Il terrorismo e i suoi alleati

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Vorrei invitarvi a una breve riflessione sul terrorismo.

Chi si volesse provare a cercarne una definizione in rete si troverebbe davanti a una definizione diversa per ogni ricorrenza. Ad oggi, il terrorismo non è stato ancora definito in modo univoco e chiaro (lo stesso vale per l’estremismo in genere). La definizione più ricorrente è questa: strategia che, mediante l’uso di atti di violenza illegittima, mira a incutere terrore nei membri di una collettività organizzata e a destabilizzarne o restaurarne l’ordine (in parte presa dal dizionario treccani).

Ci sono alcuni punti di questa definizione che potrebbero sorprendere. Ad esempio le parole “violenza illegittima”. Ci si potrà chiedere se esiste una violenza che sia “legittima”.

Beh, in effetti esiste ed è una delle caratteristiche degli Stati nazionali.

Max Weber scrisse: “Lo stato è quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

Questo tipo di violenza è prerogativa dello Stato quando, per esempio, impone con mezzi coercitivi (compreso l’uso della forza fisica contro persone e cose) il rispetto del diritto costituzionale e il mantenimento dell’ordine costituito (purché tale applicazione di violenza rispetti le caratteristiche dello Stato di diritto). La legittimità di questo uso della violenza deriva dal potere dello Stato sovrano sul proprio territorio e sulle persone fisiche e giuridiche in esso presenti e costituisce un presupposto necessario per la realizzazione dei poteri legislativo ed esecutivo (per esempio nell’esecuzione di sentenze giudiziarie, nell’impiego della polizia per perseguire reati penali e con il ricorso a interventi militari).

La definizione in alto, quindi, pur essendo manchevole nel dare un quadro preciso di cosa sia il terrorismo lo colloca, però, al di fuori della legalità.

Un’altra parte della definizione che potrebbe far sorgere dei dubbi è “destabilizzarne o restaurarne l’ordine”. Anche in questo caso ci si potrebbe chiedere come si può “restaurare l’ordine” mediante azioni illegali. Basti, a questo proposito, pensare alle azioni di sabotaggio condotte contro i governi Nazisti e Fascisti nella prima metà del ventesimo secolo. Di sicuro quelli che oggi si chiamano “partigiani” da Hitler e Mussolini erano visti come “terroristi”.  Ciò non vuol dire che esista un terrorismo buono e uno cattivo, assolutamente. Vuol dire semplicemente che esistono motivazioni differenti per le azioni terroristiche e, di conseguenza, tipologie differenti di terrorismo.

Un’altra caratteristica che viene aggiunta a molte definizioni è quella di “Metodo e strumento di lotta politica” o di “azioni orientate ad acquisire potere politico”. Il nesso tra terrorismo e politica è stato sempre molto forte. Basti pensare alle Brigate Rosse in Italia.

Il Daesh

Oggi, però, ci troviamo davanti a una forma di terrorismo che ha un duplice aspetto, locale e internazionale. Ormai chiunque conosce il Daesh, ovvero l’autoproclamato califfato in Medioriente, e le gesta di efferata crudeltà con cui mantiene il controllo sui territori che occupa. Quello è il terrorismo locale, politico, classico (per quanto assolutamente eccezionale nella sua brutalità).

L’altro tipo di terrorismo, quello internazionale, avviene al di fuori del territorio occupato dal califfato. Con tutta la buona volontà, non riesco a leggervi lo stesso intento politico di quello locale.

Le azioni di terrorismo svolte in altri paesi hanno, sì, lo scopo di destabilizzare le società in cui avvengono e di terrorizzarne le popolazioni, ma questo non ha alcun effetto diretto sul potere politico che il califfato esercita sui territori che occupa. Sono delle pure e semplici rappresaglie per l’impegno degli Stati nel combattere il califfato e la sua occupazione di parti della Siria e dell’Iraq. Sono azioni di vendetta, null’altro. Anche la speranza che le nazioni colpite ritirino le loro truppe mi sembra poco probabile, visto che, semmai, è palese che ottengono l’effetto contrario.

I paesi che attualmente conducono azioni militari contro il Daesh sono: USA, Australia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Giordania, Marocco, Regno Unito, Russia, Siria, Iran e Iraq (in Iraq e Siria), Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati Arabi (solo in Siria).

