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«Non vedo l’ora di tornare a casa», disse Roll, un attimo prima che un proiettile di energia gli facesse esplodere la testa, spalmandola sul muro di fianco a lui.

«Correte!» urlò qualcuno. Il gruppo si disperse in tutte le direzioni. Il rumore delle scariche tagliava l’aria alla stessa velocità degli impulsi.

«Laser a impulsi? Dove hanno trovato armi del genere?!» gridò uno dei soldati Gaantu. Nessuno rispose. Erano tutti troppo impegnati a correre per salvarsi la pelle. Loro erano armati solo di spade e asce, perché a loro toccava il lavoro sporco. Le armi più avanzate, infatti, erano riservate ai battaglioni superiori, deputati alla difesa dei membri del Parlamento gaantiano e dalle capitale della Repubblica.

Qualcuno entrò nei ruderi ai lati della strada, solo per finire infilzato sui più tradizionali pali appuntiti usati come lance. Altri continuavano a correre in strada, dove venivano falciati da micidiali raffiche. Solo i pochi che decisero di scendere nelle cripte riuscirono a sfuggire alla furia degli Horlach sopravvissuti all’attacco.

Il gruppo era partito settimane prima dalla città di Gaan per porre fine all’esistenza della razza Horlach. L’operazione era andata come previsto. Tutto era stato pianificato fin nei minimi particolari dagli strateghi Gaantu. Sarebbe stato l’ultima battaglia, la fine della Lunga Guerra. Da oltre cento cicli i Gaantu attaccavano i loro nemici senza pietà. Sebbene nessuno ricordasse più che cosa avesse acceso il conflitto, il loro impegno era più che mai teso alla completa eliminazione della razza Horlach. Provincia dopo provincia, città dopo città. Casa dopo casa, quando necessario. Ormai tutti gli Horlach sopravvissuti si erano rifugiati nella loro capitale, Horl, la loro ultima roccaforte o, per dirla col generale Wangold, comandante di tutte le forze Gaantu, “la loro tomba”.

L’attacco a Horl era iniziato come tutti gli altri. Le armate Gaantu si erano avvicinate alla città col favore della notte. Poco prima dell’alba erano iniziati i bombardamenti che si erano protratti per ore e l’assalto generale fu lanciato quando ormai solo pochissimi edifici erano in piedi.

Quello con cui lo stato maggiore dei Gaantu non aveva fatto i conti era che gli Horlach avevano preparato le difese per quell’attacco da decenni.

Le infinite vittime della ferocia Gaantu avevano insegnato ai capi tra gli Horlach che nessuna diplomazia, nessuna trattativa aveva ragione di esistere. Ogni gruppo di edifici era stato dotato di un rifugio sotterraneo capace di resistere ai bombardamenti più feroci. Provviste e armi erano state ammassate in vista dell’attacco finale. Non le solite armi bianche, però. Gli Horlach erano riusciti a impossessarsi di alcuni carichi di armi Gaantu, fucili, pistole, mitragliatrici e cannoni

Il piano era molto efficace nella sua crudeltà. I loro scienziati avevano iniziato a studiare un’arma che avrebbe potuto capovolgere le sorti della guerra. Tuttavia, la complessità della realizzazione andava oltre le loro capacità quando iniziarono. Avevano bisogno di molto tempo e i capi della razza Horlach compresero che se gli scienziati non avessero potuto lavorare nell’assoluto segreto i Gaantu avrebbero fatto qualsiasi cosa per fermarli. Dato che tempi critici richiedevano decisioni critiche, tutti gli Horlach che avevano lavorato alla costruzione dei lavoratori dedicati allo sviluppo dell’arma furono eliminati. Esisteva un modo molto semplice per ottenere questo scopo: li mandarono in prima linea, sotto il fuoco nemico. Migliaia e migliaia di Horlach furono sacrificati in inutili difese di obbiettivi indifendibili, tutto per far guadagnare tempo agli scienziati.

Tutto fu pronto pochi giorni prima dell’attacco a Horl.

***

«I Gaantu sono alle porte, Wir. Dobbiamo iniziare l’evacuazione della città. Tutti devono scendere nei bunker. Che ciascuno porti solo ciò che riesce a trasportare a mano.»

