Tag

, , , , , ,

Sono X e vivo dentro un cubo.

I grandi progressi della medicina e della tecnologia nel ventiquattresimo secolo hanno portato alla nascita della mia specie, i prescienti. Alcuni avevano compreso che l’imprevedibilità degli eventi sarebbe sempre stata un pericolo per i loro affari e così avevano investito somme enormi di denaro in progetti di ricerca per imbrigliare le probabilità e, in definitiva, il futuro. Decenni di insuccessi furono seguiti da alcuni timidi successi che condussero, infine, alla nascita del primo dei prescienti. Erano in pochi e non potevano riprodursi. Li avevano creati sterili per controllarli, ma questo comportava anche che il loro numero fosse esiguo.

Essere presciente vuol dire, letteralmente, leggere il futuro, prevedere gli eventi e influenzarli.

Siamo in pochi e, per questo, sono anche in pochi quelli che possono permettersi i nostri servigi. Beh, quelli dei miei fratelli normali, almeno. Infatti, non tutto filò liscio per i signori delle probabilità.

In mezzo a questi pochi prescienti, ancora di meno sono quelli come me, i Listing. E nessuno può usare un Listing. Eravamo in dieci. Potenti. Onnipotenti, direbbe qualcuno.

Ora siamo in tre soltanto.

Qualcosa in noi è terribilmente, meravigliosamente sbagliata. Siamo nati prescienti come gli altri. Ma la nostra capacità di prevedere gli eventi si evolve in modo diverso e a diverse età. É come se un qualche gene latente si attivasse all’improvviso.

Una cosa ci accomuna e, al contempo, ci differenzia dagli altri: possiamo vedere solo eventi che riguardano noi stessi e solo immediatamente prima che accadano.

Tali caratteristiche non potevano essere sfruttate con profitto. Noi non potevamo essere schiavizzati e, cosa per alcuni versi peggiore, eravamo perfettamente in grado di riprodurci. Quindi diventammo pericolosi e reietti.

Ci cercarono e ci trovarono, uno per volta.

Alcuni di noi Listing avevano messo a frutto la propria anomalia per ritagliarsi uno spazio nel mondo. Ma eravamo temuti, perché per loro rappresentavamo l’incarnazione dell’imprevedibilità. Non puoi controllare chi può prevedere e, quindi, determinare il proprio futuro.

Mi accorsi di essere un Listing a dieci anni. Diedi la mano a mio fratello e vidi nella mia mente che sarei caduto dalle scale dopo averlo salutato. Le cose andarono esattamente così. Per essere più preciso dovrei dire che “ricordai” di essere caduto dopo aver dato la mano a mio fratello, perché la sensazione che si prova è quella di vedere un ricordo prendere vita davanti ai propri occhi.

Vivo in un cubo da tre anni ormai.

Potrebbe sembrare terribile per un normale essere umano vivere in uno spazio di tre metri per tre metri per tre metri, senza finestre, con una luce fioca come unica compagnia, due pasti al giorno e senza vedere un altro essere umano. Sì, non vedo un volto umano da tre anni, che sia di altri o il mio (non ci sono specchi nel mio cubo).

Come dicevo, essere un Listing permettere di predire, entro certi limiti, il proprio futuro. In due di noi questa capacità si manifestava mediante la vista. A loro bastava guardare qualcuno per ritrovarsi immediatamente immersi in “ricordi” di avvenimenti che sarebbero accaduti da lì a poco. Erano destinati a impazzire. Dopo un po’ non riuscivano più a distinguere la realtà dai “ricordi” e il loro cervello andò in pappa. Non fu una bella morte la loro. Quando li trovarono erano ancora vivi, ma meno reattivi di un albero. Non si riuscì nemmeno a nutrirli e morirono di fame entro pochi giorni, tra gli spasmi mentali di ricordi fasulli. (Se vi state chiedendo perché non li avessero nutriti per via endovenosa vi basti ricordare quanto poco la morale abbia senso nella nostra epoca.)

Tre di noi, invece, riuscivano a esercitare la loro dote in modo controllato. Non ho mai saputo i loro nomi, quindi ho sempre pensato a loro come Terza, Quarta e Quinto. Non sono esattamente creativo coi nomi, come avrete capito. Terza, la più carismatica dei tre, convinse gli altri due a unirsi a lei per fondare il loro impero economico. Per qualche tempo riuscirono a dominare i mercati finanziari, ma nemmeno loro potevano prevedere un suppostone di un chilotone sganciato dalla troposfera. “Ma non ci sono state vittime collaterali?”, chiederete. Beh, per cancellare i tre Listing andava bene tutto, anche più del milione di newyorchesi trasformati in esili sbuffi di fumo (si veda sopra, per quanto concerne la morale).

Il sesto Listing a essere scovato aveva una dote strana anche per noi. Riusciva a vedere interi giorni di “ricordi” solamente ascoltando una voce. Resistette per tre anni prima di impiccarsi sotto un ponte a Londra, dove fu trovato dai nostri nemici. Con grande sollievo per loro. Sesto, altro nome di fantasia, poteva essere il più potente di noi se non avesse avuto lo svantaggio di cadere in catalessi durante i suoi “ricordi” per poi svegliarsi quasi privo di energia.

