Arco di ferro – Prologo

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Tutto iniziò con la comparsa nel cielo di una stella infuocata.

Gon rimase immobile quando la vide. Mentre i suoi compagni nascondevano il volto tra le mani, il cacciatore rimase a fissare lo strano oggetto nel cielo.

Gon Senza Paura lo chiamavano, e non senza motivo. Gli altri dieci uomini con lui erano cacciatori coraggiosi, ma erano anche superstiziosi, il che giocava a loro svantaggio quando incontravano qualcosa di inconsueto.

Continuando a osservare l’oggetto, Gon si rese conto che il fuoco che lo avvolgeva si stava estinguendo e che sulla sua superficie c’erano macchie più chiare che lo facevano apparire come un gruppo di stelle, più che come una sola. Sembrava quasi che fosse una roccia cava illuminata all’interno. Fu, comunque, una visione molto breve, dato che ebbe solo il tempo di dare uno sguardo con il suo varq per osservarlo meglio e già l’oggetto era scomparso dietro le montagne. In quei pochi istanti a Gon sembrò di intravedere delle ombre muoversi dentro l’oggetto.

Quando i suoi compagni alzarono gli occhi il cacciatore stava cercando di capire cosa avesse appena visto, ma dopo un po’ si arrese. Tutte le sue supposizioni erano troppo fantastiche perché lui potesse accettarle e quello non era il momento per perdere altro tempo. Dovevano riportare la cacciagione a casa. Le scorte erano quasi terminate e la stagione fredda era alle porte.

Appena gli altri si furono ripresi dallo spavento il gruppo riprese il cammino. Pur tentando di non darlo a vedere, molti erano ancora scossi per quanto avevano visto. Nelle loro menti stavano riaffiorando le leggende che parlavano della caduta degli dei che i padri dei loro padri raccontavano quando essi erano ancora bambini.

 

Turbati  da questi pensieri arrivarono a Shywor, il loro villaggio, e si resero conto che anche lì era stato visto il prodigio. Ovunque passassero sentivano la gente mormorare degli dei.

«Sono tornati,» diceva Nidal, uno dei più anziani del villaggio, «vi dico che gli dei sono tornati. Anche quando arrivarono la prima volta si vide cadere una stella.»

Il cacciatore non badò al vecchio perché si stava avvicinando Tranor, il sacerdote, che non avrebbe visto di buon occhio il suo comportamento nei boschi. Al momento aveva altro a cui pensare e uno scontro sarebbe stato solo uno spreco di tempo. In altre occasioni se la sarebbe goduta, ma il portento a cui tutti avevano assistito aveva creato una tensione palpabile nel villaggio e quindi decise di non raccontare ciò che aveva notato. Gli altri avrebbero raccontato quello che avevano visto, almeno quel poco che potevano aver visto.

Il sacerdote era l’uomo più potente del villaggio, fintanto che sarebbe riuscito a tenere nel timore e nella superstizione gli altri. Soltanto Gon e pochi altri uomini dalla mente più aperta non provavano soggezione davanti a lui. Tranor questo lo sapeva bene e lo temeva.

Secondo lui, il cacciatore avrebbe potuto rappresentare un pericolo per il suo potere se non fosse riuscito a tenerlo sotto controllo. L’astuto sacerdote aveva giocato bene le sue carte e finché fosse rimasto il tutore del figlio di Gon, cioè per altri due anni, poteva restare tranquillo.

Avrebbe affrontato e risolto il problema al momento opportuno.

 

Gon tornò a casa sua e, dopo averlo scuoiato, mise uno dei conigli che aveva catturato ad arrostire sul fuoco.

Mentre mangiava si accorse che si era fatto buio e, dopo aver finito, andò a dormire, stanco e sfinito dalla lunga battuta di caccia. Tuttavia, non riuscì a prendere sonno per buona parte della notte, in preda a cupi pensieri legati alla stella caduta.

 

La notte era scesa da poco quando arrivarono gli emissari da Rankor, avvolti dalle loro tuniche scarlatte orlate d’oro.

Tranor li accolse con grandi manifestazioni di sottomissione, giacché a Rankor governavano i Dieci Saggi, capi supremi del Regno di Cremnar, e i colori degli emissari li identificavano come appartenenti a Melekat, Primo del Culto dei Culti.

«Che cosa vi porta a noi, Signori, a quest’ora della notte e con questo freddo?»

«Tranor, Quindicesimo nel Culto del Cielo, sei convocato a Rankor. Hai tre giorni a partire da ora.»

E mentre l’eco delle sue parole ancora non si era spenta se ne andarono come erano arrivati, in silenzio e in perfetto ordine, senza attendere una risposta e senza aggiungere nulla.

Tranor tornò al Tempio del Cielo e passò tutta la notte a chiedersi perché fosse stato convocato, anche se era sicuro che questa convocazione così improvvisa fosse legata alla caduta della stella.

Per tutta la notte la terra tremò e strani bagliori si vedevano all’orizzonte.

Solo Gon, ancora sveglio nel suo letto, sapeva che quelle luci provenivano esattamente dalla direzione in cui era caduto l’oggetto del cielo.

Decise che sarebbe andato a scoprire cosa era caduto dal cielo.

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Sangue misto

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«Non vedo l’ora di tornare a casa», disse Roll, un attimo prima che un proiettile di energia gli facesse esplodere la testa, spalmandola sul muro di fianco a lui.

«Correte!» urlò qualcuno. Il gruppo si disperse in tutte le direzioni. Il rumore delle scariche tagliava l’aria alla stessa velocità degli impulsi.

«Laser a impulsi? Dove hanno trovato armi del genere?!» gridò uno dei soldati Gaantu. Nessuno rispose. Erano tutti troppo impegnati a correre per salvarsi la pelle. Loro erano armati solo di spade e asce, perché a loro toccava il lavoro sporco. Le armi più avanzate, infatti, erano riservate ai battaglioni superiori, deputati alla difesa dei membri del Parlamento gaantiano e dalle capitale della Repubblica.

Qualcuno entrò nei ruderi ai lati della strada, solo per finire infilzato sui più tradizionali pali appuntiti usati come lance. Altri continuavano a correre in strada, dove venivano falciati da micidiali raffiche. Solo i pochi che decisero di scendere nelle cripte riuscirono a sfuggire alla furia degli Horlach sopravvissuti all’attacco.

Il gruppo era partito settimane prima dalla città di Gaan per porre fine all’esistenza della razza Horlach. L’operazione era andata come previsto. Tutto era stato pianificato fin nei minimi particolari dagli strateghi Gaantu. Sarebbe stato l’ultima battaglia, la fine della Lunga Guerra. Da oltre cento cicli i Gaantu attaccavano i loro nemici senza pietà. Sebbene nessuno ricordasse più che cosa avesse acceso il conflitto, il loro impegno era più che mai teso alla completa eliminazione della razza Horlach. Provincia dopo provincia, città dopo città. Casa dopo casa, quando necessario. Ormai tutti gli Horlach sopravvissuti si erano rifugiati nella loro capitale, Horl, la loro ultima roccaforte o, per dirla col generale Wangold, comandante di tutte le forze Gaantu, “la loro tomba”.

L’attacco a Horl era iniziato come tutti gli altri. Le armate Gaantu si erano avvicinate alla città col favore della notte. Poco prima dell’alba erano iniziati i bombardamenti che si erano protratti per ore e l’assalto generale fu lanciato quando ormai solo pochissimi edifici erano in piedi.

Quello con cui lo stato maggiore dei Gaantu non aveva fatto i conti era che gli Horlach avevano preparato le difese per quell’attacco da decenni.

Le infinite vittime della ferocia Gaantu avevano insegnato ai capi tra gli Horlach che nessuna diplomazia, nessuna trattativa aveva ragione di esistere. Ogni gruppo di edifici era stato dotato di un rifugio sotterraneo capace di resistere ai bombardamenti più feroci. Provviste e armi erano state ammassate in vista dell’attacco finale. Non le solite armi bianche, però. Gli Horlach erano riusciti a impossessarsi di alcuni carichi di armi Gaantu, fucili, pistole, mitragliatrici e cannoni

Il piano era molto efficace nella sua crudeltà. I loro scienziati avevano iniziato a studiare un’arma che avrebbe potuto capovolgere le sorti della guerra. Tuttavia, la complessità della realizzazione andava oltre le loro capacità quando iniziarono. Avevano bisogno di molto tempo e i capi della razza Horlach compresero che se gli scienziati non avessero potuto lavorare nell’assoluto segreto i Gaantu avrebbero fatto qualsiasi cosa per fermarli. Dato che tempi critici richiedevano decisioni critiche, tutti gli Horlach che avevano lavorato alla costruzione dei lavoratori dedicati allo sviluppo dell’arma furono eliminati. Esisteva un modo molto semplice per ottenere questo scopo: li mandarono in prima linea, sotto il fuoco nemico. Migliaia e migliaia di Horlach furono sacrificati in inutili difese di obbiettivi indifendibili, tutto per far guadagnare tempo agli scienziati.

Tutto fu pronto pochi giorni prima dell’attacco a Horl.

***

«I Gaantu sono alle porte, Wir. Dobbiamo iniziare l’evacuazione della città. Tutti devono scendere nei bunker. Che ciascuno porti solo ciò che riesce a trasportare a mano.»

L’Horlach chiamato Wir inviò il messaggio agli altri capisquadra e distrusse l’attrezzatura con cui aveva lavorato fino a pochi giorni prima. Doveva assicurarsi che per nessun motivo le loro ricerche e i progetti finissero in mano ai nemici, nel caso in cui la macchina non avesse funzionato.