Iraq, Siria, Arabia Saudita, Francia, Belgio, Germania, Stati Uniti e Turchia sono stati tutti scena di attentati rivendicati dal Daesh. Una caratteristica accomuna tutti gli attentati in questi paesi: sono sempre diretti contro la popolazione civile e non hanno mai come obbiettivo bersagli politici. É questa la grande differenza tra il terrorismo delle Brigate Rosse (per mantenere l’esempio di prima) e quello del Daesh. Il primo era, a tutti gli effetti, uno strumento di lotta politica; il secondo, invece, non è altro che violenza vendicativa.

Perché si parla di terrorismo allora?

Secondo me la definizione di “terrorismo” applicata agli attentati attribuiti da o rivendicati dal Daesh è impropria. O, meglio, si tratta in effetti di azioni che causano terrore, ma lo fanno attaccando civili a caso, annullando del tutto la dimensione politica dell’azione. Come dicevo, si tratta di violenza gratuita e tentativi di vendicarsi contro la popolazione civile delle nazioni che stanno lottando contro il nazislamico Daesh. (Una nota a questo punto: trovo patetici tutti quelli che sostengono che l’intervento dei paesi occidentali merita gli attentati come risposta, perché “se loro non avessero attaccato i terroristi non avrebbero risposto”, arrivando a giustificare, di fatto, le azioni di quegli asassini. Immagino che cambieranno idea quando ci sarà il primo attentato in Italia).

Quello che questi assassini vogliono ottenere è la destabilizzazione della società Occidentale, a quanto pare soprattutto Europea. E, per quanto mi secchi ammetterlo, stanno avendo successo.

Da cosa si capisce?

Per esempio dal fatto che l’opinione pubblica converge sempre di più sulla colpevolizzazione dell’intera comunità islamica europea, vuoi perché molti terroristi sono islamici, vuoi perché il Daesh rivendica qualsiasi cosa (anche un calo di tensione a Timbuctu, tanto tutto fa brodo) o, più semplicemente, perché l’opinione pubblica è, generalmente, poco e male informata. In questo modo si genere il risentimento che loro usano per far leva sui cosiddetti “lupi solitari” (“vedi? Gli infedeli ti maltrattano. Fagliela pagare”). E poco importa che si tratti di attentatori improvvisati. É tutta acqua per il Daesh nazislamico.

Un altro indicatore del successo della strategia del terrore è l’aumento del successo dei gruppi populisti. La gente non si sente sicura e i governi sono ritenuti colpevoli di questo. Però, impedire a una persona di farsi saltare in aria è impossibile, e chi pensa il contrario e ingenuo e sciocco, così come è impossibile impedire a qualcuno di trasformare in arma un oggetto di uso quotidiano (un coltello, una bottiglia rotta, una macchina o un camion, per esempio). L’unico modo per impedire queste cose è immobilizzare completamente le persone, vietando eventi pubblici, assembramenti di persone e limitando la libertà di movimento. Naturalmente, il governo che si provasse a fare una cosa simile sarebbe solo attaccato più di prima, perché l’opinione pubblica europea vuole sì sentirsi sicura, ma senza rinunciare a nessun privilegio o a nessuna libertà. E così, di fatto, nessun governo si muove, per timore di mettere a rischio la propria posizione.

Possibili azioni di contrasto.

In Francia le principali testate hanno deciso (link in inglese), dopo Nizza e dopo l’assassinio del sacerdote di Rouen, di non pubblicare più le foto dei terroristi, in modo da evitare possibili “glorificazioni postume”. É un inizio, e, secondo me, molto buono. Dopotutto, in parte l’azione terroristica è anche motivata da narcisismo e ricerca di gloria tra i propri simili.

Vedremo mai qualche iniziativa simile nel nostro paese?

É davvero così liberticida sanzionare penalmente il giornale che continua a dare indirettamente manforte ai terroristi continuando a (quasi) esaltarne ogni più piccolo aspetto in nome di qualche copia venduta in più o di qualche click in più?

(Aggiornamento del 02/08/2016
Leggo oggi sul Guardian una riflessione di Bernard-Henri Lévy sulla necessità di non fare pubblicità ai terroristi. Consiglio una lettura attenta.)

Oppure: è davvero così liberticida obbligare i media online (Fatto Quotidiano in testa) a moderare i commenti degli utenti impedendo, così, di alimentare buona parte del clima di odio in cui viviamo?

