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La mente che racchiude, senza scinderle,
che quasi pare l’acido un vinello,
verità corrosive d’ogni spirito.
Un mondo a parte, noumeni morti,
un senso dell’onore deformato,
un fiore che avvizzisce dalla nascita,
un coro di potrei, però non voglio,
sto troppo bene qui, così deluso,
da noi il nero è come il bianco: sporco,
e non c’è Santo, non si può far niente.

Il dogma che ti inculcano da piccolo.

Alletta il nero, posto di lavoro
e scambi di favori all’elezione,
ci pensu ieu, tu non ti proccupari.
Alletta il bianco, posto di lavoro
e scambi di favori all’elezione,
ci pensu ieu, tu non ti proccupari.

Qui tutto si fa squallido grigiume.

Sta lì, col capo chino, gente fiera,
gente che piange (lacrime di rettile),
gente che vive di sensi di colpa,
sempre in attesa del prossimo dono.
Please, sir, I want some more, par di sentire
nei loro sguardi privi di vergogna.
Nessuno leva l’anima, pur forte,
ché presto seccherebbe il rio dell’obolo.
Amano quel che dovrebbero odiare,
perdono quel che potrebbero amare.
Ma il nero e il bianco li vogliono muti,
contenti sotto sale o nell’aceto,
conserva umana per i tempi magri.
Non si sa mai, potrebbero servire.

***

Patisci l’ingiustizia, senza dubbio,
d’esser per tutti terra di conquista
(partendo dallo Stato che ti schifa),
ma questo non esime dal riscatto.
L’Italia Unita ti portò sventura,
e morti e stupri e barbare condanne
e disonore e macchia di brigante
e povertà e mille emorragie
e ti privò di mezzi, d’ogni forza
e ti tacciò col dito di bastarda
e ti schiacciò la testa sotto il tacco
e ti rubò la vita, il sangue, il tempo
e ti ferì nel cuore dell’orgoglio
e mille cose ancora che non dico.

Ma questo è nel passato, e lì rimane.

Non è più tempo di restare proni
d’essere belli solo per i voti,
per poi tornare ad essere negletti.
Davvero questa la chiamate vita?
Dov’è il decoro? Dove sta l’onore?

Calabria, tu t’atteggi a verginella
ma sei puttana dentro, senz’errore.

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