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La Dorsale percorreva il mondo in linea retta, come un monumentale serpente che si mordeva la coda.

I suoi alti picchi dividevano il pianeta in due parti. Col passare dei secoli nel Nord era sorto un regno che unificava l’intero emisfero: il regno di Cremnar. Nell’emisfero meridionale, invece, i pochi insediamenti permanenti erano costantemente esposti agli attacchi delle tribù degli Jarii, nomadi predoni.

Oltre a dividere nettamente il mondo, la Dorsale contribuiva anche a fare del Sud una landa semidesertica e, in gran parte, desolata. Pochi fiumi e pochissimi laghi si trovavano in quelle terre, il che rendeva l’acqua la risorsa più preziosa. Il Nord, invece, era ricco di acqua, al punto che l’unico mare del pianeta, chiamato semplicemente Mare dai Cremnariti occupava poco meno di un terzo dell’emisfero. Nel regno, inoltre, non mancavano fiumi dalla grande portata e numerosi laghi, pur se di dimensioni contenute.

Mentre nell’emisfero meridionale esistevano soltanto tre vere e proprie città, Phlor, Kintarr e Pelgor, quello settentrionale era costellato di centri urbani, dai piccoli villaggi di cacciatori come Shywor, fino alle metropoli come Rankor, capitale del Regno di Cremnar. Rankor era anche la sede del Culto dei Culti e questa caratteristica, prima ancora che la sua importanza politica, la rendeva a tutti gli effetti la città più importante del pianeta. A nord della Dorsale, infatti, il vero potere era in mano ai sacerdoti dei Dieci Culti, a loro volta governati dal Culto dei Culti.

 

Il pensiero di Gon tornava di frequente alla religione, mentre correva verso il luogo in cui era caduto l’oggetto, più meno dalle parti di Stix, la città devastata. Gon ricordava ancora la Notte del Tremore. Aveva dieci anni all’epoca e le mura della sua capanna, a Shywor, ovvero a due giorni buoni di distanza da Stix, avevano tremato con violenza. Suo padre lo aveva rassicurato, ma lo aveva anche sentito borbottare a mezza voce che di Stix non sarebbe rimasto in piedi granché. Gon ebbe modo di verificarlo qualche anno più tardi, quando accompagnò suo padre in quella città per acquistare un nuovo aratro.

La corsa del cacciatore era regolare, grazie al costante allenamento a cui si sottoponeva. Quando correva lasciava vagare la sua mente, mentre il corpo eseguiva i movimenti della corsa quasi automaticamente. Pensava a Tranor e al potere che deteneva. Il sacerdote non poteva dimostrare nessuna delle affermazioni che faceva in merito alla divinità che diceva di rappresentare, ciononostante la gente di Shywor pendeva dalle sue labbra e seguiva le sue indicazioni senza esitare. Vi si era scontrato molte volte, anche se mai su questioni dogmatiche. Non ne aveva le capacità e ne era ben cosciente. Gon lo attaccava sul lato pratico, sul lato politico. A Shywor, abitata da tanti cacciatori e pochi contadini, erano questi ultimi a godere del favore sacerdotale e, quindi, occupavano le posizioni di potere. Come quel grasso otre di Worm, verme di nome e di fatto. Era lui a stabilire il prezzo del grano e non si faceva scrupoli a modificarlo in base al proprio tornaconto. E poi c’erano i mercanti. Secondi in ricchezza solo ai Ministri dei Culti, emanavano le leggi civili nel regno. Pur essendo necessaria l’approvazione dei Ministri, questi ultimi intervenivano estremamente di rado in questioni che non riguardava la spiritualità e la fede dei Cremnariti.

Il passo costante che aveva mantenuto gli permise di raggiungere Stix in poco più di un giorno e mezzo. Si era fermato tre volte per riposare e mangiare e aveva trascorso la notte in una locanda lungo la via. Era da poco sceso il crepuscolo quando giunse in vista della città e riuscì a individuare i bagliori dell’oggetto che, nel frattempo, si erano notevolmente indeboliti. In effetti, se non avesse avuto una vista molto acuta, un occhio da cacciatore, non li avrebbe notati. Erano deboli come un fuoco di campo visto da diverse leghe di distanza.

Decise che avrebbe evitato di entrare a Stix. Non aveva riportato buoni ricordi dalle sue visite precedenti. Dove prima prosperava una città ricca e florida, grazie al commercio dei suoi prodotti in metallo, ora tutto era governato dal sospetto e dalla disperata ricerca di sicurezze. Anche se comprendeva che il profitto era importante, non accettava di essere derubato.

Fece un largo giro intorno alla città per raggiungere la zona di suo interesse, che si trovava sul suo lato opposto. Non c’erano strade che aggiravano Stix, così fu costretto a tagliare per i campi e ad attraversare la boscaglia al loro limitare.

