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I due uomini capirono di essere arrivati sul luogo dell’impatto quando si fermarono sulla cresta rialzata che formava un cerchio quasi perfetto. Dove prima si estendevano dei campi adesso c’era solo un grosso e profondo cratere. Gon si irrigidì quando il suo sguardo cadde sul centro dell’ampio cerchio di pietra. C’era una grossa roccia sepolta per metà nel terreno. Si era crepata e spezzata e, come aveva immaginato mentre l’aveva vista cadere, appariva chiaro dai frammenti che era stata cava all’interno. Le dimensioni, però, non potevano corrispondere a quello che aveva visto. Includendo tutti i frammenti sparsi lì intorno e l’enorme masso al centro del cratere, mancava ancora un bel pezzo perché l’oggetto raggiungesse le dimensioni che arebbe dovuto avere in base alla stima che Gon aveva fatto quando l’aveva visto cadere. Avrebbe dovuto essere molto più grosso.

«Non capisco», disse Gon. «É troppo piccolo per essere quello che ho visto cadere dal cielo.»

Alev si voltò verso Gon. Impiegò qualche istante per comprendere a cosa l’altro si stesse riferendo, poi disse: «Gran parte della roccia è bruciata in cielo. É quello che ti ha permesso di vederla, in primo luogo.»

«Bruciata in cielo? Ma in cielo non c’è fuoco.»

«É complicato da spiegare, ma è così. Puoi credermi, ne so qualcosa del fuoco e di come generarlo. L’aria può prendere fuoco. Un mantice non fa nulla di diverso che immettere aria nel fuoco e ad ogni soffio il fuoco aumenta.»

Gon non era un fabbro, ma sapeva che l’altro stava dicendo il vero. Aveva visto delle fornaci in funzione.

«Vedi anche tu l’alone chiaro intorno alla roccia?», chiese il cacciatore.

«Sì, anche se è molto debole. Credo che sia ciò che rimane dei bagliori che si vedevano nei giorni passati. La roccia si sta raffreddando. Pensi sia saggio avvicinarsi?»

Per tutta risposta Gon scese dalla cresta e si mosse in direzione della roccia. Alev lo seguì dopo qualche istante. Non era abituato a persone che agivano senza sprecare fiumi di parole prima. La cosa aumentò la stima verso lo strano compagno di quell’avventura. Si sentivano molte storie su Gon Arco di Ferro, ma doveva ammettere che l’uomo non era come se lo era aspettato. Per alcuni versi si era aspettato di restare deluso, ma l’uomo che stava seguendo dentro quel cratere si era dimostrato meno leggendario e molto più ordinario di quello che pensava. E questo per Alev era un punto a favore di Gon.

Man mano che la distanza si riduceva la temperatura aumentava. Non era un caldo opprimente, ma si trovavano ancora a una certa distanza dalla roccia caduta. Improvvisamente Gon si immobilizzò.

«Credo di aver trovato ciò che rimane del “molto nutrito”.» La mano dell’uomo indicava un’area prossima alla roccia su cui erano ben visibili diversi mucchietti di cenere. «Qualcosa deve averli inceneriti.»

«Si sono avvicinati troppo alla roccia quando ancora era troppo calda?», disse Alev.

«Ne dubito,» ripose Gon, «nessun essere vivente si avvicina al pericolo se vede un suo simile cadere in un mucchietto di cenere. No, Alev, qualcosa li ha colpiti contemporaneamente. Esattamente allo stesso istante.»

Il giovane annuì. «Immagino tu abbia ragione. Questo potrebbe spiegare anche le storie dei due sopravvissuti. Demoni. Delle lingue di fuoco che consumano i tuoi amici potrebbero bene apparire demoniache quando sei terrorizzato. Certo, non spiega perché erano ricoperti di sangue.»

«Prova a pensarci. Che fai quando vedi i tuoi compagni diventare mucchi di cenere? Credo che la tua corsa non sarebbe molto coordinata in quel caso. Saranno inciampati più volte di quante riescano a ricordare per scappare da questo posto. E non è esattamente un prato fiorito qua intorno.»

«Sì, mi sembra possibile. Tutto ciò ci lascia con una domanda: Possiamo avvicinarci senza rischiare a nostra volta di essere trasformati in uno sbuffo di fumo?»

