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[articolo pubblicato per la prima volta su Quarta di copertina]

Di recente Netflix ha mandato in onda Altered Carbon, serie televisiva tratta dall’omonimo romanzo. Ne ero venuto a conoscenza qualche tempo fa, durante un’intervista al protagonista principale avvenuta in un The Late Show, talk show americano con Stephen Colbert che consiglierei a tutti (quelli che capiscono l’inglese). Il personaggio mi incuriosì e così decisi che avrei visto la serie.

La trama, a grandissime linee, è la seguente: nel 24° secolo la mente umana può essere trasferita da un corpo all’altro attraverso un dispositivo inserito chirurgicamente alla nascita, la “pila corticale”. Trasferendo la pila da un corpo a un altro (naturale, clonato o sintetico) i ricordi di una persona sopravvivono alla morte. In pratica si è potenzialmente immortali. Questa immortalità, però, è alla portata solo di pochi, ricchissimi. L’immagazzinamento della pila corticale, inoltre, è la punizione standard per i crimini. La storia inizia quando uno di questi “immortali” decide di assumere un condannato all’immagazzinamento (non che quest’ultimo avesse scelta o voce in capitolo) per indagare sulla morte di un proprio corpo. Non aggiungo altro perché non mi piace spoilerare. Se volete saperne di più guardatevi la serie o, meglio ancora, leggete il libro, perché la serie tv differisce sostanzialmente dal romanzo e, a mio parere, perde molto (le solite esigenze cinematografiche).

Quello di cui voglio parlare in questo articolo è proprio la possibilità di trasferire la mente da un corpo all’altro o, per essere più preciso, delle ripercussioni che la cosa avrebbe sulla società. Mi interessa offrire uno spunto una discussione, un dialogo sull’argomento.

Il mind uploading, ovviamente, corre in parallelo con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Infatti, se l’idea è quella di digitalizzare un intero cervello umano (con i suoi circa 86 miliardi di neuroni), cosa impedirebbe di crearne uno ex novo, interamente artificiale e, perché no, magari con 100 miliardi di neuroni? E, ancora, cosa impedirebbe di effettuare correzioni al cervello digitalizzato, cambiando così in modo sostanziale l’individuo? Le domande sono tante e non tutte hanno una risposta semplice.

Un mondo in cui sia possibile digitalizzare la mente sarebbe un mondo in cui, in effetti, tale possibilità costituirebbe un efficace antidoto alla morte. Infatti, la morte nella nostra realtà è la cessazione di qualsiasi attività cerebrale e biologica. Ovvero, quando cuore e cervello smettono di funzionare sopraggiunge lo stato chiamato morte. Cos’è, però, che definisce l’essenza dell’individuo? Il fatto che la sua pompa biologica continui a pompare sangue nelle arterie o l’insieme delle sue esperienze e delle facoltà mentali? Io credo che ciò che definisce l’individuo sia la mente, non il corpo (la chirurgia estetica, per esempio, può rendere chiunque uguale a chiunque altro, ma non esiste una cosa simile per la mente, unica componente davvero individuale dell’essere umano). Questo, per me, implica che conservare la mente (benché in forma diversa) significa conservare la vita.

Immortalità, dunque. Immortalità della mente e, quindi, dell’individuo. Naturalmente parlare di “immortalità” della mente implica una morte fisica, perché creare una copia del proprio cervello mentre il cervello originale è ancora vivo e funzionante causerebbe enormi complicazioni, oltre a essere una cosa priva di senso (a meno di non voler immagazzinare una copia di se stessi aggiornandola periodicamente, topos ottimamente sviluppato nel Ciclo della Cultura di Iain M. Banks, per chi volesse addentrarsi in un ciclo sci fi impegnativo ma ottimo).

Provate a immaginare… due menti uguali, ma separate. Una biologica e una digitale ma, per il resto, del tutto uguali. Sareste l’individuo in carne e ossa o quello digitale? E se la mente digitalizzata fosse effettivamente inserita in un corpo alternativo? Quale dei due individui sareste? La vostra casa apparterrebbe all’individuo originale o a quello digitalizzato e inserito in un corpo? Ci sarebbe da impazzire, credo.

E questo è soltanto uno dei molti aspetti etico/filosofici che andrebbero affrontati.

