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Si fa un gran parlare negli ultimi giorni della risoluzione dell’UNESCO che avrebbe, secondo la quasi totalità dei media italiani, stabilito che non esiste alcun legame tra la storia, la cultura e la religione ebraica e il Monte del Tempio (anche noto come Spianata delle Moschee). Sarebbe, in effetti, una dichiarazione gravissima, qualora fosse stata fatta. Tuttavia così non è. Da nessuna parte nella risoluzione incriminata è possibile trovare una simile dichiarazione, né indicazioni che una simile posizione sia, in qualsiasi modo, sostenuta dall’UNESCO.

Perché allora le proteste israeliane, anche veementi e aggressive (la direttrice dell’UNESCO ha ricevuto minacce di morte, Israele ha sospeso qualsiasi collaborazione con l’UNESCO)?

In realtà è molto semplice: nel testo il Monte del Tempio è menzionato solamente col nome che gli danno i musulmani, e non con quello ebraico o inglese (ma del nome in inglese nella protesta israeliana non v’è menzione). Sì, esatto, avete capito bene. Secondo Israele, e molti media italiani, chiamare un luogo con uno dei suoi nomi e non con tutti significa negare i legami culturali e spirituali tra un popolo e quel luogo. E non importa se nel testo è esplicitamente riconosciuto lo stesso legame.

Ecco gli inizi di alcuni articoli (trascuro di proposito gli articoli di pura propaganda razzista antimusulmana di cui potete trovare un esempio qui, naturalmente sul sito de Il Giornale).

Quotidiano.net

“Il Muro del pianto non è degli ebrei”. Unesco choc, Israele rompe rapporti

Risoluzione proposta dai palestinesi, bufera sull’astensione dell’Italia

[…] Israele, con una nota del suo ministro dell’istruzione Naftali Bennett ha sospeso ieri con “effetto immediato” ogni rapporto di Israele con l’Unesco, dopo la risoluzione dell’organismo internazionale secondo cui il Monte del Tempio, noto anche come la Spianata delle moschee, non sarebbe un simbolo ebraico. […]

In questo articolo ci sono diversi errori, secondo me dovuti alla poca professionalità, più che alla vera e propria intenzione di diffondere notizie false. Primo, il virgolettato del titolo. Mettere una frase tra virgolette equivale a citare letteralmente un passo, ma da nessuna parte nella risoluzione si afferma che il Muro del Pianto non sia degli ebrei. Il secondo errore è l’attribuzione della paternità della risoluzione all’Autorità Palestinese, proposta in realtà, come chiunque che si prenda la briga di leggerla può appurare prima ancora di leggerne il testo stesso, da Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan. Terzo errore, il grassetto nel testo citato (il grassetto è mio). Questa affermazione è falsa per lo stesso motivo per cui lo è il titolo. E non sono che le prime parole dell’articolo. Se non è superficialità e scarsa professionalità allora si tratta di un tentativo mirato di suscitare rabbia e indignazione contro l’UNESCO nei lettori.

Il Giornale

Israele ora rompe con l’Unesco per il Tempio dato agli islamici

Il governo di Israele ha deciso di sospendere sin da oggi “tutte le operazioni” con l’Unesco dopo la approvazione, da parte dell’Agenzia Onu per la cultura, di una mozione che nega ogni relazione fra ebraismo e Monte del Tempio.

Il titolo parla da sé. Le parole “per il Tempio dato agli islamici” formano un’affermazione falsa. Il grassetto (sempre mio) evidenzia ancora una volta una informazione inesatta.

Il Foglio

L’Unesco riscrive la storia: il Monte del Tempio e il Muro del pianto non sono luoghi legati all’ebraismo

Una risoluzione del comitato esecutivo ha sancito che questi due luoghi sono sacri soltanto per la religione musulmana, approvando l’utilizzo del solo nome arabo

L’Unesco – l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura – ha deciso che il Monte del Tempio e il Muro del Pianto non hanno nulla a che fare con l’ebraismo. Una risoluzione del comitato esecutivo ha infatti sancito che questi due luoghi sono sacri soltanto per la religione musulmana, approvando l’utilizzo del solo nome arabo, nonostante il riconoscimento “dell’importanza della città vecchia di Gerusalemme e delle sue mura per le tre religioni monoteiste”.

