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Ma quando capirono che l’impresa era inutile, tutto il paese cadde per sempre in un profondo sconforto.

I populisti sono un grande gruppo di persone dalla più disparata provenienza politica, sociale e geografica. L’unica cosa che hanno in comune è il fatto di odiare le istituzioni. È questo ció che li tiene uniti. Ed essendo questa praticamente l’unica base comune che hanno essi la coltivano, coltivano l’odio che li accomuna e che diventa ció che definisce quello che sono. All’interno del loro gruppo possono sorgere divergenze, anche scontri, ma fino a quando riusciranno a vedere negli “altri” un nemico comune niente potrà disgregarli.
È proprio questa la cosa su cui puntano e su cui fanno leva i loro capi carismatici. Per fare una metafora un po’ crassa, i capi li puntano in una direzione e lasciano che si scatenino, intervenendo solo se la carica perde slancio o se qualcosa puó piantare il seme del dubbio. Quest’ultimo, infatti, è ció che spaventa di più i leader populisti, cioè che i loro seguaci mettano in dubbio le loro parole. Infatti, è sulle parole che essi fondano il loro potere, il loro controllo, non già sui fatti. I fatti sono, per definizione, inconfutabili e, in quanto tali, essi non sono funzionali al populismo che ha bisogno di stimolare le emozioni dei propri adepti per funzionare. E le opinioni si prestano molto più dei fatti a questo scopo, perché un seguace puó identifcarsi in un’opinione, laddove un fatto lo costringerebbe ad accettare una verità che, se in contrasto con le certezze maturate dall’individuo, a sua volta lo costringerebbe a dubitare della validità di tali certezze, a loro volta indotte dal/dai leader.
Pertanto, potremmo affermare che ció che fa funzionare un gruppo populista è la bugia o, nel migliore dei casi, una verità distorta, capziosa o decontestualizzata.
Il che mi porta a un’altra considerazione: in un gruppo populista il flusso delle idee è dall’alto verso il basso. I concetti, le idee e le opinioni che animano il gruppo sono concepiti entro una ristretta cerchia di persone che si colloca al vertice e che le trasmette verso il basso. Possiamo immaginarlo come una sorta di piramide. Man mano che ci si allontana dal vertice le opinioni sono condivise da un più ampio numero di persone e, al contempo, più in basso vengono condivise e più assumono un valore dogmatico, dato che si allontanano dalla loro fonte primaria. Inoltre, più in basso ci si colloca in questa piramide e più si tende a idealizzare la distanza col vertice che viene visto come inarrivabile e, perciò, identificato con l’autorità indiscutibile. Il ragionamento è qualcosa come “Se lo dicono loro, che stanno a capo del nostro gruppo, allora deve per forza essere così, perché non ci mentirebbero mai”. Infatti, se le bugie sono ciò che tiene unito un gruppo populista, è altrettanto vero che esse non sono identificate come tali.
Le bugie sono di per sé negative e dato che è al “nemico” che si attribuiscono i comportamenti negativi, il concetto di bugia è applicato solo verso l’esterno. Mentono quelli che sono fuori del gruppo, non i suoi membri. Il che, a sua volta, porta a considerare virtuoso e onesto solo chi appartiene al gruppo.
Assomiglia molto alla fede religiosa, in effetti, con la differenza che quest’ultima si preoccupa di argomenti spirituali e tende a incentivare con ricompense (o punizioni) ultraterrene un comportamento virtuoso in vita. A scanso di equivoci (e a beneficio degli ignoranti) preciso che il concetto di fede religiosa non si identifica con coloro che la praticano e seguono né, tantomeno, con i ministri di culto di una religione (similmente, il concetto di “potere” non può essere identificato con coloro che lo esercitano: non è il “potere” a essere malvagio, ma l’individio o il gruppo che lo esercita ovvero il modo in cui è usato).
Ognuno di questi gruppi, poi, tende a riconoscersi nella figura carismatica di un leader supremo che, circondato dalla sua cerchia ristretta di boni homines, assurge quasi a figura messianica destinata a offrire al popolo il riscatto dai malvagi tiranni identificati, di solito, con l’etichetta di “poteri forti”.
Quindi, in conclusione, per me i gruppi populisti hanno talmente tante cose in comune coi gruppi religiosi da poter essere definiti delle vere e proprie sette laiche che, sovente, sconfinano nel culto fanatico della persona, anzi, di una particolare persona.
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