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Dicono che nelle profondità della terra siano all’opera forze colossali che rimescolano continuamente fiumi incandescenti che scorrono senza fermarsi mai. A volte, raccontano, queste forze trovano la via per sfuggire in superficie e in quelle occasioni il mondo degli uomini viene scosso e sconquassato da terremoti. Sinistri presagi solgono accompagnare quegli eventi e quando il ventre della terra rigurgita il proprio sangue rovente i corvi banchettano con molta più abbondanza del solito.

Alev Kizgin era nato durante uno di questi eventi.

La notte in cui vide la luce era rischiarata dai bagliori rossastri causati dalle esplosioni del monte Korr. Nubi roventi scolpivano i fianchi della montagna, sradicando ogni più minuscolo arbusto dalla sua sede e consumando finanche la cenere nella furia della sua fame insaziabile. L’intera Dorsale era stata percorsa da brividi irrefrenabili quella notte, al punto che la gente delle tribù Jarii la ricordava ancora oggi, a vent’anni di distanza, come Notte del Tremore o, più semplicemente, il Tremore. Gli Jarii erano nomadi che percorrevano i sentieri polverosi nell’emisfero a Sud della Dorsale, e se il Tremore era entrato a far parte delle loro canzoni e tradizioni, tanto più esso aveva segnato e sfregiato le poche comunità stanziatesi ai piedi della Dorsale stessa.

Alev, dicevamo, era nato nella Notte del Tremore. La sua famiglia viveva a Stix, città di fabbri e armaioli immediatamente a Nord della Dorsale. Il carattere particolare degli abitanti di Stix li aveva resi adusi al fuoco in tutte le sue manifestazioni, ma nulla avrebbe potuto prepararli al Tremore. Le fiamme devastarono le botteghe e le taverne con una ferocia degna di un branco di draghi infuriati. E, invero, ci fu chi parlò dell’alito dei draghi, perché un forte vento iniziò a spirare verso occidente, trascinando con sé così tanta fuliggine da annerire il fuoco stesso. Uno di testimoni di tale fenomeno fu il padre di Alev, che decise di trarre da quella manifestazione di furia naturale il nome del figlio. Alev Kizgin, appunto, Fiamma Nera. Intorno ai focolari la gente continua ancora a sussurrare che strani riti ebbero luogo durante l’imposizione del nome a quel neonato e che il bambino avesse osservato tutto in un innaturale silenzio.

 

Alev non ricordava di aver mai vissuto senza un’arma al suo fianco. Che fosse un pugnale, una spada, un arco o un semplice bastone da guerra, aveva sempre avuto a disposizione un modo per difendersi o, all’occorrenza, per spegnere una vita. Si sentiva nudo senza una lama e, sfortunatamente, quel giorno il suo pugnale si era spezzato nel più inopportuno dei modi. Stava disossando un cork e la lama si era incastrata in un osso. Provando a estrarre l’arma, questa aveva emesso un sonoro clang e si era spezzata a metà. Alev aveva maledetto tutti quelli che conosceva, mortali o immortali, ma alla fine aveva dovuto accettare l’amara verità: da quando lui era nato non esistevano più armi degne di quel nome. I migliori armaioli erano concentrati a Stix. Non esisteva lama migliore al mondo di quelle forgiate in quella città, la città di Alev. Il suo stesso padre era un armaiolo di fama incontrastata. Ma il Tremore aveva spazzato via quasi l’intera città. E non erano pochi quelli che imputavano proprio alla sua nascita la sventura che si era abbattuta sulla loro città.

Quando era morto suo padre, Alev scoprì quanto la gente potesse credere alle ipotesi più assurde pur di dare un senso a qualcosa di apparentemente inspiegabile. Un solo giorno dopo la cerimonia funebre iniziò a notare che le persone che conosceva da una vita mormoravano tra di loro quando lui passava. Altri, invece, smettevano di fare qualsiasi cosa stessero facendo per fissarlo. Nei loro occhi il ragazzo leggeva un timore che non riusciva a spiegarsi. Lo trattavano con cautela, come se fosse pericoloso. Ma la cosa che lo feriva più di tutte le altre era il disgusto che percepiva in quelli che ancora gli rivolgevano la parola. Sempre più spesso lo coglieva a sussurrare le parole Figlio del Tremore. Capì che il tempo che gli era stato concesso a Stix stava per volgere al termine nel giorno in cui fu affrontato da un gruppetto di suoi coetanei che, senza alcuna provocazione, iniziarono a insultarlo e a malmenarlo. Alev era stato addestrato da suo padre nella forgia, o in quello che ne rimaneva, e, quindi, la sua muscolatura era molto sviluppata. Riuscì a difendersi a stento ma, nel farlo, spezzò il braccio di Cavled al gomito. Nella furia che era sorta in lui perché non capiva il motivo dell’aggressione, aveva storto il braccio del suo ex amico con così tanta forza da rompere l’articolazione che, esplodendo, aveva perforato la pelle. Quando vide gli sguardi inorriditi degli altri si rese conto che se non fosse scomparso da Stix lo avrebbero rinchiuso o, peggio, giustiziato. Ormai aveva capito che non poteva aspettarsi alcuna comprensione e che fino a quel momento solo l’influenza di suo padre lo aveva tenuto al sicuro.

Per tutti lui era il Figlio del Tremore.