O ancora: è davvero così liberticida sanzionare direttamente l’Ordine dei Giornalisti se qualche suo membro diffonde informazioni false, decontestualizzate o costruite in modo da attirare lettori a discapito della veridicità e della correttezza dell’informazione? Oggi appellarsi all’OdG è una perdita di tempo. Non arriverebbero né scuse né rettifiche. Ma se l’OdG fosse ritenuto responsabile, secondo me, eserciterebbe le sue funzioni di garanzia per un’informazione corretta con più solerzia.

Ma, al di là di ciò che potrebbero (dovrebbero) fare i mezzi d’informazione, ciascuno di noi può contribuire a fermare l’effetto del terrorismo e, più in generale, della violenza (anche) da esso stimolata.

Smettiamo di condividere i loro ideali (uso della violenza, vendetta, attacchi al sistema, lavaggio del cervello). Smettiamo di condividere qualsiasi notizia solo perché il tono e il modo di impostare la notizia fanno appello ai nostri istinti più bassi (odio, intolleranza, ancora violenza, xenofobia) e perché mostrano una determinata inclinazione acquistiamo prestigio nel nostro gruppo. Smettiamo di informarci su media che sono universalmente riconosciuti come non affidabili (Libero, Il Giornale, Il Fatto Quotidiano [tranne alcuni blog], il Daily Mail, il Sun, Sputnik, la Bild) oppure su siti apertamente bufalari (trovate qui una lunga lista). Non ingaggiamo duelli retorici con persone che sono palesemente non interessate a capire (troll) o con persone che usano le sezioni dei commenti dei quotidiani (Il Fatto è un esempio degno di studi sociologici) per dare sfogo ai loro istinti repressi (i flamer). Isoliamo la gente che usa linguaggi violenti online e anche nella vita reale. Non sprechiamo il nostro tempo a discutere con costoro. Isoliamo i razzisti della rete che alimentano l’intolleranza e l’odio. Segnaliamo commenti violenti, razzisti, discriminatori (lo stesso vale per pagine, gruppi e profili su fb).

Saremo tutti alleati dei terroristi fino a quando non ci renderemo conto che abbiamo il potere di combatterli iniziando a consegnarli alla discarica della Storia, l’oblio.

 

#Brexit: L’orgoglio degli imbecilli

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Il risultato del recente referendum tenutosi in Gran Bretagna e che ha portato al #Brexit, ovvero alla decisione, da parte dell’elettorato britannico, di lasciare l’Unione Europea, mi ha dato lo spunto per una riflessione sul perché le persone tendano a prendere delle posizioni idiote e a difenderle a spada tratta. Anche quando eserciti di esperti prevedono le conseguenze negative e mettono in guardia la gente e, addirittura, anche quando i fatti dimostrano che la posizione stessa è di una stupidità epica.

Se una persona volesse prendersi un po’ di tempo e ricercare informazioni ed esempi di posizioni sbagliate difese a costo della vita (iperbole) avrebbe solo l’imbarazzo della scelta, a tutti i livelli. Partendo dagli esempi a più ampia risonanza (la politica dei populisti, anzi, più che la loro politica il modo in cui il loro seguito si adegua al pensiero unico), fino a cose meno eclatanti, come l’amico che si intestardisce sulla sua posizione senza ammettere che l’argomento in discussione possa essere affrontato in modo diverso dal suo, di qualsiasi cosa si tratti (per capirci, sono quelli che vedono complotti ovunque, che sono eccellenti dietrologi e che rispondono con “se lo dici tu” per troncare una discussione o con insulti e accuse quando sono confrontati con la realtà dei fatti).

In una società che si sta trasformando sempre più in una connessione tra individui (comunque ben separati) si sta, al contempo, generando una profonda resistenza nei confronti di chiunque ne sappia di più su un argomento a cui ci si interessa, quelli che chiamano esperti. Complice un certo modo di fare informazione in TV e nei giornali (su carta o online), la figura dell’esperto in una data materia o su un dato argomento è stata svuotata, poco alla volta, di tutta la sua autorevolezza. Come qualunque lettore potrà confermare, ogniqualvolta accadono eventi importanti inizia la “corsa all’esperto”. Peccato solo che nella maggior parte dei casi questi esperti siano tutto tranne che qualificati per esprimere un’opinione (un po’ come se per parlare delle conseguenze politiche dell’attentato terroristico dell’11 Settembre avessero invitato un esperto di esplosivi) e che, spesso, risultino essere solo sostenitori funzionali del punto di vista che il mezzo d’informazione intende diffondere e difendere.