L’Horlach chiamato Wir inviò il messaggio agli altri capisquadra e distrusse l’attrezzatura con cui aveva lavorato fino a pochi giorni prima. Doveva assicurarsi che per nessun motivo le loro ricerche e i progetti finissero in mano ai nemici, nel caso in cui la macchina non avesse funzionato.

Oggi finirà tutto, in un modo o nell’altro, pensò Cnarl. Lo stesso fatalismo aveva accompagnato tutte le fasi della costruzione dell’arma Horlach. Se avesse funzionato avrebbero vinto la guerra, in caso contrario sarebbero stati sterminati fino all’ultimo. In entrambi i casi la guerra sarebbe finita quel giorno.

Wir e Cnarl raggiunsero gli altri tre scienziati con cui avevano collaborato per creare la loro arma. Ognuno di essi inserì la propria chiave nell’apposito slot e allo scadere di un conto alla rovescia centralizzato le girarono.

Il silenzio che si diffuse dalla macchina li terrorizzò completamente.

«Ce l’avete fatta! Ce l’avete fatta! Abbiamo vinto!» urlò qualcuno dal comunicatore di Wir.

Avevano vinto! La guerra eterna era finita. E loro, non i Gaantu, sarebbero stati padroni nel pianeta.

Loro, i padroni del tempo.

***

Da quando gli Horlach avevano vinto la guerra, Wir e Cnarl erano diventati cacciatori. Percorrevano i territori che i Gaantu avevano occupato per anni uccidendo qualsiasi Gaantu riuscissero a scovare.

Il loro compito era assolutamente privo di rischi, perché i cinque scienziati erano riusciti a fermare il tempo.

Soltanto gli Horlach erano immuni, soltanto loro potevano muoversi, soltanto per loro il tempo continuava a scorrere. L’arma che avevano costruito fermava ogni altra cosa. I Gaantu, gli animali, l’acqua, il vento, la luce… ogni cosa.

Il mondo era piombato nel buio più assoluto perché la luce non poteva più muoversi. I cacciatori Horlach indossavano degli elmetti illuminanti per vedere nell’oscurità. Il fatto che il tempo continuasse a scorrere per tutto ciò che veniva in contatto con un Horlach dipendeva dall’idea di usare il loro DNA come parametro su cui impostare la loro arma. Se toccavano l’acqua essa tornava a scorrere, anche se solo intorno alle loro mani. La luce scorreva a contatto coi loro corpi, riflettendosi normalmente, ma a pochi centimetri dai loro corpi si fermava di nuovo.

Le riserve di cibo che avevano accumulato li avrebbero tenuti in vita fino a quando anche l’ultimo Gaantu sarebbe stato ucciso. Poi avrebbero spento la macchina e il tempo avrebbe ricominciato a scorrere.

***

Tre anni dopo la fine della guerra gli scienziati si erano resi conto che non sarebbero sopravvissuti per un altro anno. Avevano calcolato che avrebbero finito lo sterminio dei loro nemici entro due anni e il governo Horlach aveva fatto accumulare provviste per sopravvivere per quel lasso di tempo. Tuttavia, il cibo aveva iniziato a scarseggiare molto prima dei Gaantu. Erano semplicemente troppi. O gli Horlach sopravvissuti erano troppo pochi. Alla fine, comunque fosse, gli Horlach erano di nuovo destinati a scomparire.

L’assenza di luce e di impollinatori avevano causato l’estinzione della vita vegetale. Gli animali che vivevano in stasi, costituivano una fonte di nutrimento, ma senza lo scorrere del tempo non poteva esistere il fuoco e senza fuoco dovevano nutrirsi di carne cruda. E non tutti i cacciatori si limitavano agli animali.

***

Cnarl era morto da qualche settimana. A Wir mancava il suo amico, ma non poteva fermarsi adesso. Presi dalla disperazione avevano spento l’arma. Morire in guerra era molto meglio che morire di fame lentamente. Piuttosto che finire i loro giorni nell’inedia avevano deciso di rimettere in moto il tempo. La luce, le piante, gli animali, i Gaantu… tutto sarebbe tornato in vita. E con quell’arma a disposizione avrebbero potuto costringere i Gaantu alla pace.

