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Le ombre si stavano allungando tra le case di Shywor, lambendone delicatamente i muri.

Tranor, preoccupato per la convocazione ricevuta, stava dando istruzioni ai suoi servi in vista del suo viaggio a Rankor. Era sempre a stessa storia. Potevi essere un dio nel tuo villaggio, ma quando ti trovavi in presenza degli emissari, la tua irrilevanza nello schema più ampio delle cose ti veniva sbattuta in faccia con violenza e senza riguardo. Tranor odiava gli emissari del Culto. Erano dei semplici servitori, per quanto arroganti e supponenti. Ma quando agivano da emissari avevano potere di vita e di morte sui sacerdoti. Da servitori si trasformavano in divinità. Almeno fino a quando non rientravano a Rankor per togliersi le vesti scarlatte e rimettere i loro sudici stracci da servo. Non che anche in quell’abbigliamento non fossero mille volte più eleganti di Tranor, ovviamente. Ma restavano indumenti che dicevano al mondo ciò che erano: semplici servitori.

Guardava fuori dalla finestra chiedendosi il motivo della chiamata. Sapeva che la stella caduta doveva avere un ruolo nella cosa, ma non riusciva a capire quale. Riesaminò i suoi trascorsi e non trovò nulla che giustificasse una punizione o un intervento delle alte sfere. Il suo compito era diffondere il Culto del Cielo, e quello faceva con diligenza e, a volte, con autentico fervore religioso. Non era cresciuto in una famiglia religiosa e aveva scoperto la propria vocazione solo da adulto. Tuttavia aveva svolto bene il suo compito e l’intera Shywor aveva una profonda fede nel Culto del Cielo e, perciò, nel Culto dei Culti.

Tutti tranne uno. Il cacciatore era un enigma per Tranor. Era un uomo dai modi rozzi, di grande forza e determinazione, al punto da essere cocciuto, ma era anche arguto, intelligente e gentile. Le sue capacità con l’arco erano leggendarie, anche se il sacerdote non lo aveva mai visto colpire qualcosa di diverso dalla selvaggina. Eppure c’erano canzoni su Gon Arco di Ferro.

All’inizio era stato un interlocutore attento e aveva regalato a Tranor ore di conversazioni stimolanti. Poi, però, qualcosa era cambiato nell’uomo, che aveva iniziato a sfidare il sacerdote ogni volta che ne aveva l’opportunità. Lo sfidava apertamente e la cosa aveva iniziato presto a irritarlo. Quando Tranor capì che avrebbe dovuto fare qualcosa per impedire al cacciatore di insinuare il dubbio negli altri abitanti di Shywor si decise a rimetterlo in riga. Era riuscito a farsi nominare tutore del figlio di Gon, dato che la madre era morta e il cacciatore  non poteva portare con sé il bambino a caccia.

Sapeva che si trattava di un ricatto immorale, anche se non aveva mai minacciato Gon in alcun modo. Ma non aveva avuto alternative. Il Culto non ammetteva debolezza nei confronti di chi lo sfidava, direttamente o nella persone di uno dei suoi rappresentanti. A tutti gli effetti, Tranor aveva salvato la vita di Gon e di suo figlio. Il Culto avrebbe mandato i suoi Correttori a prendersi cura dell’elemento di disturbo, il che di solito voleva dire che del reo e della sua famiglia si perdeva ogni traccia. Non c’erano esecuzioni pubbliche o clamore. Semplicemente sparivano nella notte per non ricomparire mai più.

Tranor rabbrividì al ricordo della maschera di pelle nera indossata dai Correttori. Sembrava essere una sola cosa col volto.

Prima o poi avrebbe dovuto affrontare la questione col cacciatore, anche perché tra pochi mesi il ragazzo avrebbe raggiunto l’età per accompagnare il padre a caccia e, quindi, non avrebbe più avuto alcun modo di proteggere il cacciatore. Decise che gliene avrebbe parlato al suo ritorno da Rankor. La verità era, dovette ammettere con se stesso, che avrebbe potuto avere bisogno dell’aiuto di Gon, se i suoi sospetti sulla ragione della convocazione si fossero rivelati corretti. Ma era più semplice per lui fingere che il motivo per cui avrebbe messo l’uomo in guardia fosse il suo interesse a fare la cosa giusta.

Lo sguardo del sacerdote cadde sulle rive del fiume. Non c’erano laghi nei dintorni e l’unica acqua a disposizione del villaggio proveniva dai due fiumi e dalle occasionali piogge. Un ingengoso sistema di grondaie e tubi, infatti, convogliava l’acqua piovana verso la cisterna sotterranea costruita sotto ogni edificio. Era generoso definirli fiumi, ma qualsiasi Jarii avrebbe benedetto gli dei per averne uno a disposizione, fosse pure minuscolo.

Decise che sarebbe partito quella sera stessa. Gli avevano dato tre giorni di tempo, ma ne bastavano due per arrivare alla capitale. Avrebbe potuto sistemare qualche affare in città prima di recarsi al Tempio.

«Fai preparare tutto entro due ore. Partirò stanotte», disse al servitore in attesa sulla porta. L’uomo fece un breve inchino e uscì. Non era infrequente per un sacerdote viaggiare di notte. A nessuno sarebbe venuto in mente di attaccare un carro con le insegne di un Culto.

In quell’istante ebbe un’illuminazione.

Corse alla porta e urlò dietro al servitore: «Fai preparare anche il ragazzo. Verrà con me.»

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