«C’è un solo modo per saperlo» rispose Gon, e riprese a camminare verso la roccia caduta dal cielo.

Più si avvicinavano e più faceva caldo. Era come stare all’aperto in un torrido giorno estivo privo di vento. Era tollerabile, almeno per un po’. Fecero un ampio giro intorno alla roccia prima di avvicinarsi. Gon era un cacciatore esperto e sapeva che non ci si avvicina a un potenziale pericolo senza prendere delle precauzioni. E, inoltre, aveva già concesso troppo al caso attraversando un’area scoperta senza perlustrare prima i dintorni.

Si fermarono vicino a uno dei frammenti più grossi sul lato del cratere dalla parte della Dorsale. Sembrava una parete in parte sepolta nel terreno. Era incurvato, come il guscio di un uovo, e presentava diversi grossi fori. Entrambi i lati del frammento avevano segni di bruciature. La roccia stessa sembrava essersi fusa e solidificata, su entrambe le facce.

«É come se stesse bruciando dentro e fuori», disse Alev. «Vedi? Bruciata in cielo.»

Gon annuì. Si avvicinò al frammento e lentamente poggiò la mano sulla roccia. Era tiepida al tocco, forse perché essendo più piccola del masso al centro del cratere si era raffreddata più velocemente.

«Sei sicuro che sia saggio toccarla?» chiese Alev.

«Non sento nulla di particolare. Non è più molto calda», rispose l’altro.

Alev si avvicinò e diede uno sguardo ravvicinato alla superficie interna del frammento. I segni di fusione erano evidenti e regolari su tutto il frammento. Tranne vicino al bordo, dove le linee orizzontali erano coperte da strani segni, simili a caratteri.

«Gon, qui sembra ci sia scritto qualcosa», disse il giovane.

Il cacciatore lo raggiunse e osservò l’area indicata dall’altro.

«Sembra proprio una scritta,», disse, «ma hai notato che questi simboli sono incisi sopra ai segni della fusione? Vuol dire che qualunque cosa sia è stato scritto dopo lo schianto.»

I due uomini si guardarono intorno.

«Riesci a capire cosa significa?»

«No», rispose Gon. «Non sono un accolito. Non ho mai imparato a leggere. Ma nel Tempio del Cielo ho potuto vedere dei testi scritti e questi simboli non assomigliano a nulla che abbia visto.»

«Io ricordo di aver già visto qualcuno di questi simboli. Dopo aver lasciato Stix ho vissuto per qualche tempo sulla Dorsale. Nelle montagne ho scoperto una serie di cunicoli e caverne e in una di queste c’erano delle iscrizioni molto simili a queste. Riconosco il simbolo che sembra un coltello e quell’altro che assomiglia a una casa rovesciata. Non so cosa vogliano dire, però. Di sicuro è strano che siano anche qui.»

Dopo aver ricopiato i simboli si diressero al centro del cratere. Si avvicinarono con cautela. L’aria intorno alla roccia tremolava per il calore e odorava di bruciato. Una leggera brezza aveva iniziato a soffiare, portando via le ceneri che un tempo erano persone.

Alev si abbassò e prese una manciata di cenere nel pugno, lasciandola scivolare nel vento. «Non siamo che questo, sbuffi di fumo nel vento.»

«Sei senza dubbio poetico per essere uno Jarii, ma non credo sia questo il momento.»

«Amico, è  sempre il momento per la poesia. Ricordami di recitarti la Canzone di Arco di Ferro quando avremo tempo.»

«La… cosa? Non esiste una canzone del genere!»

Alev rise per l’espressione sconvolta apparsa sul viso dell’altro.

«Oh, Gon. Non sai cosa darei per avere uno specchio ora. Stai davvero dicendo che non hai mai sentito la canzone che narra le tue gesta durante la Grande Caccia dei Cento Laghi? É una delle canzoni preferite nel Regno di Cremnar. La conosce chiunque.»

«Chiunque tranne me, a quanto pare. Comunque lasciamo perdere queste sciocchezze ora.»

Gon si avvicinò alla roccia e nell’istante in cui appoggiò la mano sulla sua superficie urlarono entrambi, lui e la roccia.

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