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Negli ultimi anni si vedono sempre più risposte violente a stimoli negativi. Il minimo segno di un possibile disagio (vero o presunto) porta a reazioni, fisiche o verbali, connotate da insofferenza e rifiuto, nel migliore dei casi, fino a manifestazioni di odio e violenza nel peggiore. E questo fenomeno si è molto inasprito negli ultimi cinque anni.

Perché è così?

È ovvio che non esiste una risposta semplice a questa domanda. I fattori che determinano la risposta di una persona agli stimoli esterni sono molto numerosi e di diverse tipologie. L’assenza di un lavoro, le condizioni di lavoro (quando c’è), le condizioni economiche, l’ambiente culturale in cui si vive, l’educazione in famiglia e a scuola, e molti altri ancora.

L’Italia, inoltre, è un paese in cui sta diventando sempre più evidente  l’altissimo livello di ignoranza diffuso in tutti gli strati della popolazione. Esiste il famoso analfabetismo funzionale, di cui per qualche tempo si parlò diffusamente nei media (per poi cadere nell’oblio ed essere riesumato solo da chi aveva interesse a usarlo per sceditare il suo oppositore del momento). Esiste quello che Edward C. Banfield chiamò familismo amorale, ed esistono mille altre cose, ciascuna col suo nome. Io credo che una delle motivazioni alla base di questo fenomeno sia la seguente: l’italiano medio aspira alla deresponsabilizzazione completa. Tale, infatti, è l’idea alla base di ciò che chiama “libertà di scelta”. La libertà, cioè, di compiere le proprie scelte senza che vi siano conseguenze imputabili alla stessa o responsabilità da prendersi per averle fatte. Chiunque sappia usare la propria intelligenza e che sia dotato di un minimo di buon senso, però, sa che questa non è che una parodia della libertà, una confusa e perniciosa pretesa di avere diritto a qualsiasi cosa, di poterne usufruire, possibilmente senza pagare nulla, e di avere, alla fine, il diritto di disfarsene senza conseguenze quando non sia più soddisfacente. E se consideriamo il fatto che i giovani italiani di oggi riescono a stento a tollerare un “no” le previsioni non sono rosee per il futuro.

Questo atteggiamento, questa esasperata affermazione di se stessi contro tutto e tutti, anzi, questa imposizione di se stessi su tutti, è diventata una delle caratteristiche che contraddistinguono la società italiana. Esiste, però, un problema. Come puoi affermarti su qualcuno che gode dei tuoi stessi diritti fondamentali, almeno sulla carta? Nessun italiano imporrà se stesso su un altro italiano, nessun bianco imporrà se stesso su un altro bianco.

Da qualche anno, però, esistono le persone perfette per permettere all’italiano medio di esercitare la sua presunta superiorità morale e sociale: gli immigrati. Quando la propria vita non si adegua alle aspettative che si hanno (giustificate o meno) allora una persona debole tende a trovare giustificazioni a questo incolpando altri, le autorità, le istituzioni, il proprio datore di lavoro, lo Stato, il vicino di casa. In questo caso il capro espiatorio che si presta meglio è il diverso, lo straniero. E lo straniero per definizione è colui che viene da un posto e una società differente, colui che ha abitudini difformi da quelle a cui l’italiano medio è abituato (le uniche che conosce). E non è un caso che lo straniero preferito come capro espiatorio sia quello che non può difendersi, quello che vive in una condizione di miseria ancora peggiore, ha ancora meno, in una parola, l’immigrato da paesi africani o mediorientali. Si badi bene, però, che qui non si tratta di xenofobia. Questa, infatti, è un concetto molto curioso e, in definitiva, fuorviante (anch’esso studiato per influenzare le menti deboli). Infatti, la “paura dello straniero” (significato, appunto, di xenofobia) è un concetto che viene quasi sempre contestualizzato male. Non si ha paura del turista americano o del cliente russo o svizzero che spende fiumi di denaro in Italia, non si teme lo studente giapponese che si iscrive nelle università del Nord Italia o il turista tedesco che trascorre le sue vacanze nelle città d’arte o sulle spiagge italiane (si noti che le prime quattro nazionalità elencate sono di extracomunitari, altro termine usato sempre a sproposito). No. Si teme solo uno straniero ben specifico: quello di pelle scura e di religione musulmana. Sarebbe più giusto parlare di razzismo vero e proprio. Certo, non può far piacere sentirsi dare del razzista, ma è così: gli italiani sono razzisti, sia perché hanno la pelle bianca e, quindi, fanno parte del tipo umano che occupa tutte le posizioni dominanti sul pianeta (potere, ricchezza, influenza, potenza militare) e sia perché sono cresciuti e vivono in una società di tipo democratico, in cui sono garantiti a tutti i fondamentali diritti umani (almeno sulla carta) che, però, ha un anima profondamente fascista.