Anche in questo titolo si fanno affermazioni false, atte solo a catturare l’attenzione del lettore (li chiamo titoli accalappiascemi). Un titolo come quello implica che l’UNESCO abbia deciso, ammesso che una cosa del genere si possa decidere, che non esiste alcun legame tra Monte del Tempio e Muro del pianto. Ovviamente solo un perfetto idiota può crede a una cosa del genere (questo va oltre l’ignoranza). Il sottotitolo, poi, introduce una inesistente relazione causa-effetto che non è altro che una pura e semplice interpretazione faziosa da parte dell’articolista e che tenta di suscitare rabbia e indignazione nel lettore, che, da perfetto idiota, rimarrà a leggere tutto l’articolo. Aver accettato il testo con i soli nomi arabi non sancisce nulla ed è, al massimo, fastidioso e poco opportuno, magari anche irrispettoso. Ma dato che la risoluzione è stata proposta da cinque Paesi musulmani, l’uso del solo nome arabo è comprensibile. Sbagliato? Forse. Inopportuno? Sicuramente, data la situazione israelo-palestinese. Ma da lì a costituire la sanzione di un non legame tra ebraismo e quei luoghi sacri ce ne vuole, e affermare che sia così è un’illazione, nella migliore della ipotesi (benché io creda che l’insinuazione sia voluta, visto anche che l’articolo non è firmato e, quindi, l’autore si nasconde dietro l’anonimato). Il grassetto (sempre mio) nel testo sottolinea, ancora una volta, le parti capziose e l’ultima frase riportata evidenzia l’ipocrisia di chi scrive.

Ma il capolavoro è l’articolo di Meotti, sempre sul Foglio.

Il titolo parla da solo:

Unesco in stile Isis, ora mutila Israele

Con una risoluzione, rasi al suolo quattromila anni di Gerusalemme ebraica. L’agenda qatariota-islamista e le scuse contraddittorie della Bokova. Intanto la cultura e le democrazie tacciono e acconsentono.

Evito qualsiasi considerazione su questo perfetto esempio di pessimo giornalismo.

Ma continuiamo. L’autore, nell’articolo, scrive: il primo luogo santo degli ebrei, da oggi non va più chiamato con l’ebraico “Kotel”, ma con l’arabo “al Burak”. Falso. Nessuna cosa simile si trova da nessuna parte nel testo della risoluzione. Altra falsità: per l’Unesco, a Gerusalemme, la storia degli ebrei diventa il mito di colonizzatori destinati a essere spazzati via.

Un’altra distorsione dei fatti è l’affermazione: La guerra dell’Unesco contro Israele è iniziata nel 1974, quando l’Agenzia votò per la cacciata d’Israele da quella esperanto culturale diretta da Amadhou M’Bow, estimatore dello statalismo sovietico più della democrazia liberale e che trasformò l’Unesco da costosa “fabbrica di carta” a tribuna per le crociate ideologiche del Terzo mondo e dei paesi dell’est. Israele non fu ammessa all’UNESCO tra gli anni 1974 e 1976 perché l’organizzazione criticava le politiche archeologiche israeliane a Gerusalemme e fu lo stesso Amadhou M’Bow a spendersi per far accettare Israele nel 1976 (da: Hope & Folly: The United States and Unesco, 1945-1985, di William Preston, Edward S. Herman,Herbert I. Schiller). L’interpretazione di Meotti dimostra chiaramente solo che l’autore è uno strenuo difensore di Israele, costi quello che costi, e un anti-islamico convinto (e, credo, anche convinto della superiorità della cultura occidentale sul Terzo mondo e i paesi dell’est).

Infine, anche la conclusione dell’articolo è da manuale (del piccolo istigatore all’odio): Perché se gli ebrei non hanno legami con Gerusalemme, anche la storia cristiana è un’impostura secondo gli uomini dell’Isis in doppio petto che siedono nel palazzo dell’Unesco in cemento e vetro di Place de Fontenoy a Parigi.

Articoli come quelli citati del Foglio e l’appello di Claudio Cerasa, direttore del Foglio, a manifestare contro l’UNESCO a Roma (appello in cui accosta questa risoluzione alla Shoah…) servono solo a foraggiare odio e, in certa misura, sentimenti anti –islamici e permettono di collocare questa testata tra quella stampa-spazzatura che accoglie anche Libero e Il Giornale.

Il sito del Corriere della Sera pubblica la notizia nella sezione cultura, sotto forma di traduzione di un articolo di Yair Lapid, giornalista israeliano e, perciò, non la persona più obbiettiva sulla questione.

