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Quella mattina si era svegliato con una nuova consapevolezza.
Si sentiva più sveglio che mai, più vivo che mai. Aveva compreso, finalmente, cosa rendeva la sua vita un penoso trascinarsi da un’illusione all’altra: il desiderio inconscio di voler appartenere alla società stereotipo in cui viveva. Alla fine tutto si riduceva sempre a quello, al desiderio di essere accettati, alla ricerca del successo come uomo: devi avere soldi, un lavoro stabile, una compagna, formare una famiglia, avere dei figli. Aveva sempre odiato la banalità degli altri, ma quel giorno si era reso conto che la sua mente inseguiva proprio quella. Tentava disperatamente di avere una vita banale (“normale”, gli sussurrava all’orecchio la scimmia della banalità). E, visto che non la raggiungeva col suo modo di vivere, aveva iniziato a considerare le proprie scelte come scelte sbagliate, inutili. Il verme del dubbio si era insinuato nei suoi pensieri. Cercava dentro se stesso il motivo per cui non riusciva a provare la sensazione di avere una vita di successo o, meglio, quello che era considerato una vita di successo. Non aveva sicurezza economica e faceva un lavoro che non gli dava la minima soddisfazione. Si era rinchiuso in una routine della banalità che non lo appagava, che non lo soddisfaceva in alcun modo. Non aveva una compagna ma pensava che forse avrebbe dovuto averne una. Per questo aveva iniziato a riflettere sul perché non l’avesse. A dirla tutta, nemmeno ne cercava una. Ma esaminando se stesso trovava di continuo motivi per cui non ne avrebbe mai trovata una neanche quando avesse voluto impegnarsi per trovarla. Ovviamente, la prima considerazione che fece fu sul proprio aspetto. Sapeva di avere un aspetto normale, di non essere un bell’uomo. Non era alto, non aveva lineamenti particolarmente attraenti, era corpulento e non aveva particolari fisici degni di nota. Questo, lo sapeva, lo rendeva poco interessante per le donne. L’aspetto fisico è la porta attraverso la quale si può tentare di entrare nel mondo di un altro, ammesso di averne motivo. E un bell’aspetto è una porta migliore, una con un luccichio che attira lo sguardo e l’interesse, una che, appunto, costituisce un motivo per voler entrare nel mondo di un altro. La sua era una porta di legno, anonima e priva di elementi che attirassero un secondo sguardo. Dopo aver esaminato questo primo elemento, aveva considerato il suo carattere. Era una persona gentile e generosa nelle interazioni con gli altri. Non vedeva motivo per non esserlo. Alla fine, se riesci a mettere a proprio agio quelli con cui ti relazioni, questi, probabilmente, faranno lo stesso con te. Certo, non funziona quasi mai (la gente tende ad approfittare di queste situazioni), ma a volte sì. Vale la pena tentare, comunque. Com’era il detto… la speranza è l’ultima a morire? Ecco.
Se, però, da un lato era una persona abbastanza piacevole con cui relazionarsi, dall’altro sapeva di poter diventare arrogante e prepotente, specie quando si trovava a parlare con persone che non condividevano la sua cultura (non era un genio, ma aveva una cultura molto vasta). In quelle occasioni veniva allo scoperto il mostro che covava dentro di lui fin dal liceo. Col passare degli anni aveva messo un guinzaglio a quella bestia superba, ma occasionalmente questa riusciva ad affiorare in superficie. Non dava molto peso alle opinioni altrui. Dopotutto, le opinioni sono solo questo, opinioni. E, infine, aveva una stima enorme di se stesso.
Non proprio la persona più affabile del mondo, tutto sommato.
I suoi interessi, poi, erano talmente limitati da rendergli praticamente impossibile trovare altre persone con cui relazionarsi. Può sembrare un paradosso, ma le cose che lo interessavano non permettevano interazioni particolarmente importanti o profonde con altre persone. Al massimo si arrivava allo scambio di pareri o di esperienze, ma senza alcun approfondimento di tipo personale.
Aveva iniziato a pensare a se stesso nei termini di “brutto, noioso e poco interessante.”
Quella mattina, però, aveva compreso che questi pensieri non erano altro che delle scuse. Infatti, quello che non riusciva ad ammettere con se stesso, fino a quel momento, era che lui stava bene con la sua vita e che aveva un terrore cieco della possibilità di farvi entrare un’altra persona, fosse anche la più speciale dell’universo conosciuto.
Nella sua mente il pensiero di avere una relazione con qualcuno equivaleva a un’invasione militare. L’altra persona avrebbe occupato i suoi spazi, il suo territorio. Iniziare una relazione, finanche solo cercarla, avrebbe dato a un’altra persona delle armi formidabili per distruggere tutto quello che lui era, tutta la personalità che aveva costruito con molta fatica.
La verità era semplice: stava meglio da solo. Bastava accettarlo.