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Vorrei invitarvi a una breve riflessione sul terrorismo.

Chi si volesse provare a cercarne una definizione in rete si troverebbe davanti a una definizione diversa per ogni ricorrenza. Ad oggi, il terrorismo non è stato ancora definito in modo univoco e chiaro (lo stesso vale per l’estremismo in genere). La definizione più ricorrente è questa: strategia che, mediante l’uso di atti di violenza illegittima, mira a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine (in parte presa dal dizionario treccani).

Ci sono alcuni punti di questa definizione che potrebbero sorprendere. Ad esempio le parole “violenza illegittima”. Ci si potrà chiedere se esiste una violenza che sia “legittima”.

Beh, in effetti esiste ed è una delle caratteristiche degli Stati nazionali.

Max Weber scrisse: “Lo stato è quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

Questo tipo di violenza è prerogativa dello Stato quando, per esempio, impone con mezzi coercitivi (compreso l’uso della forza fisica contro persone e cose) il rispetto del diritto costituzionale e il mantenimento dell’ordine costituito (purché tale applicazione di violenza rispetti le caratteristiche dello Stato di diritto). La legittimità di questo uso della violenza deriva dal potere dello Stato sovrano sul proprio territorio e sulle persone fisiche e giuridiche in esso presenti e costituisce un presupposto necessario per la realizzazione dei poteri legislativo ed esecutivo (per esempio nell’esecuzione di sentenze giudiziarie, nell’impiego della polizia per perseguire reati penali e con il ricorso a interventi militari).

La definizione in alto, quindi, pur essendo manchevole nel dare un quadro preciso di cosa sia il terrorismo lo colloca, però, al di fuori della legalità.

Un’altra parte della definizione che potrebbe far sorgere dei dubbi è “destabilizzarne o restaurarne l’ordine”. Anche in questo caso ci si potrebbe chiedere come si può “restaurare l’ordine” mediante azioni illegali. Basti, a questo proposito, pensare alle azioni di sabotaggio condotte contro i governi Nazisti e Fascisti nella prima metà del ventesimo secolo. Di sicuro quelli che oggi si chiamano “partigiani” da Hitler e Mussolini erano visti come “terroristi”.  Ciò non vuol dire che esista un terrorismo buono e uno cattivo, assolutamente. Vuol dire semplicemente che esistono motivazioni differenti per le azioni terroristiche e, di conseguenza, tipologie differenti di terrorismo.

Un’altra caratteristica che viene aggiunta a molte definizioni è quella di “Metodo e strumento di lotta politica” o di “azioni orientate ad acquisire potere politico”. Il nesso tra terrorismo e politica è stato sempre molto forte. Basti pensare alle Brigate Rosse in Italia.

Il Daesh

Oggi, però, ci troviamo davanti a una forma di terrorismo che ha un duplice aspetto, locale e internazionale. Ormai chiunque conosce il Daesh, ovvero l’autoproclamato califfato in Medioriente, e le gesta di efferata crudeltà con cui mantiene il controllo sui territori che occupa. Quello è il terrorismo locale, politico, classico (per quanto assolutamente eccezionale nella sua brutalità).

L’altro tipo di terrorismo, quello internazionale, avviene al di fuori del territorio occupato dal califfato. Con tutta la buona volontà, non riesco a leggervi lo stesso intento politico di quello locale.

Le azioni di terrorismo svolte in altri paesi hanno, sì, lo scopo di destabilizzare le società in cui avvengono e di terrorizzarne le popolazioni, ma questo non ha alcun effetto diretto sul potere politico che il califfato esercita sui territori che occupa. Sono delle pure e semplici rappresaglie per l’impegno degli Stati nel combattere il califfato e la sua occupazione di parti della Siria e dell’Iraq. Sono azioni di vendetta, null’altro. Anche la speranza che le nazioni colpite ritirino le loro truppe mi sembra poco probabile, visto che, semmai, è palese che ottengono l’effetto contrario.

I paesi che attualmente conducono azioni militari contro il Daesh sono: USA, Australia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Giordania, Marocco, Regno Unito, Russia, Siria, Iran e Iraq (in Iraq e Siria), Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati Arabi (solo in Siria).

Iraq, Siria, Arabia Saudita, Francia, Belgio, Germania, Stati Uniti e Turchia sono stati tutti scena di attentati rivendicati dal Daesh. Una caratteristica accomuna tutti gli attentati in questi paesi: sono sempre diretti contro la popolazione civile e non hanno mai come obbiettivo bersagli politici. É questa la grande differenza tra il terrorismo delle Brigate Rosse (per mantenere l’esempio di prima) e quello del Daesh. Il primo era, a tutti gli effetti, uno strumento di lotta politica; il secondo, invece, non è altro che violenza vendicativa.

Perché si parla di terrorismo allora?

Secondo me la definizione di “terrorismo” applicata agli attentati attribuiti da o rivendicati dal Daesh è impropria. O, meglio, si tratta in effetti di azioni che causano terrore, ma lo fanno attaccando civili a caso, annullando del tutto la dimensione politica dell’azione. Come dicevo, si tratta di violenza gratuita e tentativi di vendicarsi contro la popolazione civile delle nazioni che stanno lottando contro il nazislamico Daesh. (Una nota a questo punto: trovo patetici tutti quelli che sostengono che l’intervento dei paesi occidentali merita gli attentati come risposta, perché “se loro non avessero attaccato i terroristi non avrebbero risposto”, arrivando a giustificare, di fatto, le azioni di quegli asassini. Immagino che cambieranno idea quando ci sarà il primo attentato in Italia).

