Tag

, , , , , , , , , , ,

È fatta, la Gran Bretagna (da ora in poi GB) ha deciso, con un referendum consultivo, di lasciare l’Unione Europea, il cosiddetto Brexit.

Per quanto poco io apprezzi questo risultato, è comunque scaturito da una votazione democratica, e in quanto tale è da accettare.

È caratteristico di ogni democrazia che chi resta in minoranza ha il dovere di adeguarsi a ciò che ha scelto la maggioranza (concetto ancora poco chiaro in Italia, ma si spera sempre nel futuro).

Che cosa comporta questo per le due parti in causa?

Non sono un profondo conoscitore del trattato di Lisbona, ma nel mio piccolo proverò a riassumere alcune cose che saranno evidenti a qualsiasi lettore.

 

Cosa cambia per l’Unione Europea?

L’UE perde un mercato composto da 65 milioni di consumatori. Naturalmente questo non vuol dire che improvvisamente cesserà qualsiasi rapporto commerciale con la GB. Semplicemente, uscendo dall’UE, la GB esce anche dal mercato comune europeo (un mercato privo di barriere doganali, anche se non del tutto privo di barriere di altro tipo). I rapporti commerciali tra GB e Unione Europea, a questo punto, vanno rinegoziati. Questa volta, però, la GB si siederà al tavolo delle contrattazioni come un paese terzo, non più come un membro/non membro dell’UE che pretende condizioni di favore senza, tuttavia, accettare gli obblighi comuni a tutti i membri. Non credo ci sarà più spazio per trattamenti di favore.

L’UE perderà i contributi finora ricevuti dalla GB, che ammontavano, per il 2015, al 12,57% del budget UE totale. Questa percentuale, come potete vedere dal grafico, colloca la GB al terzo posto tra i contribuenti al budget dell’UE.

contributo al budget UE per stati in percentuale

© Statista 2016

 

Quanto paga la Gran Bretagna all’UE?

Parlando di cifre, purtroppo, i dati che sono riuscito a recuperare si riferiscono al solo 2015, ma credo siano sufficienti per dare un’idea di che cosa stiamo parlando.

Il contributo netto per ogni Stato membro si ricava sottraendo dal contributi di ogni Stato la quantità di denaro che l’UE investe nello stesso Stato (se lo Stato versa 10 e l’UE investe in quello Stato 4, il contributo netto sarà 6).

Un po’ di cifre.

Nel 2015 la GB ha versato nelle casse dell’UE 13 miliardi di sterline. L’UE ha investito nel Regno Unito 4,5 miliardi di sterline, per cui il contributo netto della GB è stato di 8,5 milardi di sterline. C’è da notare, anche, che il contributo calcolato per la GB sarebbe, in realtà, di 18 miliardi di sterline. Però esiste una cosa che si chiama “UK correction”, e, cioè, uno sconto immediato sul contributo britannico. Il valore di questo sconto varia di anno in anno, e per il 2015 è stato di circa 5 miliardi di sterline.

In questa figura una rappresentazione grafica

 

UKsEUMembership-graph

 

Link 

 

Cos’è la UK correction?

Nel 1984 Margareth Tatcher riuscì a negoziare un sostanziale sconto sui contributi versati dal Regno Unito, noto come “UK correction”. Questo sconto nasce dal fatto che la maggior parte del budget UE è usata per finanziare la Politica Agricola Comune (in una percentuale del 34% circa sul totale). Usufruendo solo in piccola parte di questi reinvestimenti, si ritenne corretto accordare una riduzione al contributo  britannico. Non sto qui a parlare delle modalità con cui questo sconto viene calcolato anno per anno, ma se siete in vena di perdere qualche giornata le potete trovare qui. La parte di fondi che viene a mancare con questo sconto concesso alla GB è coperta dagli altri Stati. In questa tabella potete vedere la suddivisione per paesi stabilita per l’anno 2013 (si noti che l’Italia paga il 20% di questo sconto).

suddivisione della uk correction

 

Cosa cambia per la Gran Bretagna?

La prima cosa che mi viene in mente è che uscendo dall’UE, la GB ristabilirà i propri confini, finora invisibili come nel resto dell’UE. Questo potrà essere scomodo per il turista che desidera farsi una vacanza a Londra, dato che probabilmente gli toccherà avere il visto sul passaporto, come in passato, ma esiste un confine che si scalderà molto presto, secondo me: quello tra Irlanda e Irlanda del Nord. Non mi piacerebbe molto vivere da quelle parti in questo momento.

