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Da tempo rifletto su quello che la poesia rappresenta nel panorama letterario italiano contemporaneo. Lasciando perdere considerazioni di carattere economico-commerciale, giacché mercificare ogni cosa sembra essere diventata la tendenza “di tendenza” oggi, vedo delle grandi difficoltà insite nel dare una definizione precisa e oggettiva a qualcosa di fluido e dinamico come la poesia. Forse nessuna forma di espressione letteraria più della poesia possiede quel carattere soggettivo che rende le possibili definizioni tanto numerose quanto sono quelli che si cimentano nella sua composizione. Credo che il massimo che io possa fare come contributo a una possibile comprensione della posizione che io assegno alla poesia, sia far conoscere a chi legge il percorso di formazione di una mia opera. Prima, però, alcune considerazioni personali.

Citando Poe, anch’io credo che “I più degli scrittori – in modo particolare i poeti – preferiscono far credere ch’essi compongono con una specie di sottile frenesia – con un’estatica intuizione […]”. Perché accade questo? Penso che esistano diverse spiegazioni.

  1. Chi scrive solitamente è convinto di avere qualcosa da dire a chi legge. Si crea, con questo processo, un flusso che procede dall’autore verso il lettore. Questo flusso, dunque, origina dall’autore, dandogli, nella sua intenzione, una posizione di preminenza sul lettore. Questa situazione si può riassumere nella frase: “Io ti offro una parte di me. Tu mi restituisci ammirazione per le mie capacità, che tu non hai.” Questo, tra l’altro, è uno dei motivi principali per i quali un poeta reagisce sempre male alle critiche, specialmente se queste arrivano da un altro poeta. Ecco, chi scrive poesie si sente importante e soddisfatto di se stesso, e più apprezzamento riceve più si sente realizzato. Va da sé che pubblicare le proprie opere su internet può generare più facilmente questa soddisfazione, visto che per il lettore diventa molto più immediato esprimere il proprio parere direttamente all’autore (l’esempio perfetto per questo è Facebook). Si capisce che un poeta pubblicato solo su carta non può ottenere lo stesso riscontro direttamente. E, per inciso, credo che sia questa una delle ragioni per le quali oggi moltissime persone iniziano a scrivere poesie.
  2. Rivestire le proprie opere di un’aura mistico-sacrale, affermare che si componga per una profonda ispirazione, quasi che sia una qualche divinità a servirsi di noi per esprimere se stessa, permette di distogliere l’attenzione del lettore dalla reale efficacia del testo proposto. Un testo dal significato oscuro, difficile da interpretare, viene percepito come “alto” da chi si sforza, spesso inutilmente, di dare un senso a quello che legge, perché dà per scontato di non essere in grado di comprendere la profondità dell’autore. Molto spesso questo effetto (un senso di inferiorità indotto, in realtà) è ottenuto utilizzando un vocabolario volutamente difficile e altisonante. Ricadono in questa tipo di artifici parole, spesso usate male, come inebriato o essenza, tanto per limitarci a due esempi (confido che il lettore ne abbia lette molte di più).
  3. Sottolineare espressamente che quanto proposto sia esattamente quello che si è scritto in una singola volta e senza ulteriori modifiche, quello che banalmente chiamano “scrivere di getto”, serve a questi autori come modo per rinforzare, agli occhi di chi legge, l’impressione di essere bravo a esprimere concetti profondi in modo elegante e originale senza sforzo.
  4. Quasi sempre chi si presenta come poeta ispirato in realtà non conosce alcuna delle regole della scrittura poetica (perché esistono, sono ben precise e non si limitano a questioni di tecnica) ed è troppo pigro per imparare, o non interessato a farlo.

