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Il 4 dicembre prossimo si voterà per il referendum sulla riforma costituzionale.
Ho letto le modifiche proposte nel testo della riforma e, per una serie di ragioni che non vi sto a spiegare, ho deciso che voterò a favore. Prima che iniziate a appoggiare o criticare la mia scelta, un avviso: non me ne frega assolutamente niente delle vostre argomentazioni e non mi interessa convincere nessuno della bontà della mia scelta (questo non è un post di propaganda).

Non mi interessa il confronto per diversi motivi:

  • chi ha svolto le sue ricerche ha già preso la sua decisione, quale che che sia;
  • chi ha preso una decisione non può, in nessun modo, essere convinto a cambiare idea (specialmente da considerazioni che non abbiano come proprio fulcro il testo della riforma);
  • chi non ha svolto ricerche e non si è informato voterà in base a come si sentirà quel giorno o in base a quello che ha sentito dire al bar o, peggio, letto su facebook;
  • non ha alcun senso discutere con chi strepita per il sì o per il no e poi, il 4 dicembre, sarà a casa a grattarsi la pancia o in montagna a sciare.

Quello di cui voglio parlare è il diritto di voto. Fin da giovani ci viene ripetuta la frase “il voto è un diritto, ma anche un dovere”. Ecco, questa è una frase bella e meravigliosa, ma non vuol dire granché. Votare è un dovere, semplicemente.

Il diritto di voto

Il diritto di voto è garantito dall’articolo 48 della Costituzione, che afferma:

Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età.
Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.
La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge.
Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale[1] indicati dalla legge.

Come si può leggere, nella Costituzione il voto è considerato un “dovere civico”. Si dibatte da tempo sul senso di queste parole, anche perché è un “dovere” che non prevede sanzioni in caso di violazione.
Questa è la situazione in Italia. Abbiamo la fortuna di vivere in una democrazia e il voto è una di quelle cose che fa parte del pacchetto “democrazia”, assieme a tutta una serie di libertà individuali (i diritti costituzionali). Trovo anche che, essendo il voto un diritto acquisito da tempo e ormai scontato, almeno in Italia, non sia necessario sperticarsi in retoriche da lotta di classe o in commemorazioni di “partigianesimi” vari per ricordare quanto sia importante esprimere il proprio voto durante un’elezione. Il mio punto è molto più semplice: votare è un dovere utile.
Il voto, infatti, è l’unico mezzo lecito che ha un cittadino maggiorenne di fare sentire il peso della propria decisione e rinunciarvi è una scelta irresponsabile.

Il referendum

Nell’ordinamento italiano esistono 4 strumenti di democrazia diretta:

Il referendum del 4 dicembre è un referendum confermativo (detto anche “referendum costituzionale”, perché utilizzato quando sono state approvate delle modifiche alla Costituzione, ma senza raggiungere una maggioranza dei due terzi dei membri di ciascuna delle Camere). Pertanto sarà utile leggere il testo dell’articolo 138:

Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.
La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi[2].
Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Quindi, per romanzare un po’ la cosa, con il referendum il Parlamento chiede ai cittadini di decidere sulle modifiche della Costituzione.

Votare

Cosa è necessario sapere per votare? Semplice, bisogna sapere quali siano i cambiamenti proposti. Questo, a sua volta, comporta che si conosca ciò che andrà a essere cambiato dalle modifiche votate in Parlamento. Bisogna, quindi, leggere gli articoli della Costituzione che sarebbero soggetti a modifiche (o le parti degli articoli) e anche il testo delle modifiche proposte. Entrambi i testi sono disponibili in rete e basta una ricerca su Google per trovarli, ma per comodità potete trovare qui la Costituzione e qui il testo della riforma.

Dato che considero il voto come un dovere, considero un dovere anche l’informarsi in prima persona sull’argomento per il quale si vota. Ovviamente, non tutti sono capaci di decifrare un linguaggio astruso e macchinoso come quello utilizzato dai politici (nemmeno io lo sono), ma tutti conoscono qualcuno che quella capacità ce l’ha (a meno di non vivere in un eremo di montagna). Quindi bene o male chiunque può farsi un’idea dei cambiamenti proposti e prendere la sua decisione, trasformando il proprio voto in un “voto informato”.

Quindi, informatevi e il 4 dicembre andate a votare!

***

Finisco con una considerazione personale intesa come provocazione.

Il referendum è uno strumento democratico, su questo non discuto, ma è, al contempo, anche il peggiore degli strumenti democratici mediante cui un qualsiasi cittadino può esprimersi su questioni di importanza fondamentale. In un mondo ideale, per votare in un referendum costituzionale un cittadino dovrebbe rispondere a un questionario sul referendum (per vedere se ha davvero idea dell’argomento sul quale è chiamato a votare) ed essere autorizzato a votare solamente se supera un punteggio base individuato come “sufficienza”.

 

 

[1] I casi di indegnità morale a cui si fa riferimento sono le Disposizioni Transitorie e finali XII e XIII, la prima relativa al divieto di rifondare il partito fascista, ai cui capi responsabili era stato negato il diritto di voto per cinque anni, e la seconda relativa a Casa Savoia. I primi due commi di quest’ultima, relativi al voto e all’eleggibilità e all’ingresso e al soggiorno in Italia dei membri di Casa Savoia, sono stati abrogati nel 2002 (fonte: sito del Senato della Repubblica)

[2] significa che non c’è un quorum

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