull’organizzione sociale.
Che la repubblica, la separazione dei poteri, il suffragio universale, la libertà di coscienza, l’eguaglianza dell’uomo e della donna non derivano dalla religione, che li ha anzi a lungo combattuti.
Che, grazie alla rivoluzione francese, le adultere occidentali non vengono lapidate (però finiscono su Novella 2000: questo, per alcuni, è progresso).”

Provo a esporre il mio punto di vista, tralasciando gli ultimi tre punti perché di carattere storico e richiederebbero molto più spazio.

La libertà d’espressione satirica di un Paese corrisponde al suo gradiente di democrazia.
Determinare quanto un Paese sia democratico prendendo a parametro “la libertà d’espressione satirica” è un ragionamento che poteva essere partorito solo dalla mente di uno che con la satira ci campa. E, al contempo, pone una questione più sottile: si tenta di collegare satira e democrazia con una relazione di necessità, se non proprio di causa-effetto, commettendo, di fatto un “abuso di democrazia”.

Ogni religione, senza sense of humor, diventa fanatismo.
E ogni satira senza limiti non è, forse, ugualmente fanatismo?

Parte del mondo islamico non è in grado di accettare la satira come forma di discorso politico.
Tutto il mondo della satira non è in grado di concepire il pensiero che alcune cose possono essere percepite come aggressioni e non come delle critiche.

La satira reifica i suoi bersagli e per un musulmano è inaccettabile la reificazione del Profeta
La satira accusa, giudica e condanna e pretende di essere ultra legem. Anzi, pretende che le proprie interpretazioni delle leggi che regolano l’espressione di pensiero, siano le uniche ammissibili. A me questo sembra un atteggiamento quasi da ministri di culto.

Non sono le vignette a insultare Maometto, ma i terroristi che uccidono in suo nome.
Le vignette anti-semite pubblicate quotidianamente in Egitto e in Arabia Saudita sfruttano stereotipi di gran lunga più offensivi di quelli utilizzati in Occidente.
I direttori dei giornali arabi, invocando anch’essi la “libertà d’espressione”, continuano a pubblicarle.
Non per questo i vignettisti arabi devono temere per la loro vita.
Il profeta Maometto, quando in vita veniva insultato e dileggiato, rispose sempre col perdono, mai con la vendetta.
Stampelle psicologiche per sentirsi legittimati a fare come meglio si crede, perché tanto loro fanno lo stesso, anzi, anche peggio.

Il Corano minaccia di morte gli infedeli. (Forse è solo un problema di traduzione. “Uccideteli tutti ovunque li troviate” magari nell’originale era “Porgete l’altra guancia”.)
Non è il Corano a creare i fanatici, ma le interpretazioni dello stesso. Un po’ come non è la Costituzione a creare il fanatismo libertario e antiautoritario, ma le sue interpretazioni.

Non pubblicare le vignette perché questo potrebbe scatenare la violenza degli integralisti significa subire la loro violenza.
L’idea di rispetto non è, per la satira, non vincolante, no… è del tutto assente.

La comunità islamica deve isolare gli imam radicali.
Io non sono responsabile delle parole o delle azioni di Luttazzi. Dico questo perché benché sia condivisibile quanto espresso sopra, vi si sottintende che si ritiene co-responsabile la comunità islamica, il che è una cagata pazzesca (cit.).

Nel mondo islamico legge divina e codice penale coincidono.
Mi risulta che non sia proprio così categorico. Al massimo è così nelle teocrazie. Usare l’espressione mondo islamico è un atto di disonestà intellettuale come minimo.

Le convinzioni religiose urtano contro il nostro essere individui razionali del 21° secolo.
L’uomo sta bene quando non ha bisogno di religioni che lo proteggano dal dubbio e dalla paura.
Il messaggio delle religioni è: se metti in discussione l’amore infinito di Dio finisci dritto all’inferno.
Queste sono opinioni personali che, per il satirico, hanno la pretesa di essere verità universali.