Improvvisamente si rese conto di non essere solo. Continuò a correre, ma rallentò gradualmente la sua andatura, in modo da farsi raggiungere dal suo inseguitore. Se questo si fosse mantenuto alla stessa distanza allora avrebbe saputo che si trattava effettivamente di qualcuno che inseguiva proprio lui. Una persona che non cercava lui lo avrebbe raggiunto senz’altro, dato che lasciava pochissime tracce dietro di sé.

Non passò molto prima che un uomo emergesse dagli alberi alla sua destra. Gon rimase di sasso. Nessuno era mai riuscito ad avvicinarsi a lui da una direzione inaspettata. Almeno finora. Osservò l’altro mantenendo la posizione di guardia che aveva inconsciamente assunto. L’estraneo era alto quanto lui e aveva capelli lunghi e neri, tipici degli Jarii. Solo che non c’erano Jarii da questo lato della dorsale. Se avevano sconfinato allora molte persone potevano essere in pericolo. Tuttavia, Gon non riuscì a convincersi che quell’uomo fosse uno Jarii. Aveva gli occhi verdi e la pelle pallida, tratto tipico della regione in cui sorgeva Stix. Indossava abiti di cuoio, all’occhio del cacciatore sembravano robusti e di buona fattura, e nella sua mano destra luccicava un pugnale con la lama spezzata.

«Non voglio farti del male» gli disse l’uomo, mentre si avvicinava tenendo le mani bene in vista. «Sto andando nella zona in cui è caduta la stella e quando ti ho visto ho capito che anche tu stai andando lì.»

Gon era titubante. Era ovvio che qualcuno che invece di entrare a Stix la costeggiava proprio un paio di giorni dopo un evento come quello dovesse essere diretto da quella parte. Ciò che, però, non capiva era perché quell’estraneo, quel mezzo Jarii lo avesse voluto raggiungere.

«Anche se fosse?» chiese Gon, rimanendo sulla difensiva.

«Credo che sia più saggio non andarci da solo. Per questo sono  stato sollevato quando hai deciso di farti raggiungere. Non avrei voluto doverti fermare con la forza.»

Gon capiva le persone e si rendeva conto che le parole dell’altro non erano vuote vanterie. Qualcosa nei suoi movimenti gli faceva tornare in mente le movenze di una mawg, il gigantesco gatto delle pianure, nero come la notte e altrettanto fatale.

«Perché non dovrebbe essere sicuro? I fuochi, che fino a poco fa avvampavano vigorosi, sono quasi spenti.»

«Succedono cose strane, oscure in quella zona. Ieri mattina un gruppo di Stigiani, un gruppo molto nutrito, si è diretto verso la stella caduta e solo due sono tornati, insanguinati e deliranti. Farfugliavano parole incoerenti su dei demoni. Credo non sia saggio avventurarsi da quella parte senza avere qualcuno che ti guardi le spalle.»

Gon non sapeva se poteva fidarsi della parole di quell’uomo. Demoni? Non aveva mai creduto alle sciocche superstizioni, che fossero le credenze dei Cultisti o le paure del popolino.

«Comprendo la tua cautela, ma non capisco perché due uomini dovrebbero essere più al sicuro di un gruppo… com’è che hai detto… “molto nutrito”?»

«Tu non sei esattamente uno Stigiano medio, così come non lo sono io. Sei una delle poche persone che sia riuscito a tenermi a distanza per qualche tempo. E io sono Alev…»

«Il Figlio del Tremore» lo interruppe Gon. Gli si leggeva in volto un misto di stupore e di rispetto. Aveva sentito parlare di quel giovane che si diceva essere la causa della distruzione di Stix e aveva sempre ritenuto quei discorsi un sacco di idiozie. Tuttavia, ora che se lo ritrovava davanti, vedeva un giovane provato dalla vita, vecchio dentro. Negli occhi del ragazzo, verde smeraldo, leggeva anni di sofferenza che gravavano sul suo sguardo come macigni. Eppure vi si scorgeva anche forza, una forza giovane e vigorosa. Aveva ragione, Gon non era un uomo comune. Né lo era Alev. Non che questo fosse un’assicurazione contro spiacevoli sorprese, ma se avesse potuto scegliere un compagno per andare in un posto pericoloso probabilmente avrebbe scelto qualcuno come Alev.

«E sia. Conosco la tua storia o, almeno, so cosa si racconta di te. Il migliore guerriero di Stix cacciato come un cane dalla sua città perché ritenuto un essere demoniaco. Io sono Gon di Shywor.»

Alev strinse la mano che Gon gli porgeva. «Ho sentito anch’io storie su di te, Gon di Shywor. O devo chiamarti Arco di Ferro?» gli chiese sorridendo.

«Arco di Ferro. Era da molto che non sentivo quel nome. Quell’arco è sepolto da anni ormai. Credo che Gon sia più che sufficiente, Alev» gli rispose, e si voltò per riprendere il cammino, senza più correre adesso. Alev gli si affiancò e i due si diressero verso il luogo in cui, due giorni prima, era caduto qualcosa dal cielo, che fosse stata una stella, un sasso o chissà cos’altro.

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