(Durante la stesura di questo articolo è apparso sul blog Hic Rhodus un articolo molto interessante di bezzicante sul rapporto tra popolo che sente e intellettuali che sanno. L’articolo si può trovare qui e vi invito caldamente a leggerlo.)

La distanza tra le analisi degli esperti (quelli veri) e l’opinione pubblica aumenta sempre di più. Basti vedere l’esempio recente, tuttora in corso di evoluzione, di Donald Trump. Non è necessario essere delle cime per capire quale disastro sarebbe se un uomo così gretto e meschino venisse eletto Presidente degli Stati Uniti d’America. Schiere di esperti mettono in guardia gli elettori dalle possibili conseguenze negative (ciascuno per il proprio campo). Purtuttavia Trump ha un nutrito seguito popolare. O, ancora, prima del referendum nel Regno Unito esperti britannici e di tutto il resto del mondo hanno cercato di avvisare gli elettori di cosa sarebbe potuto succedere in caso di voto per l’uscita dall’UE. Eppure, come Cassandra, hanno predetto il futuro senza essere creduti. Certo, la maggioranza per il #Brexit è stata molto esigua e risicata, cionondimeno è riuscita a imporre il proprio desiderio (democraticamente, of course).

Questi sono solo due esempi di una tendenza sempre più evidente: esperti di un argomento dimostrano un fatto con tutte le migliori prove esistenti, ma l’opinione pubblica crede tutt’altro (altri esempi? I vaccini bastano?).

Perché succede questo?
La risposta più facile e ovvia sarebbe la seguente: Succede perché il pubblico generale è profondamente stupido.

Per rendere questa affermazione meno generica potremmo dire che la gente non ha un QI sufficientemente alto, un’istruzione abbastanza buona e uno scarso accesso ai dati necessari per formarsi un’opinione accurata su un dato argomento. Per quanto possa essere una spiegazione che piace a molti, credo che non sia così semplice. Il livello di istruzione generale non è mai stato così alto nella Storia (pur con una distribuzione geografica ineguale) e pressoché qualsiasi informazione è disponibile per chi abbia un accesso a internet.

Allora perché la gente assume posizioni incredibilmente stupide e, non contenta, le difende in modo agguerrito?

Proverò a dare la mia opinione, sottolineando che di questo si tratta e non di uno studio approfondito sul comportamento umano. Semplice osservazione.

Processare le informazioni

Prima di provare a capire questo comportamento dalla logica molto contorta, credo sia utile spendere qualche parola su come una persona elabori le informazioni.

Tendiamo a valutare le informazioni basandoci su bias cognitivi intrinseci.

Giudichiamo, cioè, basandoci sulle nostre credenze, sulle nostre esperienze e, anche, su  associazioni casuali che ci sembrano significative (in virtù proprio delle credenze ed esperienze di cui prima). In poche parole, ciò che determina il nostro giudizio è il nostro passato.

Trovandosi davanti a una decisione da prendere una persona può scegliere tra due approcci:

  • razionale: Ricercare dati e informazioni che riguardano l’oggetto della decisione da prendere, analizzare i dati a disposizione, verificarli e, quindi, trarre delle conclusioni basandosi sulle evidenze raccolte
  • emotivo: Prendere una posizione e concentrarsi, successivamente, sulla ricerca di dati che ne confermino la giustezza.

L’approccio razionale

Per prendere una posizione è necessario conoscere ciò di cui si parla prima di schierarsi.

Ci si documenta sulla cosa, si valutano gli aspetti positivi e quelli negativi e soltanto dopo questo processo si decide come posizionarsi.

Come già affermato sopra, oggi chiunque abbia una connessione a internet può recuperare informazioni quasi su tutto. Il processo è lento e richiede un certo sforzo e, non di rado, anche la conoscenza di una lingua straniera, perché molti argomenti sono trattati solo marginalmente nella rete di lingua italiana. Per fare un esempio, se volessimo capire quali conseguenze immediate ha avuto il #Brexit sullo stabilimento Nissan di Sunderland, e quali potrebbe avere in futuro, sarebbe molto più utile affidarsi a delle fonti locali (e quindi in lingua inglese) che non a quelle italiane (tradotte o prodotte direttamente in italiano). Non metto in dubbio l’utilità di entrambe, ma ritengo che una vicinanza fisica ed emotiva dell’autore di lingua inglese all’argomento possa essere determinante nella valutazione dell’utilità delle fonti.

Tuttavia, la facilità di recuperare informazioni rimane un dato di fatto.