Da un punto di vista antropologico, non puoi avere una religione senza un nemico.
Da un punto di vista antropologico non puoi fare satira senza creare il tuo nemico.

La ragione sociale delle religioni è dare ai fedeli un senso di superiorità rispetto a un nemico immaginario.
La ragione sociale della satira è dare a chi non ha ricchezza e potere un senso di superiorità morale rispetto a chi ricchezza e potere ce li ha.

Altre due considerazioni su altrettanti punti del post:

L’irriverenza satirica non è odio: è solo irriverenza. Se uno dimentica questo, davvero non se ne esce.
Irriverenza significa mancanza di rispetto. E un’irriverenza consapevole indica una precisa volontà di offendere. E indignarsi perché qualcuno non si lascia offendere o perché qualcuno non trova divertente quello che diciamo è indice di scarsa intelligenza e di un’arroganza smisurata, arroganza che si nasconde dietro i concetti di “libertà di stampa”, “libertà di parola” e “libertà di pensiero”. Tutte cose sacrosante, su questo non discuto, ma quando si snaturano quei concetti trasformandoli in “libertinaggio anarcoide della parola” allora c’è decisamente qualcosa che non va bene. E non si tratta di prendere la parte dell’offeso ma di stabilire oltre quale limite la satira diventa pura aggressione e prevaricazione, per di più gratuita e, post hoc ergo propter hoc, non più legittima, perché un diritto che oltrepassa i suoi limiti diventa un abuso.

Per un autore satirico, la religione è uno dei tanti pregiudizi. La satira sulla religione non offende le persone, solo i loro pregiudizi.
Bisognerebbe accordarsi su cosa sia un pregiudizio, in ogni caso, e si noti che non si nega che la satira, come teorizzata dal buon Luttazzi, sia a tutti gli effetti intesa come un’offesa diretta a chiunque professi la religione in questione. Mi chiedo quanti di quelli che fanno satira contro le religioni hanno mai parlato della fede con un musulmano, un cristiano o un ebreo o che cosa sappiano davvero delle cose che individuano come bersaglio.

***

Questi concetti vengono ulteriormente ripetuti in quest’altro articolo. Anche qui esporrò le mie considerazioni.

Se qualcuno crede che esistano esseri invisibili, non può pretendere di offendersi quando questi esseri invisibili (e chi ci crede) sono presi in giro dalla satira. “La verità è ciò che è, non ciò che dovrebbe essere” (Lenny Bruce). Il credente è colui che ha più bisogno della satira: da solo, fatica a rendersi conto di avere un grosso problema di contatto con il reale. Purtroppo, le religioni sono un formidabile strumento di controllo biopolitico. 
La satira dovrebbe prendere come bersaglio il potere e non il bisogno di rassicurazione delle persone. Che i satirici ci credano o no, esistono persone che trovano serenità e pace interiore nel pensiero di potersi affidare a un’entità superiore. Il problema di contatto con il reale ce l’ha anche il satirico che non si rende conto di esagerare o che non capisce che se non fa più ridere nessuno è ora di spezzare la matita e dedicarsi a attività più serie, perché anche in questo caso la verità è ciò che è.

Uno Stato di diritto deve difendere i cittadini dagli esaltati d’ogni risma. La religione è un alibi assurdo per qualunque tipo di atto compiuto in suo nome. La religione è merce di ciarlatani.
E in cosa il diritto alla satira sarebbe un alibi migliore? E chi fa satira e si accanisce sempre contro lo stesso bersaglio non è forse un esaltato? Non è forse reo di fanatismo satirico? La satira è pane di ciarlatani.

Chi si offende per la satira religiosa ha un problema, e la sua pretesa di essere rispettato perché crede in un essere invisibile e nei suoi profeti è anacronistica e ridicola. Le religioni non hanno più senso, nel 21° secolo. Vanno accolte nel discorso per ciò che sono: una stramberia, retaggio di epoche in cui la religione suppliva la scienza nell’interpretazione dei fenomeni naturali.
Chi si indigna perché la sua satira non viene accetatta con una risata ha un problema, e la sua pretesa di essere rispettato perché crede in un diritto non dimostrabile è arrogante e ridicola. La satira che si accanisce nell’insulto non ha senso, né l’ha mai avuto. Va accolta nel discorso per ciò che è: presunzione di poter insultare e vilipendere facendosi scudo della libertà di parola e di stampa, retaggio di un’epoca in cui la prevaricazione e la presunzione suppliscono alla poverta intellettuale.