Oggi finirà tutto, in un modo o nell’altro, pensò Cnarl. Lo stesso fatalismo aveva accompagnato tutte le fasi della costruzione dell’arma Horlach. Se avesse funzionato avrebbero vinto la guerra, in caso contrario sarebbero stati sterminati fino all’ultimo. In entrambi i casi la guerra sarebbe finita quel giorno.

Wir e Cnarl raggiunsero gli altri tre scienziati con cui avevano collaborato per creare la loro arma. Ognuno di essi inserì la propria chiave nell’apposito slot e allo scadere di un conto alla rovescia centralizzato le girarono.

Il silenzio che si diffuse dalla macchina li terrorizzò completamente.

«Ce l’avete fatta! Ce l’avete fatta! Abbiamo vinto!» urlò qualcuno dal comunicatore di Wir.

Avevano vinto! La guerra eterna era finita. E loro, non i Gaantu, sarebbero stati padroni nel pianeta.

Loro, i padroni del tempo.

***

Da quando gli Horlach avevano vinto la guerra, Wir e Cnarl erano diventati cacciatori. Percorrevano i territori che i Gaantu avevano occupato per anni uccidendo qualsiasi Gaantu riuscissero a scovare.

Il loro compito era assolutamente privo di rischi, perché i cinque scienziati erano riusciti a fermare il tempo.

Soltanto gli Horlach erano immuni, soltanto loro potevano muoversi, soltanto per loro il tempo continuava a scorrere. L’arma che avevano costruito fermava ogni altra cosa. I Gaantu, gli animali, l’acqua, il vento, la luce… ogni cosa.

Il mondo era piombato nel buio più assoluto perché la luce non poteva più muoversi. I cacciatori Horlach indossavano degli elmetti illuminanti per vedere nell’oscurità. Il fatto che il tempo continuasse a scorrere per tutto ciò che veniva in contatto con un Horlach dipendeva dall’idea di usare il loro DNA come parametro su cui impostare la loro arma. Se toccavano l’acqua essa tornava a scorrere, anche se solo intorno alle loro mani. La luce scorreva a contatto coi loro corpi, riflettendosi normalmente, ma a pochi centimetri dai loro corpi si fermava di nuovo.

Le riserve di cibo che avevano accumulato li avrebbero tenuti in vita fino a quando anche l’ultimo Gaantu sarebbe stato ucciso. Poi avrebbero spento la macchina e il tempo avrebbe ricominciato a scorrere.

***

Tre anni dopo la fine della guerra gli scienziati si erano resi conto che non sarebbero sopravvissuti per un altro anno. Avevano calcolato che avrebbero finito lo sterminio dei loro nemici entro due anni e il governo Horlach aveva fatto accumulare provviste per sopravvivere per quel lasso di tempo. Tuttavia, il cibo aveva iniziato a scarseggiare molto prima dei Gaantu. Erano semplicemente troppi. O gli Horlach sopravvissuti erano troppo pochi. Alla fine, comunque fosse, gli Horlach erano di nuovo destinati a scomparire.

L’assenza di luce e di impollinatori avevano causato l’estinzione della vita vegetale. Gli animali che vivevano in stasi, costituivano una fonte di nutrimento, ma senza lo scorrere del tempo non poteva esistere il fuoco e senza fuoco dovevano nutrirsi di carne cruda. E non tutti i cacciatori si limitavano agli animali.

***

Cnarl era morto da qualche settimana. A Wir mancava il suo amico, ma non poteva fermarsi adesso. Presi dalla disperazione avevano spento l’arma. Morire in guerra era molto meglio che morire di fame lentamente. Piuttosto che finire i loro giorni nell’inedia avevano deciso di rimettere in moto il tempo. La luce, le piante, gli animali, i Gaantu… tutto sarebbe tornato in vita. E con quell’arma a disposizione avrebbero potuto costringere i Gaantu alla pace.

Tuttavia, non aveva funzionato. Pur spegnendo l’arma il tempo non aveva ripreso a scorrere.

Wir non dormiva da giorni, non mangiava da giorni e l’unica cosa che aveva in abbondanza, l’acqua, gli causava la nausea. Aveva scoperto cosa avrebbe potuto porre fine alle sofferenze della sua razza e, con essa, del mondo intero. Sulle montagne a nord di Horl viveva una razza di individui dal sangue misto, metà Horlach e metà Gaantu. L’arma non funzionava su di loro, a causa del loro DNA misto. Wir scoprì che l’unica cosa che non poteva eliminare dalla macchina era il DNA Horlach. Qualsiasi cosa avesse provato, lo aveva riportato immancabilmente al DNA usato per regolare l’arma. Gli serviva il sangue misto dei montanari per alterare la macchina e per impedire alla sua razza di essere sterminata dalla fame. Un bambino, aveva bisogno di un bambino dal sangue misto. Il suo sangue sarebbe stato la chiave per porre fine a tutte le sofferenze.

Raggiunse il villaggio di montagna sul fare dell’alba e si diresse direttamente alla sala del Consiglio. Non avrebbe sequestrato il bambino. Non avrebbe fatto del male a nessuno. Aveva ucciso così tanti Gaantu inermi da provare ribrezzo per se stesso. I Gaantu erano vivi. Continuavano a vivere e non invecchiavano. Il tempo, semplicemente, per loro non scorreva. Wir aveva capito presto che togliere la vita alle sue vittime scavava un barato nella sua anima. Non avrebbe fatto del male a nessuno, men che mai a un bambino.

***

«… ed è per questo motivo che mi serve il vostro DNA. Il mondo sta morendo, e noi ci stiamo trascinando nella nostra decadenza. Voglio porre fine a tutto questo. Anche voi non potete vivere per sempre in un mondo in stasi.»

Il capo del villaggio di montanari era d’accordo con Wir. Non avrebbero potuto sopravvivere in quel mondo privo di tempo, privo di vita. La sua gente poteva muoversi, questo era vero, ma stavano morendo uno dopo l’altro.

«Amico mio, non sai per quanto tempo ho atteso questo raggio di speranza. Negli ultimi mesi ho visto morire metà del mio villaggio. I primi a morire sono stati i nostri figli, e soltanto uno di essi, mio figlio, è ancora in vita. E non per molto, temo. Seguimi, perché non abbiamo molto tempo.»

***

Il figlio del capo morì pochi minuti dopo il prelievo di Wir. Se lo scienziato avesse tardato anche solo di mezz’ora, se avesse fatto una svolta sbagliata o scelto un percorso di poco più lungo, tutti gli Horlach e i montanari sarebbero stati condannati per sempre a quella non esistenza travestita da vita.

***

Quando Wir ritornò a Horl si diresse immediatamente al laboratorio. Doveva porre fine alla tremenda sciagura che avevano scatenato sul loro mondo.

Gli occorsero due giorni per riscrivere il programma dell’arma. Quando erano ancora in cinque avrebbero impiegato poche ore.

Tutto era pronto ormai. Wir era pronto. Avrebbe posto fine a tutta la sofferenza che avevano causato.

L’ultima cosa che rimaneva da fare era spingere il pulsante. Wir si concesse qualche breve attimo per calmare il battito del suo cuore. Un suo dito avrebbe finalmente posto fine alla sofferenza di decine di milioni di esseri viventi.

Il potere di un dio in un polpastrello.

Wir premette il pulsante e si diresse verso la sua camera. L’arma ci avrebbe messo cinque minuti per attivarsi e lui non voleva restare in quel laboratorio più a lungo.

Raggiunse la sua camera e si sedette alla sua scrivania.

Due minuti ancora. Wir si passò una mano nei capelli, ravvivandoli.

I secondi non scorrevano abbastanza in fretta per lo scienziato Horlach. Era impaziente.

Un solo minuto, ormai.

L’arma entrò in funzione mentre Wir stava abbassando il braccio per poggiarlo sulla scrivania.

L’effetto dell’arma lo colse a metà del gesto, bloccando, assieme al braccio, anche il sorriso che si era formato sulle sue labbra.

Reietti d’un futuro passato

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Sono X e vivo dentro un cubo.

I grandi progressi della medicina e della tecnologia nel ventiquattresimo secolo hanno portato alla nascita della mia specie, i prescienti. Alcuni avevano compreso che l’imprevedibilità degli eventi sarebbe sempre stata un pericolo per i loro affari e così avevano investito somme enormi di denaro in progetti di ricerca per imbrigliare le probabilità e, in definitiva, il futuro. Decenni di insuccessi furono seguiti da alcuni timidi successi che condussero, infine, alla nascita del primo dei prescienti. Erano in pochi e non potevano riprodursi. Li avevano creati sterili per controllarli, ma questo comportava anche che il loro numero fosse esiguo.

Essere presciente vuol dire, letteralmente, leggere il futuro, prevedere gli eventi e influenzarli.

Siamo in pochi e, per questo, sono anche in pochi quelli che possono permettersi i nostri servigi. Beh, quelli dei miei fratelli normali, almeno. Infatti, non tutto filò liscio per i signori delle probabilità.

In mezzo a questi pochi prescienti, ancora di meno sono quelli come me, i Listing. E nessuno può usare un Listing. Eravamo in dieci. Potenti. Onnipotenti, direbbe qualcuno.

Ora siamo in tre soltanto.

Qualcosa in noi è terribilmente, meravigliosamente sbagliata. Siamo nati prescienti come gli altri. Ma la nostra capacità di prevedere gli eventi si evolve in modo diverso e a diverse età. É come se un qualche gene latente si attivasse all’improvviso.

Una cosa ci accomuna e, al contempo, ci differenzia dagli altri: possiamo vedere solo eventi che riguardano noi stessi e solo immediatamente prima che accadano.

Tali caratteristiche non potevano essere sfruttate con profitto. Noi non potevamo essere schiavizzati e, cosa per alcuni versi peggiore, eravamo perfettamente in grado di riprodurci. Quindi diventammo pericolosi e reietti.

Ci cercarono e ci trovarono, uno per volta.