Il passo successivo è quello di verificare queste informazioni, incrociandole con altre informazioni sullo stesso argomento e valutando somiglianze e differenze tra le varie fonti. È utile anche sapere qualcosa dell’autore dell’informazione che stiamo valutando, come, per esempio, retroterra culturale e politico.

Una volta verificate le informazioni e le fonti si arriva alla formazione di un’opinione, di un giudizio personale sull’argomento e quindi si può decidere. Resta sempre possibile sbagliare nel proprio giudizio, questo è ovvio, perché l’analisi delle varie informazioni a disposizione si basa in ogni caso sulle capacità dell’individuo. Ma le possibilità di sbagliare quando si sia adottato un approccio razionale al processo delle informazioni sono decisamente basse.

L’approccio emotivo

L’approccio emotivo, invece, inverte il processo, per cui prima si decide e solo dopo si prendono informazioni. Chiunque abbia girato un po’ per i siti di informazione sa che questo è l’approccio scelto dalla maggior parte delle persone, purtroppo.

Disabituati a processi di pensiero complessi, si tende a prendere delle decisioni (o a dare dei giudizi) in tempi molto brevi (a volte bastano pochi secondi) e poi ci si concentra a trovare informazioni che supportino la propria posizione. Il procedimento non è meno faticoso di quello razionale, ma è focalizzato sul reperimento di prove che confermino ex post la bontà di quanto deciso e che, quindi, siano in linea con quanto creduto dalla persona che ha deciso. Le prove che sfidano la posizione assunta, al contrario, vengono ignorate con estrema cura, perché potrebbero mettere a disagio la persona e costringerla a ripensare la propria decisione.

Gli esperti

È del tutto vero che le prove portate dagli esperti mettono a disagio chi crede il contrario di quanto dimostrato, così come è vero che per molti tutte le opinioni hanno lo stesso peso. Coloro che scelgono l’approccio emotivo non di rado usano proprio affermazioni come quest’ultima per evitare di doversi confrontare con prove e testimonianze che ne confuterebbero le convinzioni.

Un’altra cosa evidente è che confrontarsi con degli esperti può costringere a delle umilianti ritrattazioni, e questa è una delle cose più difficili da affrontare. Infatti, le persone tendono in ogni modo a evitare quello che gli psicologi chiamano dissonanza cognitiva.

Da ciò deriva che quando i fatti non collimano con le convinzioni di queste persone, esse cambiano i fatti, non le proprie convinzioni e, aggiungo come esempio, considerano uno scienziato come “esperto” solo quando lo stesso si trova in accordo con la posizione che esse trovano culturalmente accettabile.

Un’altra motivazione della sfiducia negli esperti è l’influenza sociale, quella che in inglese si chiama peer pressure. Adottare la posizione di un esperto quando si frequenti un ambiente sociale fortemente critico verso la posizione di quest’ultimo, può portare a pesanti scontri coi propri amici o colleghi e creare, quindi, profondo disagio. Per evitare questa forma di disagio le persone tendono a fidarsi molto di più di quanto affermato da amici e colleghi, dalle persone, cioè, con cui convivono quotidianamente, che non di quanto affermato da esperti, sia pure suffragato da prove inconfutabili.

Nel breve termine questo comportamento, questo conformarsi, permette alle interazioni sociali di scorrere pacificamente e senza scontri, ma nel medio-lungo termine esso porta inevitabilmente al pensiero di gruppo in cui il pensiero individuale viene soffocato e, implicitamente, scoraggiato.

Sulle barricate

All’inizio del post mi chiedevo perché le persone difendano i propri errori di scelta o giudizio anche quando si dimostra loro che la realtà è completamente diversa e che hanno sbagliato.

Sembra quasi che dopo aver deciso, esse innalzino delle barricate mentali contro qualunque tentativo di far loro cambiare idea.

In questi giorni la cosa è evidente soprattutto per quanto riguarda la politica. I partiti populisti di destra come UKIP (United Kingdom Independence Party), M5S (Movimento 5 Stelle), FPÖ (Freiheitliche Partei Österreichs), FN (Front National, Francia), quelli di destra simil-fascisti come Lega Nord o AfD (Alternative für Deutschland), quelli di estrema destra come Alba Dorata (Grecia) o anche quelli populisti di sinistra come Podemos (Spagna) costruiscono tutto il loro successo proprio sulle barricate mentali che i loro seguaci innalzano a suon di attacchi contro lo status quo, di volta in volta individuato nella casta governativa, negli immigrati, nelle banche, nella chiesa o in non meglio specificate società segrete o presunte tali (Massoni, Bilderberg, iperplutocrati che governerebbero il mondo in segreto). Nessuna bugia è sbagliata per costruire consenso per questi partiti, nessuna leva troppo immorale da poter essere usata.