C’è chi proibirebbe la satira sulla religione perché i sentimenti religiosi vanno rispettati. Ma che la fede religiosa sia qualcosa da rispettare lo sostengono i credenti. Un credente, finché non dimostra che l’essere invisibile in cui crede esiste, non ha alcun diritto di fare l’offeso se qualcun altro lo prende in giro.
C’è chi proibirebbe le religioni perché il diritto alla satira va concesso sempre. Ma che la satira sia qualcosa da accettare lo sostengono i satirici. Un satirico, finché non dimostra che il diritto che pretende è legittimo, non ha alcun diritto di fare l’offeso se qualcuno non accetta la sua satira.

Il terrorismo cancella la democrazia impedendo il sano scontro fra idee diverse, che ne sono il sale. Chi si offende per la satira religiosa fa il gioco dei terroristi.
Il sano scontro fra idee diverse… questa è, forse, l’affermazione più ridicola, perché la satira non si inserisce in una situazione di scontro, ma è un sasso lanciato da lontano il cui lanciatore pretende di non essere bastonato se colpisce qualcuno. Fa ridere anche la parole “idee” applicato alla satira, visto che la satira, per definizione, si limita a essere una feroce critica che non offre idee alternative o suggerimenti per un miglioramento.

Lo stesso Luttazzi non offre un’alternativa. Siccome lui considera le religioni qualcosa di antico, ridicolo e non necessario nella vita contemporanea per lui andrebbero abolite. Ma se provassimo a chiedergli con cosa sostituirebbe il bisogno delle persone di sentirsi protetti dalla sventura (solo per fare un esempio) saprebbe rispondere con qualcosa di diverso da “Niente” o si nasconderebbe ancora una volta, un’altra triste volta, dietro la sua satira?

Conclusioni

Oggi non esiste una satira ma una parodia di essa.

La satira è sempre stata diretta contro i potenti, con le loro contraddizioni e i loro vizi, ed è sempre stata uno strumento mediante il quale il popolo poteva sentirsi difeso e rappresentato contro privilegi assurdi e vantaggi non dovuti. Ma oggi la satira, specialmente quella sulla religione (perché con la classe politica mondiale ormai sputtanata non resta che la religione), tocca tutti, nessuno escluso. Perciò, il bersaglio della satira non è più l’istituzione “Chiesa”, quanto, piuttosto, la Fede vera e propria (e nel caso di Charlie Hebdo in tempi recenti specificamente quella islamica, come hanno fatto notare molti personaggi del mondo del giornalismo internazionale).

La satira non è che uno degli strumenti utilizzati da chi, di volta in volta, manovra i fili dietro le quinte, per indirizzare la massa contro questo o quel nemico.
Nemico “necessario” a una satira che non si propone più come individuatrice di vizi e contraddizioni, ma come un’alternativa legale a un AK-47.

Chi fa satira oggi pretende di poter cambiare il mondo, facendo così perdere alla sua provocazione quella genuinità che ne garantiva, per così dire, l’immunità.
Chi fa satira oggi, tutt’altro che raramente prende a bersaglio temi di attualità, dimenticando che la satira è legata a filo doppio al modus vivendi e alla moralità sociale.

Quindi, voi che vi occupate di satira, usate il vostro kung-fu, ma usatelo bene.

P.S.: E che nessuno osi paragonare, per esempio, Voltaire, Swift, Pope o Parini o ancora Guareschi con Forattini, Luttazzi, Vauro & Co, perché sarebbe come paragonare la luce al buio, il tutto al niente o il cioccolato alla merda. Per non parlare della satira improvvisata alla Crozza o Littizzetto…

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