Alcuni di noi Listing avevano messo a frutto la propria anomalia per ritagliarsi uno spazio nel mondo. Ma eravamo temuti, perché per loro rappresentavamo l’incarnazione dell’imprevedibilità. Non puoi controllare chi può prevedere e, quindi, determinare il proprio futuro.

Mi accorsi di essere un Listing a dieci anni. Diedi la mano a mio fratello e vidi nella mia mente che sarei caduto dalle scale dopo averlo salutato. Le cose andarono esattamente così. Per essere più preciso dovrei dire che “ricordai” di essere caduto dopo aver dato la mano a mio fratello, perché la sensazione che si prova è quella di vedere un ricordo prendere vita davanti ai propri occhi.

Vivo in un cubo da tre anni ormai.

Potrebbe sembrare terribile per un normale essere umano vivere in uno spazio di tre metri per tre metri per tre metri, senza finestre, con una luce fioca come unica compagnia, due pasti al giorno e senza vedere un altro essere umano. Sì, non vedo un volto umano da tre anni, che sia di altri o il mio (non ci sono specchi nel mio cubo).

Come dicevo, essere un Listing permettere di predire, entro certi limiti, il proprio futuro. In due di noi questa capacità si manifestava mediante la vista. A loro bastava guardare qualcuno per ritrovarsi immediatamente immersi in “ricordi” di avvenimenti che sarebbero accaduti da lì a poco. Erano destinati a impazzire. Dopo un po’ non riuscivano più a distinguere la realtà dai “ricordi” e il loro cervello andò in pappa. Non fu una bella morte la loro. Quando li trovarono erano ancora vivi, ma meno reattivi di un albero. Non si riuscì nemmeno a nutrirli e morirono di fame entro pochi giorni, tra gli spasmi mentali di ricordi fasulli. (Se vi state chiedendo perché non li avessero nutriti per via endovenosa vi basti ricordare quanto poco la morale abbia senso nella nostra epoca.)

Tre di noi, invece, riuscivano a esercitare la loro dote in modo controllato. Non ho mai saputo i loro nomi, quindi ho sempre pensato a loro come Terza, Quarta e Quinto. Non sono esattamente creativo coi nomi, come avrete capito. Terza, la più carismatica dei tre, convinse gli altri due a unirsi a lei per fondare il loro impero economico. Per qualche tempo riuscirono a dominare i mercati finanziari, ma nemmeno loro potevano prevedere un suppostone di un chilotone sganciato dalla troposfera. “Ma non ci sono state vittime collaterali?”, chiederete. Beh, per cancellare i tre Listing andava bene tutto, anche più del milione di newyorchesi trasformati in esili sbuffi di fumo (si veda sopra, per quanto concerne la morale).

Il sesto Listing a essere scovato aveva una dote strana anche per noi. Riusciva a vedere interi giorni di “ricordi” solamente ascoltando una voce. Resistette per tre anni prima di impiccarsi sotto un ponte a Londra, dove fu trovato dai nostri nemici. Con grande sollievo per loro. Sesto, altro nome di fantasia, poteva essere il più potente di noi se non avesse avuto lo svantaggio di cadere in catalessi durante i suoi “ricordi” per poi svegliarsi quasi privo di energia.

Settimo, invece, era il più furbo di tutti noi. Si trasferì su uno sperduto arcipelago nel Pacifico dove visse per anni senza alcun problema. I pochi altri abitanti delle isole evitavano quello strambo individuo che parlava da solo. Alcuni gli attribuivano poteri sovrannaturali, non sospettando nemmeno quanto fossero vicini alla realtà. Scoprirono Settimo per caso, quando un pezzo grosso della loro organizzazione fece scalo proprio in quell’arcipelago e sentì parlare dello straniero che vedeva il futuro. Il resto fu un gioco da ragazzi. Le isole tornarono a essere insignificanti per il resto del mondo, come sempre erano state e sempre sarebbero rimaste.

Rimaniamo in tre. Io vivo in un cubo, Ottavia (lo so…) in una piramide e il Nonno (sì, lo so… non dite nulla) in una sfera.

Ottavia non fu catturata. Si consegnò spontaneamente. Era una fervente persecutrice di Listing (aveva catturato lei Sesto e Settimo), feroce e implacabile. Li odiava al punto da averne fatto la sua ossessione. Proprio per questo motivo scoprire di essere diventata la sua stessa nemesi l’avrebbe dovuta distruggere. Ma non fu così. L’odio per se stessa era forte, forse ancora più che per gli altri Listing. Detestava la propria condizione al punto da volersi punire per essere diventata ciò che aveva giurato di distruggere. Decise di punire la sua debolezza e si fece rinchiudere nelle condizioni peggiori possibili. Da allora saranno passati più o meno dieci anni. Dieci lunghi anni in una piramide, isolata. Anni trascorsi da sola con se stessa. In pessima compagnia, direi, dato che Ottavia è sempre stata una vera stronza.

Il Nonno è proprio come il suo nome fa intendere: vecchio. Scoprì la sua maledizione a settant’anni suonati e non riuscì a capacitarsene. Aveva lavorato tutta una vita come presciente e ora, in veneranda età, era stato destinato alla parte dei condannati. Quando il Nonno si rese conto di quello che era diventato, chiese aiuto al suo datore di lavoro, ovvero il direttore della struttura di cui sono ospite. Sì, perché lui era un presciente giuridico, utilizzato durante gli interrogatori e i processi. Aveva accettato di buon grado la situazione, anche perché, diceva, prima o poi la vita deve finire.

E, infine, ci sono io, Groonthar (lo so, vi aspettavate “Decimo”, ma il mio nome lo conosco…). Sono atipico per essere un Listing. I miei “ricordi” si manifestano col tocco, ma non funzionano sempre, anzi. Dopo la volta in cui mio fratello portò alla luce le mie capacità, mi è successo solo in altre tre occasioni. La mia prescienza, infatti, funziona solo nel momento in cui tocco persone con eterocromia. Abbastanza inutile, in effetti, data la rarità di individui che presentano tale mutazione. Tuttavia, la terza volta mi successe, purtroppo, in presenza di un presciente normale, il quale pensò bene di aizzarmi contro una squadra di anti-Listing. Che sia maledetto in eterno e che le fiamme di dodici inferni lo brucino fino alla fine dei tempi!

Non solo il mio talento non vale niente, ma mi ha anche fatto guadagnare un biglietto di sola andata per questo cubicolo della malora. Tutto qui dentro è studiato per farmi dimenticare chi o cosa sono. Qua dentro non sono un Listing, non sono un presciente, non sono un essere umano. Non sono niente. Qua dentro sono X, e dato che “qua dentro” è il mio intero mondo da tre anni, io sono X e sono tutto. Per me stesso rappresento l’intera umanità. Qua dentro sono ogni cosa. Sono l’universo, sono il nulla, sono un dio.

Sono X, e vivo dentro un cubo.

Non so perché mi abbiano rifilato un cubo, ma non me ne posso lamentare. Se vivessi in una piramide, come Ottavia, probabilmente sarei già impazzito. Non c’è spazio per stare in piedi se non al centro esatto della stanza. Probabilmente è questo che fa lei. Passa le sue giornate cercando di stare in piedi in mezzo alla sua cella piramidale. Oppure no. Non ne ho idea, perché vivo in un cubo da tre anni. Se, invece, mi avessero assegnato una cella sferica, come Nonno, probabilmente sarei rimasto sdraiato per ore e ore e ore. Però non so cosa faccia Nonno, in effetti. Magari con lui sono stati benevoli in questi anni, visto che si è consegnato a loro dopo decenni di onorata carriera. Dove Ottavia raffigura la pazzia (e lo sarà probabilmente anche di più ora), Nonno rappresenta la gentilezza. Non aveva mai fatto male a nessuno, da quanto sapevo, a meno di non voler considerare tutti quelli che aveva contribuito a far giustiziare. Sì, il progresso e l’evoluzione ci hanno riportato alla pena di morte (per il concetto di morale…).

Sono X, e vivo dentro un cubo.

Poi, c’è l’ultimo “ricordo”. É, assieme, la cosa più spaventosa e più meravigliosa che mi sia mai capitata, nonché la ragione per cui annoto queste parole. Oggi, come tutti i giorni da tre anni, ho toccato la mano della persona che mi ha portato il pranzo. Non che lo volessi, ma prendendo il piatto dalle sue mani il tocco era inevitabile. Appena la mia pelle ha sfiorato la sua ho “ricordato” che entro la fine della giornata sarei stato giustiziato assieme a Ottavia e Nonno.
Alla fine nemmeno il vecchio babbione e la pazza scatenata sarebbero sopravvissuti.

Sono Groonthar, e oggi uscirò dal cubo.

Catalogna, 1 Ottobre. Ovvero: Facciamo che per una volta non sapete, tutti, tutto di tutto?

Hic Rhodus

Come era da aspettarsi, i fatti di Barcellona connessi con il Referendum convocato dagli indipendentisti catalani hanno dato la stura a fantastilioni di terabyte di commenti da parte delle legioni di informati da tastiera.

Una orgia di argomentazioni e giudizi che mi ha portato ad autosospendermi da Facebook per almeno una mesata al fine di riprendermi dall’attacco di Sindrome di Stendhal causatomi da tanta, così vasta, variegata e diffusa competenza in materia e, parallelamente, dalla constatazione di quanto io sia ignorante.