La politica, però, non è l’unico campo in cui può riscontrare questo rifiuto della razionalità. Esso è pervasivo anche del mondo dell’associazionismo (di cui l’espressione politica non è che un esempio particolare). La società pullula ormai di associazioni di qualsiasi genere e tutte si basano su un assunto di fondo: noi siamo noi, gli altri sono il nemico.

Ne sono esempi le associazioni che si occupano delle differenze di genere. Tutte nascono in risposta a un disagio sociale reale, e, al contempo, tutte si caratterizzano per una mentalità tribale primitiva che vede il proprio scopo primario nell’individuazione del nemico necessario per legittimare la propria esistenza. Nulla più di questo.

La base di ogni progresso è il dialogo, mentre tutto ciò che si ottiene con proteste, ricatti morali, estorsioni e minacce non è altro che una vittoria momentanea destinata unicamente a infiammare ulteriormente lo scontro. In questo modo la spirale di irrazionalità si autoalimenta di continuo.

Nessun dialogo è possibile tra queste associazioni e la società in generale, perché esse si presentano sempre come rappresentanti di una specie in via di estinzione e bisognosa di protezione, anche quando non richiesta (almeno questa è l’impressione che ne ricavo io). Allo stesso modo, è vero anche che dalla parte della società in generale gli sforzi per trovare un accomodamento sono molto scarsi, in virtù di una presunta superiorità morale.

Il pensiero di gruppo che sta alla base di queste associazioni è quello menzionato prima (noi siamo noi e gli altri il nemico). E secondo questo pensiero di base esse si comportano.

Un’altra categoria di persone che rifiuta un qualsiasi approccio razionale ai temi che le interessano è quella di colori i quali professano un ideale alto senza comprendere che la sua importanza è relativa.

Tra questi includo, come esempi senza pretesa di completezza, animalisti e vegani.

Chiunque abbia avuto la pessima idea di confrontarsi con gli uni o gli altri sa di cosa parlo.

 

Conclusioni

In questo articolo ho cercato di delineare la mia idea di come si debba scegliere una posizione o esprimere un giudizio. Ho provato ad analizzare le fasi del processo dell’informazione e ho individuato quelli che, per me, sono i due modi di processare le informazioni che si collocano ai due estremi, essendo il primo del tutto razionale e il secondo privo di razionalità.

Dopo aver fatto alcuni esempi per chiarire il mio punto di vista propongo alcune alternative di risposta alla mia domanda che, per riassumere, era: Perché le persone prendono posizioni stupide e le difendono a spada tratta anche quando è dimostrato che siano completamente sbagliate?

Ritengo che questo succeda per i seguenti motivi:

  • mancanza di capacità d’autocritica
  • vergogna nel dover ritrattare
  • desiderio di sentirsi accettati
  • pigrizia mentale
  • disonestà intellettuale
  • pensiero di gruppo
  • scarsa attitudine al pensiero complesso

Come sempre, sono aperto alla discussione.

#Brexit – Fondi Europei per la ricerca in Gran Bretagna

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Quando l’iter regolato dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona sarà terminato (richiede due anni dal momento della richiesta di uno Stato membro di lasciare la UE) molte cose cambieranno per la Gran Bretagna.

Una delle cose che cambieranno sarà l’accesso britannico ai fondi per la ricerca stanziati dal Consiglio Europeo per la Ricerca (European Research Council, ERC)   e dalla Commissione Europea. Tale accesso, difatti, sarà precluso o, quantomeno, molto limitato.

Alcuni sostengono che una Gran Bretagna fuori dalla UE possa accedere ai fondi di cui sopra pur non essendo membro (come Norvegia e Svizzera). Il che, per inciso, è corretto. Costoro, però, tendono a dimenticare che i due paesi menzionati hanno ricevuto complessivamente una somma pari a 2,5 miliardi di sterline nell’arco di dieci anni, a fronte degli 8 miliardi allocati in Gran Bretagna nello stesso periodo. Sempre per lo stesso arco di tempo la Gran Bretagna ha ricevuto l’equivalente del 16% sul totale dei fondi a disposizione (seconda solo alla Germania col 17%), mentre tutti i Paesi non UE hanno ricevuto il 7,2% (circa 3,5 miliardi di sterline, di cui, come detto, 2,5 a Norvegia e Svizzera). Per il 2015 la somma investita dall’UE in Gran Bretagna si aggira sul miliardo di sterline.