Quello che questi assassini vogliono ottenere è la destabilizzazione della società Occidentale, a quanto pare soprattutto Europea. E, per quanto mi secchi ammetterlo, stanno avendo successo.

Da cosa si capisce?

Per esempio dal fatto che l’opinione pubblica converge sempre di più sulla colpevolizzazione dell’intera comunità islamica europea, vuoi perché molti terroristi sono islamici, vuoi perché il Daesh rivendica qualsiasi cosa (anche un calo di tensione a Timbuctu, tanto tutto fa brodo) o, più semplicemente, perché l’opinione pubblica è, generalmente, poco e male informata. In questo modo si genere il risentimento che loro usano per far leva sui cosiddetti “lupi solitari” (“vedi? Gli infedeli ti maltrattano. Fagliela pagare”). E poco importa che si tratti di attentatori improvvisati. É tutta acqua per il Daesh nazislamico.

Un altro indicatore del successo della strategia del terrore è l’aumento del successo dei gruppi populisti. La gente non si sente sicura e i governi sono ritenuti colpevoli di questo. Però, impedire a una persona di farsi saltare in aria è impossibile, e chi pensa il contrario e ingenuo e sciocco, così come è impossibile impedire a qualcuno di trasformare in arma un oggetto di uso quotidiano (un coltello, una bottiglia rotta, una macchina o un camion, per esempio). L’unico modo per impedire queste cose è immobilizzare completamente le persone, vietando eventi pubblici, assembramenti di persone e limitando la libertà di movimento. Naturalmente, il governo che si provasse a fare una cosa simile sarebbe solo attaccato più di prima, perché l’opinione pubblica europea vuole sì sentirsi sicura, ma senza rinunciare a nessun privilegio o a nessuna libertà. E così, di fatto, nessun governo si muove, per timore di mettere a rischio la propria posizione.

Possibili azioni di contrasto.

In Francia le principali testate hanno deciso (link in inglese), dopo Nizza e dopo l’assassinio del sacerdote di Rouen, di non pubblicare più le foto dei terroristi, in modo da evitare possibili “glorificazioni postume”. É un inizio, e, secondo me, molto buono. Dopotutto, in parte l’azione terroristica è anche motivata da narcisismo e ricerca di gloria tra i propri simili.

Vedremo mai qualche iniziativa simile nel nostro paese?

É davvero così liberticida sanzionare penalmente il giornale che continua a dare indirettamente manforte ai terroristi continuando a (quasi) esaltarne ogni più piccolo aspetto in nome di qualche copia venduta in più o di qualche click in più?

(Aggiornamento del 02/08/2016
Leggo oggi sul Guardian una riflessione di Bernard-Henri Lévy sulla necessità di non fare pubblicità ai terroristi. Consiglio una lettura attenta.)

Oppure: è davvero così liberticida obbligare i media online (Fatto Quotidiano in testa) a moderare i commenti degli utenti impedendo, così, di alimentare buona parte del clima di odio in cui viviamo?

O ancora: è davvero così liberticida sanzionare direttamente l’Ordine dei Giornalisti se qualche suo membro diffonde informazioni false, decontestualizzate o costruite in modo da attirare lettori a discapito della veridicità e della correttezza dell’informazione? Oggi appellarsi all’OdG è una perdita di tempo. Non arriverebbero né scuse né rettifiche. Ma se l’OdG fosse ritenuto responsabile, secondo me, eserciterebbe le sue funzioni di garanzia per un’informazione corretta con più solerzia.

Ma, al di là di ciò che potrebbero (dovrebbero) fare i mezzi d’informazione, ciascuno di noi può contribuire a fermare l’effetto del terrorismo e, più in generale, della violenza (anche) da esso stimolata.

Smettiamo di condividere i loro ideali (uso della violenza, vendetta, attacchi al sistema, lavaggio del cervello). Smettiamo di condividere qualsiasi notizia solo perché il tono e il modo di impostare la notizia fanno appello ai nostri istinti più bassi (odio, intolleranza, ancora violenza, xenofobia) e perché mostrano una determinata inclinazione acquistiamo prestigio nel nostro gruppo. Smettiamo di informarci su media che sono universalmente riconosciuti come non affidabili (Libero, Il Giornale, Il Fatto Quotidiano [tranne alcuni blog], il Daily Mail, il Sun, Sputnik, la Bild) oppure su siti apertamente bufalari (trovate qui una lunga lista). Non ingaggiamo duelli retorici con persone che sono palesemente non interessate a capire (troll) o con persone che usano le sezioni dei commenti dei quotidiani (Il Fatto è un esempio degno di studi sociologici) per dare sfogo ai loro istinti repressi (i flamer). Isoliamo la gente che usa linguaggi violenti online e anche nella vita reale. Non sprechiamo il nostro tempo a discutere con costoro. Isoliamo i razzisti della rete che alimentano l’intolleranza e l’odio. Segnaliamo commenti violenti, razzisti, discriminatori (lo stesso vale per pagine, gruppi e profili su fb).

Saremo tutti alleati dei terroristi fino a quando non ci renderemo conto che abbiamo il potere di combatterli iniziando a consegnarli alla discarica della Storia, l’oblio.