Sia chiaro: non mi riferisco al comportamento della Policia Nacional e della Guardia Civil, sul quale si sono già espressi molto meglio di quanto potrei mai fare io sia Guy Verhofstadt (QUI) sia l’Alto Commissario delle NU per i diritti umani, né alle scelte del Primo ministro Rajoy che, quali che ne siano state le ragioni, hanno di fatto regalato visibilità, sostegno, popolarità in una parola: vittoria…

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Perché gli antivax hanno vinto

Hic Rhodus

Sono stato folgorato da questa foto, scattata alla manifestazione antivax di Milano di qualche giorno fa. Ho capito tutto. Gli antivax hanno vinto, o comunque vinceranno sulla distanza. La foto, la vedete, mostra di schiena un povero pargolo con una scritta sulla maglietta, vergata a mano con un buono stampatello dal solerte genitore antivax. “Non mi avrete mai come volete voi”. Ecco, in questo slogan, non originale, sta la soluzione. Ci si poteva aspettare una scritta tipo “Libertà di cura”, o “Il corpo è mio e me lo vaccino io”, e invece si fa riferimento a un Ente minaccioso (“voi”) e a un programma antagonista (“non mi avrete mai”). Ecco. Gli antivax sono contro i vaccini in quanto animati da sentimenti antagonisti che potevano incanalarsi in molteplici strade: anti-olio di palma (ma è poco evocativo ed è fallito sul nascere), anti-insegnamento di matematica , anti-wi-fi… invece si è incanalata…

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Il #Sì non è una tragedia greca

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voto-si
Ormai ci siamo.
Domani, Domenica 4 dicembre, finalmente si va a votare e, comunque vada a finire, è finita una serie di mesi stracolma di stracciature di balle infinite. Se ne sono dette e sentite, scritte e lette, urlate e sussurrate di ogni colore. Nessun colpo basso è stato risparmiato, né da una parte né dall’altra.
Finalmente, nel bene o nel male, questa gran rottura di cazzo è finita.
Detto ciò, rendo noto a chi ancora non lo sapesse che io voterò Sì.
Un Sì convinto.
Il mio non è un Sì a Renzi, non è un Sì al PD e non è un Sì contro Grillo, Salvini e il resto dello zoo.
Il mio è un Sì alle riforme proposte nel testo che per oltre due anni è stato scritto, riscritto, modificato e rimodificato per essere, alla fine, approvato in Parlamento.
A quei Parlamentari che oggi dicono “poteva essere scritta meglio” rispondo con un grandissimo “ANDATE A CAGARE”, perché hanno avuto due anni di tempo per “scriverla meglio” e, invece di fare una vera opposizione politica, si sono limitati a presentare emendamenti per gioco (anche inserire una virgola nel testo o proporre di sostituire la parola “comunque” con “nonostante ciò” sono emendamenti che comportano una discussione), a votare contro questa proposta perché fatta da un governo che a loro non piace e a sbraitare e aizzare l’odio degli elettori (fare opposizione non significa dire no a tutto… questo si chiama “sabotare”) o, più semplicemente, a uscire dall’aula (che grande strategia politica!).
chi-ha-votato
A quelli che temono una “deriva autoritaria” ricordo che al governo ci vanno quelli che ricevono più voti, quindi, invece di piangere su un latte ancora non versato, impegnatevi a portare al governo una figura o un partito che sia degno dei voti che riceve. Non vi piace chi c’è ora e nessuna delle alternative? Nessun problema. Creare un partito non è una cosa complicata e non costa una follia. Se la vostra idea è buona 1.000 firme le trovate al volo. Naturalmente, questo vale per quelli che non si lamentano per sport, perché quel tipo di persone piangerebbe comunque per il gusto di farlo (vittimismo cronico).
A quelli che dicono “Col Senato delle Regioni il PD prenderebbe il potere totale perché controlla più regioni” faccio notare che prima che questo nuovo Senato possa entrare in funzione deve esaurirsi il ciclo delle elezioni regionali e che, quindi, hanno 5 anni di tempo per far eleggere qualcuno che non sia del PD nelle varie regioni. Ma, anche qui, se l’impegno lo mettono solo nei piagnistei ha poco senso qualsiasi discorso.
A quelli che dicono “Mandiamo a casa Renzi” rispondo con un educato “guarda che il referendum non è su Renzi” la prima volta, con un climax ascendente di insulti in base alle volte che continueranno a ripetere il loro mantra.
A quello che dicono “l’italicum” e così via rispondo con un educato “guarda che il referendum non è sulla legge elettorale” la prima volta… (vedi il capoverso precedente per continuare).
Votare Sì dopodomani non significa che dal 5 dicembre l’Italia verrà stravolta.
Una vittoria del Sì sarebbe solamente l’inizio di una serie di riforme e cambiamenti che possono portare l’Italia a essere un Paese funzionante, ma sul serio, invece che relegarla sempre ai primi posti in classifica per inefficienza e difficoltà di fare qualsiasi cosa.
Un esempio? Il Senato delle Regioni, che improvvisamente tutti vogliono votare direttamente.
Intanto, mi chiedo quanti siano, tra coloro che “difendono il diritto a eleggere il Senato”, quelli che non votano da decenni, quelli che non hanno mai votato per il Senato perché non avevano ancora l’età per poterlo fare (tutti quelli che oggi hanno tra 18 e 27 anni), quelli che hanno sempre votato per i Senatori della “casta”, ma dal 2013 sono, catarticamente, diventati puri e così via.
Dal testo della riforma: ART. 57. – Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. […] La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi […].
Dunque, ci saranno 100 senatori, di cui 74 eletti tra i consiglieri regionali, 21 tra i sindaci e 5 che “possono” essere nominati dal Presidente della Repubblica (“possono”, non “sono”).
La cosa importante da notare, però, sono queste parole: “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Significa che quando i “medesimi organi” vengono rinnovati (cioè quando ci saranno elezioni regionali o comunali che interessino un comune il cui sindaco è anche senatore) l’elettore esprimerà, oltre al voto per la situazione presente (elezioni regionali o comunali), anche un voto per il candidato che vedrebbero come senatore. Il testo dice esplicitamente “scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, non dice né “consiglieri regionali” né “sindaci”, ma “candidati regionali”.
Questo comporta anche che un senatore, se non viene rieletto consigliere regionale o sindaco, decade automaticamente dal suo ruolo di senatore, lasciando il posto a un altro, ritenuto più affidabile, rendendo, quindi, il Senato un’organo fluido e non irrigidito e ingessato per tutta una legislatura (quest’ultimo concetto stesso non varrà più per il Senato, perché cambierà man mano che ci saranno le elezioni regionali e comunali).
Certo, è diverso dall’eleggere direttamente un senatore, ma nessun diritto viene tolto agli elettori.
Mi fermo qui perché non ho voglia di allungare il discorso e perché non ho voglia di dibattiti infiniti (né mi interessa far sfogare il naysayer di turno).

Considerazioni sulla democrazia del terzo millennio

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Anch’io, come credo molti milioni di persone nel mondo, ho provato un attimo di sconcerto nell’apprendere il risultato delle elezioni negli Stati Uniti d’America.

Anch’io, come molti, ho pensato “Ma come si fa?”.

Tuttavia, per quanto quel risultato possa essere inquietante, il mondo non finisce per questo e, per citare Nick Fury, fin quando il mondo non smetterà di esistere agiremo come se intendesse ruotare ancora.

Non mi arrampicherò sugli specchi tentando di indovinare cosa succederà adesso. Non ho le capacità di analizzare tutte le implicazioni, né posseggo una sfera di cristallo. Posso, però, concedermi qualche riflessione più generica su come stia diventando sempre più evidente che il modello di democrazia che prevale oggi nel mondo non sia più adatto a garantire stabilità (ammesso che la stabilità sia considerata ancora un valore, naturalmente) ai governi delle nazioni e alle relazioni internazionali. O che, per non apparire troppo apocalittico, stia almeno scricchiolando fortemente.

Il fondamento su cui si basa il modello contemporaneo di democrazia è che la sovranità è del popolo, che la esercita mediante il voto (democrazia rappresentativa). Ne consegue che questo sistema di governo si basa sul principio maggioritario, cioè che la maggioranza prende le decisioni a cui la minoranza deve adattarsi. Questo, a sua volta, comporta che il candidato (o il partito) che riesce a convincere il maggior numero di elettori della bontà della propria visione e dei propri programmi riceva dagli stessi il mandato per governare.

Detta così sembra una cosa lineare e pacifica, ma non lo è. O, meglio, non lo è più.

A cavallo tra i secoli XIX e XX si iniziò a estendere anche alle donne il diritto di voto, che per me è una importante discriminante della democrazia rappresentativa, quindi posso affermare con una certa sicurezza che le moderne democrazie rappresentative costituiscono una forma di governo molto giovane e recente nella storia dell’uomo, considerando che l’uomo forma delle società civili da più o meno 6.000 anni. È vero, il concetto di democrazia è molto più antico, ma sostanzialmente si tratta di due cose differenti.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’intero Occidente ha adottato questa forma di governo, adattandola nella forma alle varie situazioni locali (repubblica parlamentare, presidenziale, monarchie parlamentari, ecc.). Ha funzionato bene per molti anni, anche se con gradi di successo differenti. Da qualche anno, però, e specialmente in Europa, questo sistema vacilla e non è facile capire perché. È come se improvvisamente fosse calato il sipario sull’illusione di una vita perfetta o, quantomeno, di una vita tranquilla e senza grossi problemi.

La democrazia rappresentativa in scacco

Nel 2013 un partito italiano antisistema e antipolitico ha basato tutta la sua campagna elettorale (la peggiore mai vista in Italia finora) sull’aggressione sistematica di tutto l’establishment italiano ed europeo, demonizzato come causa di tutto il malessere della popolazione italiana. È risultato essere il partito più votato, ma il totale rifiuto di qualsiasi cooperazione con quella che hanno etichettato come “casta”, nonché un’imperterrita e pervicace insistenza a rifiutare il dialogo in qualsiasi forma, ha relegato i suoi eletti nell’insignificanza politica, dove ancora ristagnano, man mano perdendo pezzi (le mie impressioni dell’epoca le trovate qui, qui e qui).

