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Ormai ci siamo.
Domani, Domenica 4 dicembre, finalmente si va a votare e, comunque vada a finire, è finita una serie di mesi stracolma di stracciature di balle infinite. Se ne sono dette e sentite, scritte e lette, urlate e sussurrate di ogni colore. Nessun colpo basso è stato risparmiato, né da una parte né dall’altra.
Finalmente, nel bene o nel male, questa gran rottura di cazzo è finita.
Detto ciò, rendo noto a chi ancora non lo sapesse che io voterò Sì.
Un Sì convinto.
Il mio non è un Sì a Renzi, non è un Sì al PD e non è un Sì contro Grillo, Salvini e il resto dello zoo.
Il mio è un Sì alle riforme proposte nel testo che per oltre due anni è stato scritto, riscritto, modificato e rimodificato per essere, alla fine, approvato in Parlamento.
A quei Parlamentari che oggi dicono “poteva essere scritta meglio” rispondo con un grandissimo “ANDATE A CAGARE”, perché hanno avuto due anni di tempo per “scriverla meglio” e, invece di fare una vera opposizione politica, si sono limitati a presentare emendamenti per gioco (anche inserire una virgola nel testo o proporre di sostituire la parola “comunque” con “nonostante ciò” sono emendamenti che comportano una discussione), a votare contro questa proposta perché fatta da un governo che a loro non piace e a sbraitare e aizzare l’odio degli elettori (fare opposizione non significa dire no a tutto… questo si chiama “sabotare”) o, più semplicemente, a uscire dall’aula (che grande strategia politica!).
chi-ha-votato
A quelli che temono una “deriva autoritaria” ricordo che al governo ci vanno quelli che ricevono più voti, quindi, invece di piangere su un latte ancora non versato, impegnatevi a portare al governo una figura o un partito che sia degno dei voti che riceve. Non vi piace chi c’è ora e nessuna delle alternative? Nessun problema. Creare un partito non è una cosa complicata e non costa una follia. Se la vostra idea è buona 1.000 firme le trovate al volo. Naturalmente, questo vale per quelli che non si lamentano per sport, perché quel tipo di persone piangerebbe comunque per il gusto di farlo (vittimismo cronico).
A quelli che dicono “Col Senato delle Regioni il PD prenderebbe il potere totale perché controlla più regioni” faccio notare che prima che questo nuovo Senato possa entrare in funzione deve esaurirsi il ciclo delle elezioni regionali e che, quindi, hanno 5 anni di tempo per far eleggere qualcuno che non sia del PD nelle varie regioni. Ma, anche qui, se l’impegno lo mettono solo nei piagnistei ha poco senso qualsiasi discorso.
A quelli che dicono “Mandiamo a casa Renzi” rispondo con un educato “guarda che il referendum non è su Renzi” la prima volta, con un climax ascendente di insulti in base alle volte che continueranno a ripetere il loro mantra.
A quello che dicono “l’italicum” e così via rispondo con un educato “guarda che il referendum non è sulla legge elettorale” la prima volta… (vedi il capoverso precedente per continuare).
Votare Sì dopodomani non significa che dal 5 dicembre l’Italia verrà stravolta.
Una vittoria del Sì sarebbe solamente l’inizio di una serie di riforme e cambiamenti che possono portare l’Italia a essere un Paese funzionante, ma sul serio, invece che relegarla sempre ai primi posti in classifica per inefficienza e difficoltà di fare qualsiasi cosa.
Un esempio? Il Senato delle Regioni, che improvvisamente tutti vogliono votare direttamente.
Intanto, mi chiedo quanti siano, tra coloro che “difendono il diritto a eleggere il Senato”, quelli che non votano da decenni, quelli che non hanno mai votato per il Senato perché non avevano ancora l’età per poterlo fare (tutti quelli che oggi hanno tra 18 e 27 anni), quelli che hanno sempre votato per i Senatori della “casta”, ma dal 2013 sono, catarticamente, diventati puri e così via.
Dal testo della riforma: ART. 57. – Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. […] La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi […].
Dunque, ci saranno 100 senatori, di cui 74 eletti tra i consiglieri regionali, 21 tra i sindaci e 5 che “possono” essere nominati dal Presidente della Repubblica (“possono”, non “sono”).
La cosa importante da notare, però, sono queste parole: “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Significa che quando i “medesimi organi” vengono rinnovati (cioè quando ci saranno elezioni regionali o comunali che interessino un comune il cui sindaco è anche senatore) l’elettore esprimerà, oltre al voto per la situazione presente (elezioni regionali o comunali), anche un voto per il candidato che vedrebbero come senatore. Il testo dice esplicitamente “scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, non dice né “consiglieri regionali” né “sindaci”, ma “candidati regionali”.
Questo comporta anche che un senatore, se non viene rieletto consigliere regionale o sindaco, decade automaticamente dal suo ruolo di senatore, lasciando il posto a un altro, ritenuto più affidabile, rendendo, quindi, il Senato un’organo fluido e non irrigidito e ingessato per tutta una legislatura (quest’ultimo concetto stesso non varrà più per il Senato, perché cambierà man mano che ci saranno le elezioni regionali e comunali).
Certo, è diverso dall’eleggere direttamente un senatore, ma nessun diritto viene tolto agli elettori.
Mi fermo qui perché non ho voglia di allungare il discorso e perché non ho voglia di dibattiti infiniti (né mi interessa far sfogare il naysayer di turno).
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