Tale razzismo è rafforzato dalla continua esposizione che un ben preciso tipo di immigrati trova quotidianamente nei media italiani e sulle pagine dei social network di chi ha un interesse nello sfuttare la loro esistenza per i propri scopi: i giornalisti per vendere più copie o per aumentare le entrate pubblicitarie grazie ai click o, ancora, per supportare il partito politico di cui sono portavoce; i politici per accaparrarsi voti e, di conseguenza, denaro e potere. In questo modo il razzismo è banalizzato e quasi presentato come virtù patriottica, trasformandolo in una sorta di “piccolo razzismo quotidiano”.

L’italiano medio non comprende che in molti paesi del mondo la vita non è uguale alla sua. La comoda società garantita da una democrazia occidentale non è affatto lo standard nel resto del mondo, e non tutte le democrazie sono uguali e offrono le stesse condizioni (basti pensare al congedo per maternità o all’accesso al sistema sanitario negli Stati Uniti d’America, per esempio). Laddove in Italia è sufficiente aprire un rubinetto per veder scorrere l’acqua, in molti altri paesi tale lusso non esiste. E le differenze sono innumerevoli.

L’italiano medio non ha la capacità di contestualizzare un evento o un comportamento. Lo straniero (di colore e musulmano, ripeto) che arriva in Italia e mostra dei comportamenti diversi da quelli a cui l’italiano medio è abituato (e che considera sicuri e scontati) costituisce una minaccia alla sua comodità, costituisce una causa di disagio interiore (più o meno riconosciuto come tale). Dopotutto, l’italiano medio conosce solamente un codice di comportamento: il proprio (cioè quello di una società occidentale progredita, ricca e industrializzata fondata su valori come democrazia, solidarietà, coresponsabilità della società a livello penale, ecc.). Da qui l’enorme difficoltà ad accettare il diverso nella persona dello straniero di colore e che professa una fede diversa (anche se l’aspetto religioso non è che uno scudo di carta, visto il declino dello stesso cristianesimo cattolico in Italia).

Da un punto di vista questo “straniero” è diventato la figura catartica e salvifica che permette all’italiano di affermare la propria (presunta) superiorità. Egli dimostra questa superiorità (presunta, ripeto) esercitando la propria benevolenza per quelli che considera esseri umani quasi inferiori. Da un altro punto di vista, questo straniero è elemento salvifico anche per chi lo indica come fonte ultima e unica per tutti i mali che affliggono la società italiana (“rubano il lavoro”, “portano malattie”, “islamizzazione”, ecc.). Questa “retorica dello straniero”, quindi, può essere utilizzata da schieramenti opposti, in ultima analisi trasformandosi in una specie di clava con cui colpire l’avversario (e gli esempi di questa strumentalizzazione si contano da entrambe le parti). Poco importa la realtà che pilotando in questo modo l’opinione pubblica non si fa che radicalizzare l’ignoranza, creando dei fondamentalisti italici.

Come si colloca in questa situazione l’italiano medio? Appare evidente che la cosa è diversa da caso a caso, ma in generale si possono individuare sostenitori dell’una o dell’altra posizione, con una grande maggioranza che si schiera a metà delle due (“né con l’uno né con l’altro”). Si tratta di quelle persone che iniziano un discorso con “Non sono razzista, ma…”, tanto per fare un esempio. Queste persone credono che non schierandosi apertamente (anche se internamente sono assolutamente schierate) possono mantenere la loro finzione di rettitudine e l’apparenza di persone perbene.

In realtà questo costituisce il fondamento della fragilità della società italiana. Tale stato, poi, si cristallizza in un concetto immutabile di italianità. Infatti, per costoro, per essere italiani si devono avere le seguenti caratteristiche:

  1. a) essere bianchi
  2. b) parlare italiano
  3. c) essere nati da genitori bianchi cittadini italiani che parlano italiano

 

Ogni possibile differenza da queste tre caratteristiche costituisce quasi un affronto personale.

L’italiano medio si ritiene oggettivo, super partes, giusto, solidale, liberale e, soprattutto, legittimato e giustificato nell’espressione delle sue opinioni, per quanto possano essere stupide e indegne.

Provare a dire a un italiano medio che le sue idee sono tali solo perché vive in una società di bianchi fatta per i bianchi e che segue codici disegnati da e per la razza bianca costituisce una sorta di sfida alla sua oggettività. Poco importa che di oggettivo non abbiano nulla i suoi ragionamenti. È di parte e non sa di esserlo. Provare a spiegare a un italiano medio che le sue opinioni sono spazzatura se non sono basate sulla verità e su fatti dimostrati è una sfida alla solidarietà dei bianchi e, quindi, chi vi si provasse verrebbe considerato una specie di traditore della razza. Provare a spiegare a un italiano medio che è solo un piccolo patetico razzista scatena le reazioni più indignate che, però, si manifestano sempre nella forma di una fratellanza ferita (“Proprio tu, che sei italiano, mi vieni a dire queste cose?”, “Vai contro gli interessi del tuo paese”, ecc.).

 

L’italiano medio sembra dimenticare che la ragione per cui siamo al centro delle mappe del mondo non è il il nostro essere più ricchi, più civilizzati, più importanti o migliori, ma il fatto che siamo noi a disegnarle.