 

La poesia che ho scelto di spiegarvi è un sonetto, per la precisione il seguente:

La mente, pochi ciottoli distesi,
mosaico ormai per il troppo pensare,
le crepe scrivono di giorni e mesi,
mäestoso e pacifico sostare
tra venti di tempesta e gravi pesi.
Trascorre lungo un cerchio linëare
spenta a metà, tra porti sempre accesi
in cerca di una luce da serbare.
Ponti sospesi e tocchi di rugiada
tra gli alberi di bisso e discrepanza
lenta la nave salpa dalla rada
rinchiusa tra le mura d’una stanza.
É oscuro se ritorni o dove vada
e l’unica costante è ch’essa avanza.

Il sonetto è la forma poetica italiana più conosciuta, inventata, o meglio, messa a punto nella prima metà del duecento da Jacopo da Lentini. Si tratta, quindi, di una forma di poesia che esiste da quasi ottocento anni e ancora rappresenta una delle massime espressioni poetiche della nostra lingua. Un curriculum di tutto rispetto, direi.

Un sonetto è una composizione poetica di quattordici versi che segue delle precise regole formali (metro, rima). I versi utilizzati per questo sonetto sono endecasillabi, nome che, al contrario di quanto si possa pensare, non indica un verso di precisamente undici sillabe, ma un verso che abbia l’ultimo accento sulla decima sillaba. Pertanto possono esistere endecasillabi di dieci, undici, dodici o addirittura tredici sillabe (Il cuor che mi rubasti ora conservamelo, questo è un endecasillabo di tredici sillabe). Se avete contato le sillabe noterete che, in realtà, ne ha quattordici, ma per effetto della sinalefe, ossia quella figura metrica che unifica, nel conteggio delle sillabe, la vocale finale di una parola e la vocale iniziale della successiva, in questo esempio rubasti ora, il conteggio delle sillabe è di tredici. Pertanto la suddivisione in sillabe metriche di questo verso è: Il/cuor/che/mi ru/bas/ti-o/ra/con/ser/va/me/lo (in rosso i due accenti che caratterizzano questo verso come endecasillabo, sulla sesta e la decima).

Il sonetto si divide in due quartine e due terzine interconnesse dallo schema delle rime. Per comporlo ho scelto il più tradizionale degli schemi ritmici: ABAB ABAB CDC DCD.
(Non sono particolarmente fiero delle rime che ho scelto, perché in genere le rime in -are, -ere, -ire, -zione e -mente, sono considerate facili e da dilettanti, ma serviranno bene allo scopo di questa illustrazione.)

Osserviamo la prima quartina:

La mente, pochi ciottoli distesi,
mosaico ormai per il troppo pensare,
le crepe scrivono di giorni e mesi,
mäestoso e pacifico sostare