Vediamo più in dettaglio la situazione attuale.

La Gran Bretagna è il quinto produttore al mondo di articoli scientifici e tecnici (dopo USA, Cina, Giappone e Germania) ma nella classifica degli investimenti nella ricerca di risorse pubbliche e private è solamente al ventesimo, con un investimento pari all’1,63% del proprio PIL. Ciò vuol dire che il contributo dell’Unione Europea ha un peso non irrilevante su tutto il settore ricerca britannico.

L’uscita britannica dalla UE (il cosiddetto #Brexit) potrebbe avere effetti negativi anche sul livello di collaborazione internazionale dei ricercatori inglesi. Sono più che convinto che lo spirito di collaborazione nella ricerca continuerà a esistere, ma la mancanza dei fondi UE renderà difficile al Regno Unito di mantenere il suo attuale livello di collaborazione (e, aggiungerei, di competizione) attuali. Anche un eventuale cambiamento nella politica degli ingressi su territorio britannico o Comunitario potrebbe danneggiare la ricerca nella Gran Bretagna. Infatti, rendere più complicati gli spostamenti potrebbe marginalizzarla come destinazione per i ricercatori.

Tornando ai fondi, abbiamo visto come gli investimenti in Ricerca e Sviluppo finanziati direttamente dalla Gran Bretagna rappresentino una percentuale minima del PIL. Questo rende il paese grandemente dipendente dai fondi UE in questo settore, che ammontano a circa un terzo del totale (poco più di un milardo di sterline su un totale di circa 3,5 miliardi). Molto imprudentemente, invece di investire una percentuale di PIL maggiore nella ricerca, tenendo così i fondi UE come surplus, i governi britannici degli ultimi dieci anni hanno usato questi fondi per puntellare e rattoppare il sistema.

Le Università

Anche le Università britanniche risentirebbero pesantemente della mancanza dei fondi UE. Londra ha, ovviamente, il numero maggiore di Istituti di Ricerca, ma la dipendenza dai fondi UE è distribuita su tutto il territorio nazionale, raggiungendo il suo apice nell’area sudoccidentale del Paese.

Vediamo in dettaglio a quale percentuale ammontano i fondi UE ricevuti da alcune Università britanniche.

Cambridge e Oxford ricevono, rispettivamente, il 20 e il 23% dei propri fondi per la ricerca dalla UE, l’Università di Greenwich il 64% e l’Università di Wolverhampton il 67%. Tra le Università del Gruppo Russel (24 istituti che ricevono i due terzi degli stanziamenti totali per la ricerca in Gran Bretagna) quella che dipende meno da fondi UE è l’Università di Bristol (circa 13,7%) mentre quella che ne dipende di più è la London School of Economics (36,3%).

Tutti i Corsi di Laurea verrebbero colpiti, ma alcuni più di altri. Scienze Forestali, per esempio, riceve il 53% dei propri fondi dalla UE, mentre Biologia Evoluzionistica il 67%. Una materia di studio innovativa come Nanotecnologia dipende per il 62% dei propri fondi dalla UE (gli istituti più colpiti in questo campo sarebbero l’Università di Glasgow, il CTech Innovation e Cambridge). Ma il colpo peggiore arriverebbe nel settore della ricerca biomedica, in cui la Gran Bretagna rappresenta uno dei leader mondiali. Il 40% delle ricerce collegate a Oncologia e Carcinogenesi è finanziato dalla UE. Infine, alcuni settori delle scienze sociali vedrebbe sparire il 94% (!) dei propri fondi.  Nella figura seguente si possono vedere le varie percentuali di fondi percepite in diverse aree di studio.

fondi UE per facoltà universitarie

Le Industrie

Anche i reparti di Ricerca e Sviluppo di molte importanti industrie britanniche beneficiano di fondi UE. Tra esse, come esempio, possiamo considerare la Rolls-Royce (51 milioni di sterline), BT (23,8 milioni, pari al 79,8% dell’investimento totale dell’azienda nel settore ricerca e sviluppo) e la BBC (2,87 milioni).

Conclusioni

Appare evidente che il settore Ricerca e Sviluppo ha moltissimo da perdere da un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. Credo che il governo britannico proverà a tamponare questa emorragia di fondi, ma temo anche che un eventuale intervento lascerà dietro di sé molte vittime, specialmente tra gli istituti più esposti.