Ma l’annus terribilis per la democrazia rappresentativa è senza dubbio il 2016, l’anno corrente.

Il 23 Giugno di quest’anno, infatti, in Gran Bretagna si è tenuto un referendum sull’uscita o la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea, il cosiddetto Brexit. Nessuno, nell’Unione Europea in generale e nella Gran Bretagna in particolare, avrebbe potuto prevedere il risultato: con un’affluenza del 72,2% degli aventi diritto, i voti a favore dell’uscita hanno prevalso con una percentuale del 51,9% (contro un 48,1% di voti a favore della permanenza, ovviamente). Tradotto in numeri il quadro è il seguente: gli intitolati a votare erano 46.501.241, di cui hanno votato 33.578.016. Tra questi ci sono state 26.033 schede bianche o nulle. I voti validi, invece, si sono divisi in 16.141.241 per la permanenza e 17.410.742 per l’uscita. La differenza determinante è stata di 1.269.501 voti (un po’ meno del 3,5% di tutti i votanti). Anche in questo caso la campagna elettorale è stata costellata da uno scarso impegno delle forze moderate in campo e da una prevaricazione totale di qualsiasi fair play da parte delle forze più esagitate ed estremiste, da ambo le parti, ma con una netta prevalenza di aggressività e incitazione all’odio da parte di chi campagnava per l’uscita. Anche in questo caso possiamo parlare di un voto antisistema e antipolitico che ha fatto della demonizzazione dell’establishment locale ed europeo il suo cavallo di battaglia (affiancato a una buona dose di promesse irrealizzabili). A differenza di quanto è successo in Italia nel 2013, però, in questo caso si è aggiunto all’equazione anche una buona dose di xenofobia, quando non di vero e proprio razzismo.

Il 9 Novembre 2016, infine, vince le elezioni negli Stati Uniti d’America un uomo che durante la sua campagna elettorale è riuscito a dare prova di una profonda amoralità, nonché di un egocentrismo imbarazzante per il suo stesso partito. Dato che l’Unione Europea è abbastanza lontana dagli USA da non costituire un argomento locale, i temi con cui il nuovo presidente USA ha convinto il suo elettorato sono stati, di volta in volta, razzismo, xenofobia, sessismo, denigrazione dell’avversario, protezionismo, isolazionismo, machismo, semplificazione di qualsiasi concetto economico, promesse esorbitanti, violenza. Ora, prima che iniziate a ritenere gli statunitensi un branco di idioti, vorrei vi rendeste conto che in quel Paese può succedere il caso aberrante in cui un candidato prenda la maggioranza dei voti dei cittadini ma che, ciononostante, perda le elezioni (infatti così è stato anche questa volta). Questo succede a causa del sistema elettorale in vigore in quel Paese. Per chi volesse approfondire, qui è spiegato il sistema elettorale statunitense (leggete con calma e poi rileggete).

Esistono elementi comuni nelle campagne elettorali di tutti e tre i casi citati:

  • Pongono l’accento su nostalgie nazionalistiche e si appellano al patriottismo degli elettori.
  • Fomentano idee isolazioniste che comportano, nei loro discorsi, la fine dell’immigrazione e il ritiro unilaterale da trattati internazionali presentati all’elettorato come imposti dall’alto, come non convenienti al loro Paese e come strumenti per favorire una ristretta cerchia di persone (le élites).
  • Individuano delle classi sociali che presentano come causa di tutti i loro mali (il nemico necessario) e incentivano il risentimento dell’elettorato nei confronti di esse.
  • Sfruttano l’insicurezza economica come volano per instillare nell’elettorato ansie e paure per il proprio futuro, proponendo soluzioni draconiane e semplicistiche, di solito irrealizzabili ma capaci di destare una forte simpatia nell’elettore.

Il voto delle masse

Ho già parlato della sempre più diffusa tendenza a prendere delle decisioni su argomenti importanti pur non avendo alcuna competenza in materia. Ma come si induce l’elettore a mettere da parte la logica e il buon senso, a opporsi fermamente a pareri e spiegazioni di esperti, a favorire il breve termine al posto di una pianificazione a lungo termine, a credere alle bugie senza sottoporle a verifica? Come si convince l’elettore a non informarsi, in modo che non possa sviluppare il dubbio?

La cosa è abbastanza semplice con gli elettori effettivamente tesserati/iscritti nel proprio partito. Ma come tirare dalla propria parte gli altri?

Informare l’elettore

È importante, a questo fine, tenere presente i diversi metodi attraverso cui un candidato/partito può parlare a un gran numero di persone:

  • Comizi
  • Giornali stampati
  • Internet
  • Televisione

Il primo di questi metodi permette a un candidato di raggiungere coi suoi messaggi tutte le persone che, effettivamente, presenziano all’evento di persona. È vero, la copertura giornalistica rende abbastanza facile recuperare i testi dei discorsi pronunciati e anche i video dei comizi sono facilmente recuperabili, ma il punto di forza di un comizio è proprio la comunicazione diretta che si instaura tra candidato e pubblico. Durante un comizio, le dinamiche tra palco e pubblico, l’atmosfera di condivisione e lo sventolio di bandiere creano una predisposizione personale favorevole al candidato che difficilmente può risultare dalla visione di un video o dalla lettura di un testo. Il comizio è, quindi, il modo più diretto con cui un candidato può rivolgersi ai propri potenziali elettori.

Il secondo metodo, i giornali stampati, è ottimo per veicolare opinioni e programmi elettorali. Interviste e articoli permettono all’elettore di farsi un’idea delle proposte del candidato anche perché, trattandosi di un testo scritto, esso può essere valutato con calma dal lettore o discusso in gruppo. Infatti, una volta che l’articolo è scritto e pubblicato esso non può più cambiare e, così, il messaggio del candidato, filtrato dalle convinzioni del giornalista, rimane una rappresentazione statica del pensiero del candidato (che può anche mutare nel corso del tempo). Lo svantaggio di questo metodo è che ciò che si legge è scritto da un giornalista che, volente o nolente, farà si che le proprie opinioni abbiano un peso nell’articolo che scrive. Se, poi, guardiamo in particolare all’Italia, è ancora più evidente come gran parte dei giornali stampati sia di parte, difendendo questo o quel candidato e agendo contro quello o quell’altro e, quindi, si tratta di semplici strumenti di propaganda.

Internet è il mezzo con cui oggi è più immediato e facile fare campagna elettorale. Quotidiani online, social network (Facebook, Twitter e Youtube, principalmente) e blog (come, per esempio, quello di Beppe Grillo) sono fonti d’informazione veloce e, spesso, non filtrati da terze parti. I quotidiano online, oltre a fornire informazioni, sono anche luogo di discussione pubblica, dato che quasi tutti permettono il commento da parte dell’utente, con risultati spesso raccapriccianti, dovuti soprattutto al fatto che la distanza fisica dagli altri utenti mette al riparo da confronti diretti troppo personali. Un candidato può usare Facebook o Twitter per comunicare direttamente coi suoi potenziali elettori creando un contatto diretto che acquisisce, soprattutto per l’elettore, un significato di confidenza e prossimità tra le parti. Il neo di questo metodo è che gli utenti digitali tendono a finire racchiusi in una bolla di contenuti da cui non è facile uscire se non se ne ha il preciso desiderio. Facebook, a esempio, fa vedere all’utente i contenuti che sono correlati alla sua attività sul social network e, quindi, più tale utente interagisce con contenuti che riguardano l’argomento X e più l’algoritmo di Facebook gli proporrà contenuti che riguardano l’argomento X. In un articolo sul Guardian (articolo in inglese), per chi volesse farsi un’idea più precisa, si analizza come la diffusione e la condivisione di notizie false su Facebook possa aver effettivamente influenzato il risultato delle scorse elezioni statunitensi. Il flusso di informazioni su Twitter, invece, si basa sui contatti che si sceglie di seguire, quindi è facile intuire come la tendenza sia quella di rinchiudersi in un circolo di utenti che condividono lo stesso interesse, spesso con un livello di preparazione simile tra di loro.

I metodi trattati finora richiedono tutti una qualche partecipazione attiva dell’elettore. Nel quarto, invece, il ruolo dell’elettore è del tutto passivo. La televisione, infatti, non richiede alcun impegno da parte del suo utente, se non guardare nella direzione giusta. Questo, a sua volta, comporta un ridotto impegno dell’utente nello sforzo di comprensione. Infine, in televisione le informazioni fluiscono costantemente in una direzione, il che non permette all’utente di soffermarsi a considerare una particolare affermazione o un concetto espresso (non c’è un testo scritto su cui ragionare). Pertanto, secondo me, questo è il metodo peggiore in assoluto perché un candidato riesca veramente a farsi capire.

***

A questo punto, dopo aver brevemente e superficialmente dato uno sguardo alle modalità principali con cui si può fare campagna elettorale, è interessante approfondire i temi che accomunano le campagne di cui parlavo sopra:

  • Nazionalismo
  • Isolazionismo
  • Nemico necessario
  • Ansia indotta e equazione “problemi complessi = soluzioni semplici”

 

Nazionalismo

Per nazionalismo si intende un movimento politico e ideologico avente quale programma l’esaltazione e la difesa della nazione (da Dizionario di Storia, Treccani).

