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Quando l’iter regolato dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona sarà terminato (richiede due anni dal momento della richiesta di uno Stato membro di lasciare la UE) molte cose cambieranno per la Gran Bretagna.

Una delle cose che cambieranno sarà l’accesso britannico ai fondi per la ricerca stanziati dal Consiglio Europeo per la Ricerca (European Research Council, ERC)   e dalla Commissione Europea. Tale accesso, difatti, sarà precluso o, quantomeno, molto limitato.

Alcuni sostengono che una Gran Bretagna fuori dalla UE possa accedere ai fondi di cui sopra pur non essendo membro (come Norvegia e Svizzera). Il che, per inciso, è corretto. Costoro, però, tendono a dimenticare che i due paesi menzionati hanno ricevuto complessivamente una somma pari a 2,5 miliardi di sterline nell’arco di dieci anni, a fronte degli 8 miliardi allocati in Gran Bretagna nello stesso periodo. Sempre per lo stesso arco di tempo la Gran Bretagna ha ricevuto l’equivalente del 16% sul totale dei fondi a disposizione (seconda solo alla Germania col 17%), mentre tutti i Paesi non UE hanno ricevuto il 7,2% (circa 3,5 miliardi di sterline, di cui, come detto, 2,5 a Norvegia e Svizzera). Per il 2015 la somma investita dall’UE in Gran Bretagna si aggira sul miliardo di sterline.

Vediamo più in dettaglio la situazione attuale.

La Gran Bretagna è il quinto produttore al mondo di articoli scientifici e tecnici (dopo USA, Cina, Giappone e Germania) ma nella classifica degli investimenti nella ricerca di risorse pubbliche e private è solamente al ventesimo, con un investimento pari all’1,63% del proprio PIL. Ciò vuol dire che il contributo dell’Unione Europea ha un peso non irrilevante su tutto il settore ricerca britannico.

L’uscita britannica dalla UE (il cosiddetto #Brexit) potrebbe avere effetti negativi anche sul livello di collaborazione internazionale dei ricercatori inglesi. Sono più che convinto che lo spirito di collaborazione nella ricerca continuerà a esistere, ma la mancanza dei fondi UE renderà difficile al Regno Unito di mantenere il suo attuale livello di collaborazione (e, aggiungerei, di competizione) attuali. Anche un eventuale cambiamento nella politica degli ingressi su territorio britannico o Comunitario potrebbe danneggiare la ricerca nella Gran Bretagna. Infatti, rendere più complicati gli spostamenti potrebbe marginalizzarla come destinazione per i ricercatori.

Tornando ai fondi, abbiamo visto come gli investimenti in Ricerca e Sviluppo finanziati direttamente dalla Gran Bretagna rappresentino una percentuale minima del PIL. Questo rende il paese grandemente dipendente dai fondi UE in questo settore, che ammontano a circa un terzo del totale (poco più di un milardo di sterline su un totale di circa 3,5 miliardi). Molto imprudentemente, invece di investire una percentuale di PIL maggiore nella ricerca, tenendo così i fondi UE come surplus, i governi britannici degli ultimi dieci anni hanno usato questi fondi per puntellare e rattoppare il sistema.

Le Università

Anche le Università britanniche risentirebbero pesantemente della mancanza dei fondi UE. Londra ha, ovviamente, il numero maggiore di Istituti di Ricerca, ma la dipendenza dai fondi UE è distribuita su tutto il territorio nazionale, raggiungendo il suo apice nell’area sudoccidentale del Paese.

Vediamo in dettaglio a quale percentuale ammontano i fondi UE ricevuti da alcune Università britanniche.

Cambridge e Oxford ricevono, rispettivamente, il 20 e il 23% dei propri fondi per la ricerca dalla UE, l’Università di Greenwich il 64% e l’Università di Wolverhampton il 67%. Tra le Università del Gruppo Russel (24 istituti che ricevono i due terzi degli stanziamenti totali per la ricerca in Gran Bretagna) quella che dipende meno da fondi UE è l’Università di Bristol (circa 13,7%) mentre quella che ne dipende di più è la London School of Economics (36,3%).

Tutti i Corsi di Laurea verrebbero colpiti, ma alcuni più di altri. Scienze Forestali, per esempio, riceve il 53% dei propri fondi dalla UE, mentre Biologia Evoluzionistica il 67%. Una materia di studio innovativa come Nanotecnologia dipende per il 62% dei propri fondi dalla UE (gli istituti più colpiti in questo campo sarebbero l’Università di Glasgow, il CTech Innovation e Cambridge). Ma il colpo peggiore arriverebbe nel settore della ricerca biomedica, in cui la Gran Bretagna rappresenta uno dei leader mondiali. Il 40% delle ricerce collegate a Oncologia e Carcinogenesi è finanziato dalla UE. Infine, alcuni settori delle scienze sociali vedrebbe sparire il 94% (!) dei propri fondi.  Nella figura seguente si possono vedere le varie percentuali di fondi percepite in diverse aree di studio.

fondi UE per facoltà universitarie

Le Industrie

Anche i reparti di Ricerca e Sviluppo di molte importanti industrie britanniche beneficiano di fondi UE. Tra esse, come esempio, possiamo considerare la Rolls-Royce (51 milioni di sterline), BT (23,8 milioni, pari al 79,8% dell’investimento totale dell’azienda nel settore ricerca e sviluppo) e la BBC (2,87 milioni).

Conclusioni

Appare evidente che il settore Ricerca e Sviluppo ha moltissimo da perdere da un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Credo che il governo britannico proverà a tamponare questa emorragia di fondi, ma temo anche che un eventuale intervento lascerà dietro di sé molte vittime, specialmente tra gli istituti più esposti.

Fonti

Digital Research Reports, Examining implications of Brexit for the UK research base

Which universities would lose out from Brexit?

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