Molto più equilibrati e obiettivi, invece, gli articoli con cui danno notizia della cosa RepubblicaIl Fatto Quotidiano (che, pure, non è brillante per obbiettività) e Famiglia Cristiana.

Infine, ho trovato un solo editoriale che provi a non cavalcare l’onda dell’indignazione e che prenda almeno in considerazione l’ipotesi che l’iper-reazione di Israele sia dovuta a motivi politici e che la scusa dei nomi sia solo una sorta di scusa (ne raccomando vivamente la lettura non solo per quanto riguarda la situazione articolare di cui sto parlando ma anche per avere un’idea dello status di Gerusalemme).

Infine, potete leggere in alcuni articoli del The Times of Israel l’ovvia posizione della stampa locale e i tentativi di trascinare nella questione anche le confessioni cristiane, secondo gli autori, danneggiate tanto quanto quella ebraica, qui e qui.

Come hanno dato la notizia i media europei e americani?
Iniziamo con lo Spiegel, che si limita a dare la notizia titolando: L’Unesco approva la discussa relazione su Israele. Si noti che la Germania ha votato contro la risoluzione.

Il Guardian titola: Israeli anger at Unesco motion’s failure to link holy site to Judaism (La rabbia israeliana contro l’Unesco per il mancato riferimento di un sito sacro al giudaismo). Anche il quotidiano inglese fornisce la notizia obbiettivamente senza includere condanne o assoluzioni. Si noti che anche la Gran Bretagna ha votato contro la risoluzione.

Quel giornalaccio che si chiama Daily Mail, si limita a dare la notizia in toni neutrali, suscitando in me un profondo stupore (il livello è più o meno quello di Libero).

Il New York Times dà la notizia e aggiunge alcuni interessanti particolari sui rapporti tesi tra l’organizzazione e Israele da quando, nel 2011, l’Unesco ha ammesso tra i suoi membro la Palestina. Gli Stati Uniti non hanno diritto di voto nell’Unesco perché hanno smesso di contribuire con la loro quota proprio a causa di quella decisione (così come Israele).

Anche El Mundo ha scelto di pubblicare l’articolo di Yair Lapid.

El Pais pubblica un articolo di Isaac Querub Caro, presidente della Federazione delle comunità giudaiche di Spagna. É ovvia la parzialità dell’intervento.

Le Monde dà la notizia semplicemente.

Mi fermo qua perché sennò diventa davvero lunga.

Ma, esattamente, qual è il testo che ha causato così tanto scalpore?

Potete leggerlo qui, se conoscete l’inglese oppure qui nella mia traduzione in italiano.

 

Conclusioni

Gran parte dei giornalisti italiani tende da sempre a introdurre nei fatti delle interpretazioni personali, quasi sempre funzionali alla promozione di una propria linea e visione politica, scrivendo, de facto, pezzi di propaganda invece che notizie. E gli articoli esaminati lo dimostrano ampiamente.

Gli articoli esaminati mostrano anche une qual certa tendenza del giornalismo italiano a riportare le notizie in modo superficiale, evitando di approfondire i temi ad esse correlate per convenienza o per semplice incompetenza.

I media internazionali tendono, in linea di massima, a essere meno superficiali e a ricorrere alle opinioni il minimo indispensabile. Inoltre, quasi tutti gli articoli internazionali offrono, accanto alla notizia in sé, anche interessanti spunti di riflessione sull’argomento, spunti che non sono inseriti per sostenere l’opinione e la posizione dell’autore.

Considerazione finale

La reazione iper-esagerata di Israele a questa risoluzione dell’Unesco dimostra che il governo israeliano non ha gradito i riferimenti al proprio status di occupante militare di Gerusalemme Est (area in cui si trova la Spianata delle moschee), alle proprie attività di disturbo che impediscono l’accesso ai luoghi sacri in oggetto alla popolazione palestinese, al proprio ostruzionismo per quanto riguarda il restauro dei luoghi sacri in oggetto, agli scavi intrapresi unilateralmente nell’area dei luoghi sacri (che sono sacri alle tre religioni del Libro) e al tono generalmente accusatorio della risoluzione.

I nomi arabi non sono che una scusa per trascinare l’opinione pubblica mondiale in mezzo alla cosa e per suscitare simpatie a proprio favore.

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