Tuttavia, non aveva funzionato. Pur spegnendo l’arma il tempo non aveva ripreso a scorrere.

Wir non dormiva da giorni, non mangiava da giorni e l’unica cosa che aveva in abbondanza, l’acqua, gli causava la nausea. Aveva scoperto cosa avrebbe potuto porre fine alle sofferenze della sua razza e, con essa, del mondo intero. Sulle montagne a nord di Horl viveva una razza di individui dal sangue misto, metà Horlach e metà Gaantu. L’arma non funzionava su di loro, a causa del loro DNA misto. Wir scoprì che l’unica cosa che non poteva eliminare dalla macchina era il DNA Horlach. Qualsiasi cosa avesse provato, lo aveva riportato immancabilmente al DNA usato per regolare l’arma. Gli serviva il sangue misto dei montanari per alterare la macchina e per impedire alla sua razza di essere sterminata dalla fame. Un bambino, aveva bisogno di un bambino dal sangue misto. Il suo sangue sarebbe stato la chiave per porre fine a tutte le sofferenze.

Raggiunse il villaggio di montagna sul fare dell’alba e si diresse direttamente alla sala del Consiglio. Non avrebbe sequestrato il bambino. Non avrebbe fatto del male a nessuno. Aveva ucciso così tanti Gaantu inermi da provare ribrezzo per se stesso. I Gaantu erano vivi. Continuavano a vivere e non invecchiavano. Il tempo, semplicemente, per loro non scorreva. Wir aveva capito presto che togliere la vita alle sue vittime scavava un barato nella sua anima. Non avrebbe fatto del male a nessuno, men che mai a un bambino.

***

«… ed è per questo motivo che mi serve il vostro DNA. Il mondo sta morendo, e noi ci stiamo trascinando nella nostra decadenza. Voglio porre fine a tutto questo. Anche voi non potete vivere per sempre in un mondo in stasi.»

Il capo del villaggio di montanari era d’accordo con Wir. Non avrebbero potuto sopravvivere in quel mondo privo di tempo, privo di vita. La sua gente poteva muoversi, questo era vero, ma stavano morendo uno dopo l’altro.

«Amico mio, non sai per quanto tempo ho atteso questo raggio di speranza. Negli ultimi mesi ho visto morire metà del mio villaggio. I primi a morire sono stati i nostri figli, e soltanto uno di essi, mio figlio, è ancora in vita. E non per molto, temo. Seguimi, perché non abbiamo molto tempo.»

***

Il figlio del capo morì pochi minuti dopo il prelievo di Wir. Se lo scienziato avesse tardato anche solo di mezz’ora, se avesse fatto una svolta sbagliata o scelto un percorso di poco più lungo, tutti gli Horlach e i montanari sarebbero stati condannati per sempre a quella non esistenza travestita da vita.

***

Quando Wir ritornò a Horl si diresse immediatamente al laboratorio. Doveva porre fine alla tremenda sciagura che avevano scatenato sul loro mondo.

Gli occorsero due giorni per riscrivere il programma dell’arma. Quando erano ancora in cinque avrebbero impiegato poche ore.

Tutto era pronto ormai. Wir era pronto. Avrebbe posto fine a tutta la sofferenza che avevano causato.

L’ultima cosa che rimaneva da fare era spingere il pulsante. Wir si concesse qualche breve attimo per calmare il battito del suo cuore. Un suo dito avrebbe finalmente posto fine alla sofferenza di decine di milioni di esseri viventi.

Il potere di un dio in un polpastrello.

Wir premette il pulsante e si diresse verso la sua camera. L’arma ci avrebbe messo cinque minuti per attivarsi e lui non voleva restare in quel laboratorio più a lungo.

Raggiunse la sua camera e si sedette alla sua scrivania.

Due minuti ancora. Wir si passò una mano nei capelli, ravvivandoli.

I secondi non scorrevano abbastanza in fretta per lo scienziato Horlach. Era impaziente.

Un solo minuto, ormai.

L’arma entrò in funzione mentre Wir stava abbassando il braccio per poggiarlo sulla scrivania.

L’effetto dell’arma lo colse a metà del gesto, bloccando, assieme al braccio, anche il sorriso che si era formato sulle sue labbra.