Le prime due parole definiscono il luogo e il tema della quartina: la mente. Tutto quello che segue sarà riferito ad essa. Un verso ha due posizioni importanti: l’inizio e la fine. Solitamente è in queste posizioni che colloco elementi significativi della mia composizione. Qui inoltre, il primo verso della quartina è anche il primo del sonetto, quindi il suo inizio rappresenta l’apertura dell’intero pezzo. Pertanto “La mente” si trova in una posizione molto promimente della poesia, seconda solo alla chiusa. Come dicevo, queste parole definiscono, mentre il resto del verso (pochi ciottoli distesi) descrive, dando una rappresentazione visiva della mente. Ho immaginato la mente come l’insieme di tutti i ricordi e pensieri che contiene, e quindi come una superficie coperta di ciottoli. Sono pochi, perché pur essendo potenzialmente illimitata, una mente contiene solo pochi ricordi o pensieri veramente importanti e deteminanti. Il secondo verso riprende l’immagine “minerale”: mosaico ormai. Le tessere di un mosaico sono di pietra, e sono lisce e levigate, al contrario dei ciottoli. L’immagine che ho voluto rappresentare è quella dei ciottoli del primo verso percorsi così tanto e così a lungo da essersi consumate fino a diventare tessere di un mosaico. E dato che i ciottoli rarpesentano ricordi e pensieri essi sono consumati per il troppo pensare. Il terzo verso rafforza l’idea del tempo passato parlando delle crepe che si sono formate nel mosaico, la cui formazione ha, a sua volta, richiesto parecchio tempo (un ciottolo non si consuma in poco tempo). Anche il resto del terzo verso, scrivono di giorni e mesi, ha lo stesso scopo: sottolinea il lungo trascorrere del tempo. Se il primo verso definisce e descrive, il secondo e terzo verso servono a introdurre l’elemento “tempo” nel sonetto. Il quarto verso della prima quartina, invece, introduce il dettaglio di come questo tempo, passato a pensare a logorare i ciottoli, sia trascorso: mäestoso e pacifico sostare (la dieresi – i due puntini sulla a – indica che il dittongo ae deve essere letto come due sillabe separate). Parlo di una sosta, perché la mente, pur essendo dinamica (non si può non pensare) è anche statica, ferma, perché si trova all’interno di un individuo preciso, uno e uno soltanto. É un sostare maestoso e pacifico; maestoso perché la capacità di pensare è l’espressione più alta di umanità che un individuo possiede, mentre la consapevolezza di se stessi è rappresentata da un pensiero pacifico, un pensiero che non collide con se stesso nemmeno tra venti di tempesta e gravi pesi, verso numero cinque che introduce la seconda quartina.

tra venti di tempesta e gravi pesi.
Trascorre lungo un cerchio linëare
spenta a metà, tra porti sempre accesi
in cerca di una luce da serbare.

Il collegamento tra le due quartine, sia visivo che di significato, è reso omettendo un punto fermo al quarto verso che è, quindi, direttamente connesso al quinto. I venti di tempesta e gravi pesi rappresentano le difficoltà che la vita ci pone davanti ad ogni pie’ sospinto, tra i quali solo una mente integra e in pace con se stessa può mantenere la propria posizione.
Si conclude qui la parte descrittiva.

I tre versi successivi introducono l’azione nel sonetto. La mente, soggetto non espresso, trascorre. Il verbo trascorrere letteralmente vuol dire “correre attraverso” e dall’idea di moto presente in esso si può dedurre il significato di “tempo che passa”. Il tempo, poi, può scorrere solo in una direzione, in avanti, e quindi, all’interno di se include l’ineluttabile perdita di tutto quello che viene prima, del passato. Il concetto di scorrimento in una direzione è ripreso e doppiamente rafforzato da cerchio linëare. Un cerchio letteralmente è la parte di piano delimitata dalla circonferenza, ma è uso comune indicare con “cerchio” la “circonferenza”, per quanto questo sia una definizione impropria. Ho adoperato la parola, qui, nel suo senso improprio, accostandola a “lineare” per indicare un cammino in tondo senza fine (una linea non ha fine). Usando questa metafora cerco di rappresentare, per il lettore, l’immagine di una mente che ripercorre sempre gli stessi pensieri, all’infinito, come fosse bloccata in se stessa. La mente è spenta a metà, stanca ormai di ripercorrere gli stessi pensieri, ancora e ancora, e, tuttavia, speranzosa (è stanca solo a metà).

Infatti essa si muove tra porti sempre accesi, quindi non tetri e abbandonati, ma sempre luminosi e vivi. Ognuno di quei porti può essere quello che la mente cerca. L’immagine del porto serve a introdurre la metafora che successivamente utilizzerò nella prima terzina, metafora di argomento nautico. É molto facile immaginare  di trovarsi su una nave che avanza nelle tenebre, tra onde tempestose e venti forti, e, improvvisamente, scorgere le luci di un porto, promessa di salvezza. Ecco, la nave che è la mente umana è così: in continuo movimento alla ricerca del proprio porto sicuro. Ci si potrebbe chiedere perché, una volta arrivata in un porto sicuro, questa mente/nave non si fermi. Per me la risposta sta nell’innata irrequietezza dell’animo umano. É proprio della mente non indugiare mai a lungo sullo stesso pensiero, ma, piuttosto, essa si muove di porto in porto, appunto, in cerca di una luce da serbare. Lo scopo primo della mente è quello di pensare, di vagare, e i momenti in cui essa tocca una di queste luci sono, per natura stessa della mente, destinati a finire presto. E, al ripartire della nave ecco che essa serba un po’ di quella luce che ha trovato nel porto, ovvero aggiunge un ricordo a quelli che già contiene.