È sempre più comune (al punto da essere diventata una vera e propria tattica standard) ascoltare candidati a elezioni nelle democrazie occidentali concentrare i proprio sforzi sul suscitare negli elettori una forma di avversione per qualsiasi tipo di trattato sovranazionale che limiti, anche se solo in parte, la sovranità nazionale di uno Stato. Secondo questi candidati le difficoltà che gli elettori affrontano nella vita di tutti i giorni dipendono in gran parte, se non del tutto, da questi trattati, piuttosto che da inefficienze intrinseche dei governi nazionali. Questo approccio ha, per il candidato, un grande vantaggio: richiama l’attenzione dell’elettore su un ente molto lontano di cui la quasi totalità dei cittadini non sa molto. Continuare a indirizzare il risentimento dell’elettore verso questo ente sovranazionale è una tattica molto utile per raccogliere il consenso di chi è poco informato e di chi tende, proprio per quest’ultima ragione, a seguire il branco. Infatti, i trattati internazionali sono estremamente articolati e complessi e decisamente ostici per i non addetti ai lavori. E tutto quello che non è semplice da capire è guardato con sospetto. L’argomento “nazionalismo” non si esaurisce qui, però. Una campagna nazionalista si concentrerà anche sui valori considerati caratteristici della nazione e sul suo passato glorioso. C’è, in questo, un sottofondo nostalgico (Ubi sunt qui ante nos fuerunt?) che individua nel passato nazionale i veri valori che la nazione dovrebbe coltivare e che, contrapposti alla “decadenza” contemporanea, sono sempre migliori, più alti e più giusti. Questo, in un paese come l’Italia, offre naturalmente  il destro al rinascere di sentimenti fascisti d’oscura memoria di cui ancora oggi gran parte dell’elettorato è nostalgica.

Isolazionismo

Questo aspetto di una campagna elettorale è direttamente collegato al precedente. L’isolazionismo, come si evince dal nome, è una politica che tende a limitare fortemente i rapporti di una nazione con l’esterno. Consta di due componenti: non interventismo e protezionismo. Come abbiamo visto prima, i trattati internazionali possono essere di tipo politico. Qui aggiungerò quelli di tipo militare e commerciale.

Il non interventismo è una forma di politica estera che evita alleanze militari con altre nazioni e qualsiasi attività militare diversa dall’autodifesa. Riguarda, cioè, i trattati internazionali di tipo militare. Nel mondo occidentale un esempio di questo tipo di trattato è la NATO, organizzazione internazionale che ha come suo scopo la difesa militare degli Stati aderenti da qualsiasi aggressione militare esterna. Nata dopo la Seconda Guerra Mondiale come difesa collettiva contro l’Unione Sovietica (lo so, è un’affermazione grossolana, ma rende l’idea), per molti essa ha perso il suo scopo nel momento in cui l’Unione Sovietica ha cessato di esistere. È un’alleanza di tipo militare che obbliga i suoi membri a intervenire in difesa di qualsiasi membro che subisca un’aggressione militare. Appare chiaro come la sua nascita sia strettamente legata agli eventi di inizio XX secolo. Il candidato che usa l’isolazionismo come argomento, ricorre spesso alla NATO come strumento per portare dalla sua parte l’elettorato che considera tale organizzazione solamente come uno zombie sopravvissuto alla Guerra Fredda e, a tal fine, anch’egli tenderà a presentarla in tale modo e a sottolineare gli ipotetici benefici che una nazione otterrebbe dall’uscirne. Nei discorsi del candidato tali benefici sono soprattutto di tipo economico, di solito, relegando in secondo piano (ma non dimenticandoli) i benefici in termini di vite di connazionali non messe a rischio.

Il protezionismo, invece, è una forma di politica economica che mira a proteggere le attività produttive nazionali e in cui lo Stato, mediante interventi in campo economico ostacola o impedisce del tutto la concorrenza di altre nazioni. Mediante l’applicazione di dazi sulle importazioni, per esempio, si rendono più cari sul mercato i prodotti esteri e, quindi, si avvantaggiano i prodotti di produzione nazionale. Il candidato che usa il protezionismo come argomento, di solito tende ad affermare che gli accordi commerciali internazionali svantaggiano la propria nazione (pur non potendo dimostrare che tale affermazione corrisponda a verità) e che, quindi, l’unica soluzione sia uscirne unilateralmente e “proteggere”, mediante appositi provvedimenti, le merci di produzione nazionale (esempio: la questione dell’olio tunisino sul mercato UE). Fa intendere, inoltre, che tale abbandono sia di per sé sufficiente a risollevare le condizioni delle aziende nazionali, pur non spiegando come tale miracolo economico possa accadere.

Entrambi i temi di cui ho parlato sopra riguardano i trattati internazionali che, per la loro natura sovranazionale, esulano quasi del tutto dalle competenze e dalla comprensione dell’elettorato medio che, di conseguenza, si troverà nella posizione di dover decidere se fidarsi delle parole del candidato. Per cui, un candidato con una buona presenza scenica, con la giusta scelta di linguaggio e parole e, soprattutto, con la giusta esposizione al pubblico, riuscirà facilmente a portare dalla sua parte l’elettorato meno esigente per quanto riguarda la completezza delle informazioni (spesso, purtroppo, la maggior parte). Tali temi coprono lo spettro delle relazioni della nazione con altre nazioni.

Nemico necessario

A differenza dei primi due temi, quello dell’individuazione del nemico necessario si concentra sulle relazioni tra cittadini di una nazione. Questo tema è un aspetto fondamentale per qualsiasi campagna elettorale, perché qualsiasi candidato, per convincere l’elettorato, pone se stesso come alternativa migliore a tutte le altre, dato che è pacifico che lo scopo di una campagna elettorale sia quello di vincere, non di partecipare alla competizione. Pertanto ha l’effettiva necessità di avere un nemico da indicare e contro cui schierarsi. Il modo migliore per esaltare le proprie presunte qualità positive è contrapporre se stessi a qualcuno che rappresenta le qualità negative, possibilmente antitetiche a quelle che si afferma di possedere. Così, lo sforzo del candidato e del suo entourage è quello di ricercare quanto più in profondità possibile dei motivi per far apparire l’avversario in una luce negativa. Le modalità sono molteplici: si va dai risultati promessi e non ottenuti (senza soffermarsi sui motivi di tali fallimenti) a scandali o vizi personali. Si usano concetti come il “conflitto di interesse”, per esempio, per sottolineare come l’avversario non sia adatto a ricoprire una tale posizione perché se la occupasse sarebbe in grado di  procurare a se stesso dei vantaggi economici o sociali, a discapito della comunità o usando fondi pubblici. Si indaga sulle relazioni personali dell’avversario per scoprire, ove ce ne siano, legami con persone o organizzazioni dalla dubbia reputazione. Si scrutinano gli averi e le finanze dell’avversario per mettere in luce eventuali irregolarità. E così via. Quando si avranno elementi a sufficienza inizia quella che spesso risulta essere la demonizzazione dell’avversario, che può essere un individuo o un gruppo di individui. L’avversario viene rappresentato come lontano dalle masse, egocentrico e disinteressato del bene comune, avido di ricchezza e di potere, attivamente impegnato a defraudare i cittadini e impegnato a escogitare sempre nuovi sistemi per mantenere inalterato lo status quo. L’avversario viene etichettato con storpiature del nome o con soprannomi che hanno lo scopo di deumanizzarlo e renderlo più facilmente attaccabile. Viene indicato come potenziale rovina per il paese in caso di elezione. Le opportunità per fare dell’avversario politico un nemico del popolo sono, praticamente, infinite. Nel frattempo, il candidato usa la contrapposizione per far risaltare le proprie qualità. Nelle prime fasi della campagna elettorale il peso maggiore viene assegnato al programma elettorale. Lentamente, però, lo scontro si sposta sempre più sul livello personale, fino a quando questo diventa l’unico aspetto di cui candidato e elettori tengono conto. Ed è facile capire che una volta applicata un’etichetta è quella l’unica cosa che l’elettore vedrà. É più facile da ricordare che non un programma elettorale, che va letto, meditato e compreso e solo allora giudicato.

Ansia indotta e equazione “problemi complessi = soluzioni semplici”

L’ultimo tema è, forse, quello più pernicioso di tutti, nonché quello con le conseguenze più nefaste, qualche che sia l’esito del voto. Tutto il mondo è in una profonda crisi economica dal 2008. Ovviamente quelli che più ne risentono sono quelli che fin dall’inizio avevano meno mezzi per affrontarla. I vari governi occidentali hanno provato ad affrontare questa situazione straordinaria, purtroppo fallendo spettacolarmente. Questo perché non esistono soluzioni facili per problemi complessi. Dato che uno dei difetti maggiori della società occidentale odierna (e di cui meno si parla) è la distribuzione della ricchezza e delle risorse tra la popolazione, gran parte dell’elettorato si trova in grave difficoltà economica. Questa fetta di elettori è quella più vulnerabile e più facilmente influenzabile. Il candidato che voglia guadagnare il voto di questi elettori sa che più la gente cova rabbia e risentimento e più facilmente si accoda all’uomo che gli indica la causa dei suoi problemi e, magari, una soluzione (la fattibilità di tle soluzione non è presa in considerazione). Che siano la disperazione o la sensazione di non aver nulla da perdere a votare per qualcuno che non faccia parte del governo precedente (quello che il candidato, nel frattempo, avrà descritto come causa prima del malessere sociale ed economico), un elettore con difficoltà economiche, o che ha perso il lavoro e non ne trova un altro dà il suo voto al candidato che più gli farà pesare il disagio che vive tutti i giorni. Il candidato questo lo sa bene e lo sfrutta, aumentando l’ansia dell’elettorato fino al parossismo. Un altro aspetto di questo stesso tema è il benessere di cui godono, generalmente, le élites che governano un Paese. Il fatto di avere problemi a trovare un lavoro dopo anni di esperienza e dura fatica, o dopo anni di pesante studio rende incredibilmente umiliante vedere che un politico, una persona che non svolge un lavoro fisico e che, quindi, non soffre le stesse privazioni dell’elettore medio, riceva, in cambio, vagonate di denaro pubblico, denaro che deriva dalle tasse che i cittadini pagano. Se, a questo, si aggiunge il fatto che il candidato non mancherà di sottolineare che il governo in carica è quello che non diminuisce le tasse per mantenere il proprio tenore di vita, è facile comprendere come la rabbia monti a livelli molto alti, portando al voto antipolitico o al voto di protesta o, per gran parte dell’elettorato, all’astensione (es. Elezioni Italia 2013 – 25,1% astenuti, Referendum Gran Bretagna 2016 – 27,8% astenuti, Elezioni USA 2016 – 46,9% astenuti).