Ammettiamo, per ipotesi, che tutte le implicazioni siano state risolte e che la digitalizzazione della mente sia una possibilità reale ed eseguibile (non mi addentro nemmeno nel discorso sulle tecnologie necessarie, altro argomento enorme da affrontare, oppure sul fatto che il cervello funzioni con stimoli elettrici e chimici e che, quindi, digitalizzare sarebbe solo metà del problema). Diciamo, in soldoni, che si può fare e basta.

Come sarebbe la società di un simile mondo?

La prima cosa che mi viene in mente è che, effettivamente, la tecnologia per realizzare un tale prodigio deve avere dei costi astronomici e che, post hoc ergo propter hoc, il suo utilizzo sia limitato a personaggi politici e militari di alto livello e individui eccezionalmente ricchi (quindi un po’ come in Altered Carbon). Si creerebbe, così, una enorme diseguaglianza sociale. Queste copie, poi, andrebbero conservate da qualche parte fintanto che non vengano installate in un nuovo corpo.

Immagino che alcuni potrebbero desiderare una pura esistenza digitale, come una sorta di intelligenza naturale/artificiale. Una forma ibrida di essere vivente. Esisterebbe, così, una specie di extra-mondo digitale popolato da entità digitali ex biologiche. Sarebbe uno strano tipo di società e, forse, un tipo di enorme super-internet. Immaginate centinaia di menti digitalizzate che, libere dai vincoli biologici, possono dedicarsi al 100% all’espansione della conoscenza (altro topos molto presente nella fantascienza). Sarebbe romantico pensare che questa super-intelligenza collettiva possa provare per gli esseri biologici un qualche istinto protettivo o un desiderio di migliorarne la vita. Dopotutto, se per essi la vita digitale è superiore (al punto da preferirla a una esistenza in carne e ossa), perché dovrebbero contribuire al miglioramento di un’esistenza inferiore? Pura bontà? Non credo ne sarebbero più capaci.

La digitalizzazione mentale diventerebbe sicuramente anche un mezzo con cui controllare le persone. Mi spiego meglio: al di là dell’élite utente, coloro i quali controllano il processo avrebbero in mano un potere immenso. La mente corre facilmente alle megacorporazioni, entità gigantesche che grazie a ricchezza e tecnologia esercitano un dominio effettivo su tutto e tutti. Loro forniscono un servizio molto ambito (l’immortalità, perbacco!) e, grazie a questo, tengono in mano le redini di tutto. Perché se solo i ricchi possono permetterselo, e i ricchi lo sono per un motivo (posseggono aziende, forniscono prodotti, fanno girare l’economia), cosa impedirebbe a chi detiene il controllo sulla digitalizzazione mentale di imporre il proprio volere ai suoi clienti? “Vuoi l’immortalità? Allora mi serve che approvi quella leggina che ci impedisce di acquisire quel tale concorrente. Altrimenti, chissà, qualcosa nell’operazione potrebbe andare storto e potremmo ottenere una copia difettosa.” Insomma, ci siamo capiti.

 

E se la digitalizzazione mentale fosse disponibile per chiunque? Diciamo, per ipotesi, che la tecnologia è avanzata al punto da non richiedere più  investimenti faraonici e che quasi tutti possano permettersela. Cosa accadrebbe a una società in cui tutti possono, potenzialmente, rigenerarsi fintanto che ci saranno corpi disponibili?

Una delle prime conseguenze, secondo me, sarebbe la fine della riproduzione. Già oggi il mondo occidentale è sempre più vecchio perché le condizioni di vita migliorano e la vita media si allunga. Si aggiunga il fatto che in questi paesi si fanno sempre meno figli e sarà facile immaginare che tra 20/25 anni saremo (noi Occidentali) un popolo pieno zeppo di vecchi. Se a questo aggiungessimo la capacità di vivere per sempre, verrebbe meno l’imperativo biologico di trasmettere i propri geni (dopotutto, i figli non sono altro che il nostro sforzo di restare vivi in una qualche forma, no?). E dato che gli esseri umani sono aggrappati alla vita con tutte le loro energie è estremamente probabile che chiunque avesse la possibilità di rigenerarsi (abbiamo ipotizzato che lo possano fare tutti, ricordate?) lo farebbe senza pensarci due volte. Sarebbe la stasi totale.

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Queste sono solo alcune mie considerazioni sull’argomento. Voi che ne pensate? Siete d’accordo? Oppure la vedete diversamente? Non siate timidi e fatemi conoscere il vostro pensiero.

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