La prima terzina rappresenta proprio la partenza della nave:

Ponti sospesi e tocchi di rugiada
tra gli alberi di bisso e discrepanza
lenta la nave salpa dalla rada

I ponti della nave sono sospesi, non nel senso di sollevati da terra, ma fermi nell’istante immediatamente precedente al loro moto, come in fremente attesa, come un corridore ai blocchi di partenza. Ho cercato di rappresentare il preciso istante in cui, all’alba (tocchi di rugiada), la nave salpa lentamente dalla rada. Gli alberi di bisso e discrepanza sono i dubbi, le incertezze. Il bisso, anche noto come “seta marina”, è una fibra tessile animale secreta da una specie di molluschi, ed era usata per creare tessuti di grandissimo pregio. Bisso e discrepanza, qui, è una sorta di ossimoro improprio, secondo il mio modo di pensare, perché mentre il bisso rappresenta luce, bellezza, ordine (trama e ordito), la discrepanza ne è il contrario, confusione, disaccordo e, interpretando il termine abbastanza liberamente, oscurità. La mente, quindi, lascia la momentanea sicurezza del porto per ricominciare il suo vagare in acque incerte.

E anche qui la prima terzina è direttamente connessa alla seconda mediante il non utilizzo di un punto fermo alla fine dell’undicesimo verso, il cui compimento si trova nella terzina successiva:

rinchiusa tra le mura d’una stanza.
É oscuro se ritorni o dove vada
e l’unica costante è ch’essa avanza.

Come dicevo sopra, la mente è individuale, e quindi il suo viaggio si svolge all’interno di un preciso individuo. Per questo la rada è rinchiusa tre le mura d’una stanza.

Il distico che chiude l’ultima terzina, e, quindi, lo stesso sonetto, è stato, qui, utilizzato per trasmettere il senso dell’intera composizione al lettore. Non si tratta di una morale o di una sentenza, ma della semplice affermazione di un fatto: pur non sapendo quale percorso intraprendono i pensieri essi vanno in una sola direzione, in avanti (É oscuro se ritorni o dove vada/ e l’unica costante è ch’essa avanza.).
La mente, qui, diventa rappresentazione della vita, perché qualunque siano le difficoltà che si incontrano lungo il percorso che si segue vivendo, essa prosegue, superando il passato.

***

Naturalmente i ragionamenti per giungere alla composizione stessa non sono stati affatto così lineari e semplici, ma non è possibile ricordare il percorso di creazione di una poesia alla perfezione, dato che le idee che ispirano nascono e si dimenticano allo stesso tempo.

Quasi tutte le mie poesie sono sonetti, costruzioni in versi, come quella che qui ho illustrato. Perché scelgo il sonetto? Perché mi piace mettere alla prova la mia capacità di usare la lingua italiana. Perché trovo che pur essendo antica come forma, essa è ancora attuale. Perché provo più soddisfazione per un lavoro ben fatto, perché di lavoro si tratta, che non per una riuscita fortuita.
Scelgo il sonetto perché esso è una delle forme poetiche che caratterizzano da sempre la poesia italiana.

Infine, scelgo il sonetto perché la sua brevità non stanca il lettore e permette di mantenere una unità di significato inserita all’interno di una forma che, di per sé, può contenere molteplici artifizi letterari. É, quindi, unità nella molteplicità.

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