Si tende quasi sempre a dimenticare che lo United Kingdom (il Regno”Unito”, appunto) è un’Unione, non meno di quella Europea, per quanto più stretta. E il risultato di questo referendum mostra molto chiaramente che questa unione scricchiola molto. La Scozia e l’Irlanda del Nord, due dei Regni, hanno votato compatti per restare nella UE.

All’indomani del voto, infatti, Nicola Sturgeon, Primo Ministro scozzese, ha dichiarato che un nuovo referendum sulla permanenza della Scozia nel Regno Unito è molto probabile. Perché? Beh, perché nello scorso referendum sulla stessa questione l’argomento schiacciante, che ha fatto pendere la bilancia a favore della campagna della non indipendenza da parte della GB, è stata l’uscita della Scozia dalla UE in caso di indipendenza. Salvo poi, qualche tempo dopo, uscire essa stessa dalla UE. Quelle surprise!

Un caso molto simile è quello dell’Irlanda del Nord, che ha votato per rimanere nella UE. Ora, la maggior parte della GB non ha confini diretti con la UE, essendo un’isola, ma l’Irlanda del Nord sì. Si inizia già a parlare di un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda.

Quindi un primo risultato del Brexit potrebbe essere quello di una dissoluzione del Regno Unito, che si ritroverebbe a essere composto soltanto da Inghilterra e Galles (e Gibilterra, ma non so fino a quando ancora).

Un altro grosso cambiamento è che dopo essere uscita dall’UE (perché fino a quando non avrà percorso tutto l’iter stabilito dal Trattato di Lisbona, la GB rimarrà ancora un membro a tutti gli effetti della UE) la Gran Bretagna perderà l’accesso a tutti i fondi di finanziamento della UE. Un solo esempio è quello dell’industria cinematografica, in cui la UE ha contribuito per anni in modo importante (per esempio parte delle riprese per Game of Thrones sono fatte in Irlanda del Nord e pagate con fondi UE). Lo stesso settore avrà anche grossi problemi in caso di reintroduzione dei visti e di aumenti tariffari per le importazioni di merci (attrezzature da ripresa, per esempio).

Nel frattempo un primo cambiamento è già avvenuto ed è effettivo: nella dichiarazione congiunta della Commissione Europea di stamattina Juncker ha detto, chiaro e tondo, che le agevolazioni negoziate tra GB e UE lo scorso Febbraio sono da considerarsi nulle.

E sul piano globale?

Uno dei più entusiasti del risultato è Donald Trump, candidato alle presidenziali USA. Poco importa che il Parlamento inglese sia stato obbligato a decidere se vietargli in modo permanente l’accesso sul proprio territorio nazionale in seguito a una petizione che ha raccolto in breve oltre mezzo milione di firme (il Parlamento inglese è obbligato a dibattere su petizioni che raggiungono un minimo di centomila firme). L’entusiasmo di Trump si comprende bene dalle sue dichiarazioni sulla svalutazione della sterlina (Trump possiede due campi da Golf in Scozia). Per quell’uomo gira tutto intorno al denaro, anzi, al suo denaro.

Un problema molto serio, invece potrebbe sorgere con la Cina. Questa, infatti, ha nella UE il suo più importante partner commerciale, per un volume di esportazioni verso il Vecchio Continente pari a circa 350 miliardi di euro. Da anni la UE cerca di cambiare la politica tariffaria con la Cina, anche per impedire importazioni di merce a condizioni non concorrenziali (la marea di acciaio cinese a basso costo che sta inondando i mercati mondiali, ad esempio). Beh, l’unico Paese della UE che finora si è sempre schierato decisamente dalla parte della Cina è stata la GB. Ora che le cose stanno per cambiare i rapporti commerciali tra UE e Cina dovrebbero farsi più tesi (a tutto svantaggio cinese, secondo me).

Come vedete, prima di esultare per una vittoria di Davide contro Golia, bisognerebbe capire se non si stia parlando, piuttosto, di una Vittoria di Pirro.

Well, Rest In Pieces, Ye Olde Merrie England!

Annunci