Settimo, invece, era il più furbo di tutti noi. Si trasferì su uno sperduto arcipelago nel Pacifico dove visse per anni senza alcun problema. I pochi altri abitanti delle isole evitavano quello strambo individuo che parlava da solo. Alcuni gli attribuivano poteri sovrannaturali, non sospettando nemmeno quanto fossero vicini alla realtà. Scoprirono Settimo per caso, quando un pezzo grosso della loro organizzazione fece scalo proprio in quell’arcipelago e sentì parlare dello straniero che vedeva il futuro. Il resto fu un gioco da ragazzi. Le isole tornarono a essere insignificanti per il resto del mondo, come sempre erano state e sempre sarebbero rimaste.

Rimaniamo in tre. Io vivo in un cubo, Ottavia (lo so…) in una piramide e il Nonno (sì, lo so… non dite nulla) in una sfera.

Ottavia non fu catturata. Si consegnò spontaneamente. Era una fervente persecutrice di Listing (aveva catturato lei Sesto e Settimo), feroce e implacabile. Li odiava al punto da averne fatto la sua ossessione. Proprio per questo motivo scoprire di essere diventata la sua stessa nemesi l’avrebbe dovuta distruggere. Ma non fu così. L’odio per se stessa era forte, forse ancora più che per gli altri Listing. Detestava la propria condizione al punto da volersi punire per essere diventata ciò che aveva giurato di distruggere. Decise di punire la sua debolezza e si fece rinchiudere nelle condizioni peggiori possibili. Da allora saranno passati più o meno dieci anni. Dieci lunghi anni in una piramide, isolata. Anni trascorsi da sola con se stessa. In pessima compagnia, direi, dato che Ottavia è sempre stata una vera stronza.

Il Nonno è proprio come il suo nome fa intendere: vecchio. Scoprì la sua maledizione a settant’anni suonati e non riuscì a capacitarsene. Aveva lavorato tutta una vita come presciente e ora, in veneranda età, era stato destinato alla parte dei condannati. Quando il Nonno si rese conto di quello che era diventato, chiese aiuto al suo datore di lavoro, ovvero il direttore della struttura di cui sono ospite. Sì, perché lui era un presciente giuridico, utilizzato durante gli interrogatori e i processi. Aveva accettato di buon grado la situazione, anche perché, diceva, prima o poi la vita deve finire.

E, infine, ci sono io, Groonthar (lo so, vi aspettavate “Decimo”, ma il mio nome lo conosco…). Sono atipico per essere un Listing. I miei “ricordi” si manifestano col tocco, ma non funzionano sempre, anzi. Dopo la volta in cui mio fratello portò alla luce le mie capacità, mi è successo solo in altre tre occasioni. La mia prescienza, infatti, funziona solo nel momento in cui tocco persone con eterocromia. Abbastanza inutile, in effetti, data la rarità di individui che presentano tale mutazione. Tuttavia, la terza volta mi successe, purtroppo, in presenza di un presciente normale, il quale pensò bene di aizzarmi contro una squadra di anti-Listing. Che sia maledetto in eterno e che le fiamme di dodici inferni lo brucino fino alla fine dei tempi!

Non solo il mio talento non vale niente, ma mi ha anche fatto guadagnare un biglietto di sola andata per questo cubicolo della malora. Tutto qui dentro è studiato per farmi dimenticare chi o cosa sono. Qua dentro non sono un Listing, non sono un presciente, non sono un essere umano. Non sono niente. Qua dentro sono X, e dato che “qua dentro” è il mio intero mondo da tre anni, io sono X e sono tutto. Per me stesso rappresento l’intera umanità. Qua dentro sono ogni cosa. Sono l’universo, sono il nulla, sono un dio.

Sono X, e vivo dentro un cubo.

Non so perché mi abbiano rifilato un cubo, ma non me ne posso lamentare. Se vivessi in una piramide, come Ottavia, probabilmente sarei già impazzito. Non c’è spazio per stare in piedi se non al centro esatto della stanza. Probabilmente è questo che fa lei. Passa le sue giornate cercando di stare in piedi in mezzo alla sua cella piramidale. Oppure no. Non ne ho idea, perché vivo in un cubo da tre anni. Se, invece, mi avessero assegnato una cella sferica, come Nonno, probabilmente sarei rimasto sdraiato per ore e ore e ore. Però non so cosa faccia Nonno, in effetti. Magari con lui sono stati benevoli in questi anni, visto che si è consegnato a loro dopo decenni di onorata carriera. Dove Ottavia raffigura la pazzia (e lo sarà probabilmente anche di più ora), Nonno rappresenta la gentilezza. Non aveva mai fatto male a nessuno, da quanto sapevo, a meno di non voler considerare tutti quelli che aveva contribuito a far giustiziare. Sì, il progresso e l’evoluzione ci hanno riportato alla pena di morte (per il concetto di morale…).

Sono X, e vivo dentro un cubo.

Poi, c’è l’ultimo “ricordo”. É, assieme, la cosa più spaventosa e più meravigliosa che mi sia mai capitata, nonché la ragione per cui annoto queste parole. Oggi, come tutti i giorni da tre anni, ho toccato la mano della persona che mi ha portato il pranzo. Non che lo volessi, ma prendendo il piatto dalle sue mani il tocco era inevitabile. Appena la mia pelle ha sfiorato la sua ho “ricordato” che entro la fine della giornata sarei stato giustiziato assieme a Ottavia e Nonno.
Alla fine nemmeno il vecchio babbione e la pazza scatenata sarebbero sopravvissuti.

Sono Groonthar, e oggi uscirò dal cubo.