L’elettore naufrago

Come si può evincere da quanto sopra, la strategia del candidato populista è quella di far sentire l’elettore una vittima in qualsiasi modo possibile, di umiliarlo, di deriderlo (quasi) e di porre se stesso come unica figura capace di riparare ai torti che la vittima ha ingiustamente subito. Si richiamerà all’orgoglio nazionale, alle glorie passate che evoca per sottolineare quanto in basso siano caduti gli uomini odierni, per tentare di suscitare un senso di vergogna. Indicherà un nemico facilmente identificabile e si concentrerà su aspetto e dettagli che sono difficili da comprendere ma abbastanza evidenti da poter costituire un bersaglio. Non offrirà, tuttavia, alcuna spiegazione all’elettore, che viene lasciato in balìa di se stesso per quanto riguarda la comprensione delle informazioni con cui viene costantemente bombardato. Quelli che tenteranno di informarsi finiranno per convincersi della bontà degli argomenti del candidato, perché si informeranno su fonti a lui vicine, mentre quelle che non supportano la posizione del candidato, che nel frattempo inizia a essere anche quella dell’elettore, verranno agilmente ignorate (e non c’è nulla in cui l’uomo sia più bravo che nell’ignorare ciò che non gli piace). Altri si informeranno sui social network, ma finiranno nella bolla di contenuti che confermerà le loro posizioni e, quindi, non si informeranno ma si convinceranno ancora di più di essere nel giusto. La formazione di convinzioni ferre in questo elettorato, inoltre, rende qualsiasi confronto con loro una perdita di tempo perché sono talmente arroccati sulle loro posizioni e refrattari a qualsiasi dubbio che è come parlare con un sasso. Spesso l’unico risultato che si ottiene è la denigrzione e la violenza verbale.

Quando il candidato populista sarà riuscito nella sua opera di lavaggio del cervello, l’elettore sarà come un naufrago che dispera di potersi salvare e che si aggrappa a qualsiasi pezzo di legno che gli permetta di rimanere a galla e di mantenere qualche speranza per il futuro, per quanto labile sia.

Conclusioni

Ho provato a dare la mia visione di quello che succede durante una campagna elettorale che ha come esito la vittoria di posizioni populiste e antisistema. Ho individuato nell’azione della campagna elettorale populista la causa del senso di abbandono e disperazione su cui si fonda il voto populista. Ho anche approfondito alcuni degli aspetti di queste campagne elettorali, pur rendendomi conto del fatto che ce ne sianno altri che non ho toccato (come, per esempio, la durata di tali campagne, praticamente permanenti nel tempo).

Il voto populista nasce in un clima di sfiducia dovuto a cause quasi esclusivamente di natura economica. Tale sfiducia viene alimentata e aumentata ad arte da campagne elettorali spregiudicate e da candidati che non si fanno scrupoli pur di ottenere una posizione di potere e denaro (infatti, lo scopo ultimo del populista è quello di sostituirsi all’élite da cui è escluso e, paradossalmente, di diventare egli stesso élite).

***

Oggi la democrazia rappresentativa sembra non essere più la forma di governo ideale perché la distanza tra i “rappresentati” e i “rappresentanti” non fa che aumentare. È sotto gli occhi di tutti come l’argomento “non eletto” sia tra i cavalli di battaglia di chi cerca di scardinare l’ordine attuale delle cose. Complice una classe di rappresentanti eletti che hanno perso qualsiasi collegamento con la base e, di conseguenza, non più in grado di proporsi efficacemente come interlocutore ottimale per le masse, i moti dal basso che si stanno verificando ovunque in occidente sono una manifestazione di un cambiamento ai suoi primordi. Nessuno può negare che ci siano in atto delle dinamiche che comporteranno un ripensamento completo delle democrazia come forma di governo. L’unica proposta che potrà efficacemente salvare le masse da loro stesse è quella che riuscirà a riformare la democrazia rappresentativa e che, al contempo, riuscirà a riunire attorno a sé quante più menti possibile. I promotori di tale riforma dovranno, nelle parole di Lyautey, conquistare cuori e menti della gente per avere qualche possibilità di ridisegnare una società che funzioni avendo come fondamento il rispetto dei diritti civili dell’individuo e il rispetto della legge, come valori la cooperazione, l’unità e la solidarietà e come attori tutti i cittadini di una data nazione.

27 Costituzioni per un’Unione

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In questo periodo molti italiani hanno scoperto un amore che non sapevano di avere per la Costituzione.

Mosso da curiosità, mi sono divertito a tradurre e confrontare le Costituzioni dei 27 Paesi che compongono l’Unione Europea. Ho escluso la Gran Bretagna non perché sta per lasciare l’UE, ma perché la questione di una Costituzione Britannica è talmente complicata che non ho voglia di affrontarla. Basti sapere che per molti tale Costituzione non esiste.

A seguire la traduzione del primo articolo (in alcuni casi sono più di uno) delle 27 Costituzioni degli Stati membri dell’Unione Europea.

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Austria
Articolo 1
L’Austria è una Repubblica democratica. Il suo diritto emana dal popolo.

Belgio
Articolo 1
Il Belgio è uno Stato federale composto dalle Comunità e dalle Regioni.

Bulgaria
Articolo 1
(1) La Bulgaria sarà una Repubblica con una forma di governo parlamentare.
(2) L’intero potere dello Stato deriverà dal popolo. Il popolo eserciterà il suo potere direttamente e attraverso le istituzioni stabilite da questa Costituzione.
(3) Nessuna parte della popolazione, nessun partito politico o qualsiasi altra organizzazione, istituzione statale o individuo potrà usurpare l’espressione della sovranità popolare.

Cipro
Articolo 1
Lo Stato di Cipro è una Repubblica indipendente e sovrana con un regime presidenziale, in cui il Presidente è greco e il vicepresidente turco, eletti rispettivamente dalle comunità greca e turca di Cipro nei modi previsti di seguito in questa Costituzione.

Croazia
Articolo 1
La Repubblica di Croazia è uno Stato democratico sociale unitario e indivisibile.
Il potere nela Repubblica di Croazia deriva dal popolo e rimane col popolo in quanto comunità di cittadini liberi ed eguali.
Il popolo esercita questo potere attraverso l’elezione di rappresentatni e attraverso attività decisionale diretta.

Danimarca
Articolo 1
Questa Costituzione è valida per ogni parte del Regno di Danimarca.
Articolo 2
La forma di governo è una monarchia limitata. La dignità regia è ereditabile da uomini e donne secondo le procedure fissate dalla Legge di successione al trono del 27 Marzo 1953.
Articolo 3
Il potere legislativo è esercitato in comune dal Re e dal Folketing (Ndr: il Parlamento danese). Il potere esecutivo è esercitato dal Re. Il potere giudiziario è esercitato dalle corti di giustizia.

Estonia
Articolo 1
L’Estonia è una Repubblica democratica indipendente e sovrana in cui il potere supremo dello Stato è conferito al popolo.
L’indipendenza e la sovranità dell’Estonia sono eterne e inalienabili.

Finlandia
Sezione 1 – La Costituzione
La Finlandia è una Repubblica sovrana.
La Costituzione della Finlandia è stabilita col presente atto costituzionale. La Costituzione garantirà l’inviolabilità della dignità umana e la libertà e i diritti dell’individuo e promuoverà la giustizia nella società.
La Finlandia partecipa alla cooperazione internazionale per la protezione della pace e dei diritti umani e per lo sviluppo della società. La Finlandia è uno Stato membro dell’Unione Europea (1112/2011, entrata in vigore 1.3.2012).

Francia
Articolo 1
La Repubblica e i popoli dei territori d’oltremare che, per un atto di libera
determinazione, approvano la presente Costituzione formano una Comunità.
La Comunità è fondata sull’eguaglianza e la solidarietà dei popoli che la compongono.
La sua organizzazione è decentralizzata.
Titolo I. La sovranità
Articolo 2
La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa
assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di
razza o di religione. Essa rispetta tutte le credenze.
L’emblema nazionale è la bandiera tricolore, bleu, bianca e rossa.
L’inno nazionale è la “Marsigliese”.
Il motto della Repubblica è “Libertà, Eguaglianza, Fraternità”
II suo principio è: governo del popolo, dal popolo e per il popolo.

Germania (Ndr: si tratta di una Legge Fondamentale, in tedesco Grundgesetz, non di una vera e propria Costituzione, in tedesco Verfassung)
Articolo 1
[Dignità dell’uomo – Diritti dell’uomo – Vincolatività giuridica dei diritti fondamentali].
(1) La dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla.
(2) Il popolo tedesco riconosce quindi gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di qualsiasi comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo.
(3) I seguenti diritti fondamentali vincolano la legislazione, il potere esecutivo e la giurisdizione come diritti immediatamente applicabili.

Grecia
Articolo 1
(1) La Grecia è una Democrazia parlamentare con un Presidente come Capo di Stato.
(2) La sovranità popolare è il fondamento su cui si basa la forma di governo.
(3) Tutti i poteri derivano dal popolo, esistono a beneficio del popolo e della nazione e sono esercitati nei modi determinati dalla Costituzione.

