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In questi giorni in rete moltissima gente litiga (perché non parlano, ma litigano) sulla questione se sia più corretto chiamare un sindaco di sesso femminile “Sindaco” o “Sindaca” o “Sindachessa”.
Voglio dire la mia in merito.
Quando una persona viene eletta per un incarico governativo, a qualsiasi livello, contano poche cose: le sue capacità, la sua dedizione alla causa, il suo desiderio di migliorare la comunità che è chiamata a governare e la squadra che lo aiuterà nello svolgimento della propria funzione. E basta. Non importa che sia una donna o un uomo, che sia una madre o un padre, che sia un dottore o un operaio o un disoccupato. Non importa, entro certi limiti, nemmeno a quale partito appartenga, ammesso che appartenga a un partito (più diventa piccola la comunità a cui si fa riferimento e meno c’entrano i partiti).
Quello che conta è che sia preparata per il compito che desidera svolgere, perché candidarsi per una elezione presuppone che la persona desideri effettivamente fare quel lavoro, che sia quello di sindaco, consigliere, parlamentare o altro. Come un candidato per un posto di lavoro deve dimostrare di saperlo svolgere bene quel lavoro, allo stesso modo (anzi, di più) questo dovrebbe valere per incarichi di potere.
Un candidato sindaco dovrebbe, secondo me, conoscere i regolamenti del comune in cui concorre, le leggi che regolano la posizione per cui si candida, i poteri che la contraddistinguono e i limiti che ne circoscrivono la sfera d’influenza. Dovrebbe conoscere la Costituzione (non a memoria, che è una pretesa assurda, una roba buona solo per una certa TV spazzatura) e dovrebbe, soprattutto, conoscere il paese che vorrebbe amministrare. Infatti, se io volessi candidarmi come sindaco del mio paese avrei non pochi problemi, perché mi sono trasferito in un altro posto. Non sarebbe serio da parte mia pretendere che qualcuno mi voti pur sapendo che manco da tempo (che, poi, le elezioni al mio paese siano una questione di chi ha la famiglia più numerosa è un dato di fatto, come lo è in tutte le piccole comunità).
Lo stesso discorso fatto per un sindaco vale, mutatis mutandis, anche per chi si candida al Parlamento. Anzi, a questo livello diventa ancora più importante che la persona sia preparata per la posizione che spera di occupare. Infatti, come si può soltanto pensare di dare il potere di governare a qualcuno che non sappia nemmeno dove iniziare a fare quel lavoro (perché di questo si tratta, di un lavoro molto ben pagato)?
Abbiamo visto, tre anni fa, entrare in Parlamento oltre 160 comuni cittadini eletti con il Movimento 5 Stelle. Credo che sia superfluo ricordare qui tutta l’improvvisazione e l’incapacità a cui abbiamo assistito.
E questa non è una critica alle persone in quanto tali, ma alle persone in quanto Parlamentari.
A chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale è evidente che solo 4 o 5 di quelle persone posseggano le capacità necessarie per essere un parlamentare. Le altre sono brave persone, impegnate e desiderose di migliorare l’Italia ma, in definitiva e a conti fatti, poco più che un’accozzaglia di individui meschini, rissosi, invidiosi e vendicativi. Questo per quanto riguarda i nuovi entrati.
Parlando, invece, di quelli che erano già dentro, lasciatemi dire solo che il migliore di loro ha la rogna. C’è gente nel Parlamento italiano che sopravvive a se stessa da decenni e che ha talmente tanta paura di perdere la propria posizione di potere e prestigio, nonché il denaro che riceve dal continuo drenaggio dei conti pubblici, che è disposta a qualsiasi compromesso, non importa quanto immorale o abietto. E, per di più, operano questi maneggi alla luce del sole, fregandosene del fatto che con la loro condotta insultano tutti i cittadini italiani, quelli che li hanno votati e quelli che non lo hanno fatto.
Tutti assieme (vecchi e nuovi, anziani e giovani, donne e uomini, di destra, sinistra, centro o ibridi) hanno trasformato da tempo il Parlamento Italiano in una bettola della peggior specie (peggio dei peggiori bar di Caracas).
Mi sono chiesto spesso come facciano a non provare vergogna. Dopo tanto tempo mi sono dato una risposta: la vergogna non può esistere laddove non esista un minimo di dignità personale.
Il risultato dell’assegnare posti di potere a chi non ha capacità, dedizione, interesse al bene comune, desiderio di migliorare e voglia di lavorare come un unico organismo è sotto gli occhi di tutti, nella forma di un paese, l’Italia, che si sta sempre più trasformando in un campo di battaglia tra individui e/o gruppi che agiscono come individui.
Quindi, gentili Signore e Signori che avete talmente tanto poco da fare che il genere di un sindaco diventa un argomento importante, fate una bella cosa: spegnete la TV, spegnete il pc, spegnete il telefono, uscite di casa con vostra moglie, vostro marito, la vostra compagna, il vostro compagno, vostra madre, vostro padre, i vostri figli o fratelli, con i vostri nonni, zii, cugini o amici, e godetevi le cose belle che ancora vi restano, perché è grazie a gente come voi che l’Italia non cambierà mai.
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