Irlanda
Articolo 1
Con il presente atto la nazione irlandese afferma il suo diritto inalienabile, imprescrittibile e sovrano di scegliere la propria forma di governo, di determinare le proprie relazioni con altre nazioni e di sviluppare la propria vita, politica, economica e culturale, secondo il proprio genio e le proprie tradizioni.

Italia
Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Lettonia
Articolo 1
La Lettonia è una Repubblica democratica indipendente.

Lituania
Articolo 1
Lo Stato di Lituania sarà una Repubblica indipendente e democratica.

Lussemburgo
Articolo 1
Il Granducato del Lussemburgo è uno Stato democratico, libero, indipendente e indivisibile.

Malta
Sezione 1
(1) Malta è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sul rispetto dei diritti fondamentali e delle libertà dell’individuo.
(2) I territori di Malta consistono nei territori compresi in Malta immediatamente prima del giorno stabilito, incluse le relative acque territoriali o dei territori e acque territoriali che il Parlamento determinerà di volta in volta (Ndr: questa parte non sono sicuro di averla compresa bene)
(3) Malta è uno Stato neutrale che persegue attivamente la pace, la sicurezza e il progresso sociale tra tutte le nazioni aderendo a una politica di non-allineamento e rifiutando di partecipare in qualsiasi alleanza militare. Un simile stato implica che:
(a) non sarà permessa alcuna base militare straniera su territorio maltese;
(b) non sarà autorizzata l’uso di alcuna struttura militare su Malta da parte di forze straniere eccetto che su richiesta del governo di Malta e solo nei seguenti casi:
(i) nell’esercizio del diritto intrinseco all’autodifesa nell’evento di una qualsiasi volazione armata dell’area su cui la Repubblica di Malta detiene la sovranità o nell’esecuzione di misure o azioni decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; o
(ii) ogni qual volta esista una minaccia alla sovranità, all’indipendenza, alla neutralità, all’unità o integrità territoriale della repubblica di Malta;
(c) eccettuati i casi summenzionati, non sarà permesso l’uso di nessun’altra struttura in Malta in modo o estensione tale da comportare la presenza in Malta di una concentrazione di forze straniere;
(d) eccettuati i casi summenzionati, non sarà ammesso personale militare straniero su territorio maltese, a parte personale militare che esegue, o assiste nell’esecuzione, di lavori o attività civili e a parte che un numero ragionevole di personale militare tecnico che aiuti nella difesa della Repubblica di Malta;
(e) i cantieri navali della Repubblica di Malta saranno usati per scopi commerciali civili ma possono anche essere usati, entro limiti ragionevoli di tempo e quantità, per la riparazione di navi militari che siano stati ridotti in condizione di non-combattimento o per la costruzione di navi e, in accordo coi principi di non-allineamento, i suddetti cantieri navali saranno vietati alle navi militari delle due superpotenze.

Paesi Bassi
Articolo 1
Tutti coloro che si trovano nei Paesi Bassi sono trattati egualmente in casi eguali. Nessuno può essere discriminato per le sue opinioni religiose, ideologiche o politiche, per la sua razza, per il suo genere o per altre ragioni.

Polonia
Articolo 1
La Repubblica di Polonia è la proprietà comune di tutti i cittadini.

Portogallo
Articolo 1
Il Portogallo sarà una repubblica sovrana, basata sulla dignità della persona umana e il volere del popolo e dedito alla costruzione di una società libera, giusta e solidale.

Repubblica Ceca
Articolo 1
(1) La Repubblica Ceca è uno Stato sovrano, unitario e democratico governato dallo stato di diritto, fondato sul rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo e dei cittadini.
(2) La Repubblica Ceca osserva i suoi obblighi derivanti dalle leggi internazionali.

Romania
Articolo 1
(1) La Romania è uno Stato nazionale sovrano, indipendene, unitario e indivisibile.
(2) La forma di governo dello Stato rumeno è la Repubblica.
(3) La Romania è uno Stato democratico e sociale governato dallo stato di diritto, in cui la dignità umana, i diritti e le libertà dei cittadini, il libero sviluppo della personalità umana, la giustizia e il pluralismo politico rappresentano i valori supremi e dovranno essere garantiti.

Slovacchia
Articolo 1
(1) La Repubblica Slovacca è uno stato sovrano e democratico governato dallo stato di diritto. Non è legata ad alcuna ideologia o religione.
(2) La Repubblica Slovacca riconosce e aderisce alle regole generali della legge internazionale, ai trattati internazionali da cui è legata e agli altri suoi obblighi internazionali.

Slovenia
Articolo 1
La Slovenia è una Repubblica democratica.

Spagna
Articolo 1
Con la presente la Spagna è fondata come Stato sociale e democratico soggetto allo stato di diritto, che sostiene la libertà, la giustizia, l’eguaglianza e il pluralismo politico come valori più alti del suo sistema legale.
La sovranità nazionale appartiene al popolo spagnolo da cui emanano tutti i poteri statali.
La forma politica dello Stato spagnolo è la Monarchia parlamentare.

Svezia
Articolo 1
Tutto il potere pubblico in Svezia procede dal popolo.
La democrazia svedese è fondata sulla libera formazione di opinioni e sul suffragio universale ed eguale.
Dovrà essere realizzata mediante un sistema di governo rappresentativo e parlamentare e attraverso l’autogoverno locale.
Il potere pubblico dovrà essere esercitato nol rispetto della legge.

Ungheria
Articolo 1
Lo Stato d’Ungheria è una Repubblica.

Dinamiche interne di gruppi populisti antipolitici guidati da demagoghi qualunquisti

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pifferaio_magico

Ma quando capirono che l’impresa era inutile, tutto il paese cadde per sempre in un profondo sconforto.

I populisti sono un grande gruppo di persone dalla più disparata provenienza politica, sociale e geografica. L’unica cosa che hanno in comune è il fatto di odiare le istituzioni. È questo ció che li tiene uniti. Ed essendo questa praticamente l’unica base comune che hanno essi la coltivano, coltivano l’odio che li accomuna e che diventa ció che definisce quello che sono. All’interno del loro gruppo possono sorgere divergenze, anche scontri, ma fino a quando riusciranno a vedere negli “altri” un nemico comune niente potrà disgregarli.
È proprio questa la cosa su cui puntano e su cui fanno leva i loro capi carismatici. Per fare una metafora un po’ crassa, i capi li puntano in una direzione e lasciano che si scatenino, intervenendo solo se la carica perde slancio o se qualcosa puó piantare il seme del dubbio. Quest’ultimo, infatti, è ció che spaventa di più i leader populisti, cioè che i loro seguaci mettano in dubbio le loro parole. Infatti, è sulle parole che essi fondano il loro potere, il loro controllo, non già sui fatti. I fatti sono, per definizione, inconfutabili e, in quanto tali, essi non sono funzionali al populismo che ha bisogno di stimolare le emozioni dei propri adepti per funzionare. E le opinioni si prestano molto più dei fatti a questo scopo, perché un seguace puó identifcarsi in un’opinione, laddove un fatto lo costringerebbe ad accettare una verità che, se in contrasto con le certezze maturate dall’individuo, a sua volta lo costringerebbe a dubitare della validità di tali certezze, a loro volta indotte dal/dai leader.
Pertanto, potremmo affermare che ció che fa funzionare un gruppo populista è la bugia o, nel migliore dei casi, una verità distorta, capziosa o decontestualizzata.
Il che mi porta a un’altra considerazione: in un gruppo populista il flusso delle idee è dall’alto verso il basso. I concetti, le idee e le opinioni che animano il gruppo sono concepiti entro una ristretta cerchia di persone che si colloca al vertice e che le trasmette verso il basso. Possiamo immaginarlo come una sorta di piramide. Man mano che ci si allontana dal vertice le opinioni sono condivise da un più ampio numero di persone e, al contempo, più in basso vengono condivise e più assumono un valore dogmatico, dato che si allontanano dalla loro fonte primaria. Inoltre, più in basso ci si colloca in questa piramide e più si tende a idealizzare la distanza col vertice che viene visto come inarrivabile e, perciò, identificato con l’autorità indiscutibile. Il ragionamento è qualcosa come “Se lo dicono loro, che stanno a capo del nostro gruppo, allora deve per forza essere così, perché non ci mentirebbero mai”. Infatti, se le bugie sono ciò che tiene unito un gruppo populista, è altrettanto vero che esse non sono identificate come tali.
Le bugie sono di per sé negative e dato che è al “nemico” che si attribuiscono i comportamenti negativi, il concetto di bugia è applicato solo verso l’esterno. Mentono quelli che sono fuori del gruppo, non i suoi membri. Il che, a sua volta, porta a considerare virtuoso e onesto solo chi appartiene al gruppo.
Assomiglia molto alla fede religiosa, in effetti, con la differenza che quest’ultima si preoccupa di argomenti spirituali e tende a incentivare con ricompense (o punizioni) ultraterrene un comportamento virtuoso in vita. A scanso di equivoci (e a beneficio degli ignoranti) preciso che il concetto di fede religiosa non si identifica con coloro che la praticano e seguono né, tantomeno, con i ministri di culto di una religione (similmente, il concetto di “potere” non può essere identificato con coloro che lo esercitano: non è il “potere” a essere malvagio, ma l’individio o il gruppo che lo esercita ovvero il modo in cui è usato).
Ognuno di questi gruppi, poi, tende a riconoscersi nella figura carismatica di un leader supremo che, circondato dalla sua cerchia ristretta di boni homines, assurge quasi a figura messianica destinata a offrire al popolo il riscatto dai malvagi tiranni identificati, di solito, con l’etichetta di “poteri forti”.
Quindi, in conclusione, per me i gruppi populisti hanno talmente tante cose in comune coi gruppi religiosi da poter essere definiti delle vere e proprie sette laiche che, sovente, sconfinano nel culto fanatico della persona, anzi, di una particolare persona.