Fonti

Digital Research Reports, Examining implications of Brexit for the UK research base

Which universities would lose out from Brexit?

Rest In Pieces, Ye Olde Merrie England!

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È fatta, la Gran Bretagna (da ora in poi GB) ha deciso, con un referendum consultivo, di lasciare l’Unione Europea, il cosiddetto Brexit.

Per quanto poco io apprezzi questo risultato, è comunque scaturito da una votazione democratica, e in quanto tale è da accettare.

È caratteristico di ogni democrazia che chi resta in minoranza ha il dovere di adeguarsi a ciò che ha scelto la maggioranza (concetto ancora poco chiaro in Italia, ma si spera sempre nel futuro).

Che cosa comporta questo per le due parti in causa?

Non sono un profondo conoscitore del trattato di Lisbona, ma nel mio piccolo proverò a riassumere alcune cose che saranno evidenti a qualsiasi lettore.

 

Cosa cambia per l’Unione Europea?

L’UE perde un mercato composto da 65 milioni di consumatori. Naturalmente questo non vuol dire che improvvisamente cesserà qualsiasi rapporto commerciale con la GB. Semplicemente, uscendo dall’UE, la GB esce anche dal mercato comune europeo (un mercato privo di barriere doganali, anche se non del tutto privo di barriere di altro tipo). I rapporti commerciali tra GB e Unione Europea, a questo punto, vanno rinegoziati. Questa volta, però, la GB si siederà al tavolo delle contrattazioni come un paese terzo, non più come un membro/non membro dell’UE che pretende condizioni di favore senza, tuttavia, accettare gli obblighi comuni a tutti i membri. Non credo ci sarà più spazio per trattamenti di favore.

L’UE perderà i contributi finora ricevuti dalla GB, che ammontavano, per il 2015, al 12,57% del budget UE totale. Questa percentuale, come potete vedere dal grafico, colloca la GB al terzo posto tra i contribuenti al budget dell’UE.

contributo al budget UE per stati in percentuale

© Statista 2016

 

Quanto paga la Gran Bretagna all’UE?

Parlando di cifre, purtroppo, i dati che sono riuscito a recuperare si riferiscono al solo 2015, ma credo siano sufficienti per dare un’idea di che cosa stiamo parlando.

Il contributo netto per ogni Stato membro si ricava sottraendo dal contributi di ogni Stato la quantità di denaro che l’UE investe nello stesso Stato (se lo Stato versa 10 e l’UE investe in quello Stato 4, il contributo netto sarà 6).

Un po’ di cifre.

Nel 2015 la GB ha versato nelle casse dell’UE 13 miliardi di sterline. L’UE ha investito nel Regno Unito 4,5 miliardi di sterline, per cui il contributo netto della GB è stato di 8,5 milardi di sterline. C’è da notare, anche, che il contributo calcolato per la GB sarebbe, in realtà, di 18 miliardi di sterline. Però esiste una cosa che si chiama “UK correction”, e, cioè, uno sconto immediato sul contributo britannico. Il valore di questo sconto varia di anno in anno, e per il 2015 è stato di circa 5 miliardi di sterline.

In questa figura una rappresentazione grafica

 

UKsEUMembership-graph

 

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Cos’è la UK correction?

Nel 1984 Margareth Tatcher riuscì a negoziare un sostanziale sconto sui contributi versati dal Regno Unito, noto come “UK correction”. Questo sconto nasce dal fatto che la maggior parte del budget UE è usata per finanziare la Politica Agricola Comune (in una percentuale del 34% circa sul totale). Usufruendo solo in piccola parte di questi reinvestimenti, si ritenne corretto accordare una riduzione al contributo  britannico. Non sto qui a parlare delle modalità con cui questo sconto viene calcolato anno per anno, ma se siete in vena di perdere qualche giornata le potete trovare qui. La parte di fondi che viene a mancare con questo sconto concesso alla GB è coperta dagli altri Stati. In questa tabella potete vedere la suddivisione per paesi stabilita per l’anno 2013 (si noti che l’Italia paga il 20% di questo sconto).

suddivisione della uk correction

 

Cosa cambia per la Gran Bretagna?

La prima cosa che mi viene in mente è che uscendo dall’UE, la GB ristabilirà i propri confini, finora invisibili come nel resto dell’UE. Questo potrà essere scomodo per il turista che desidera farsi una vacanza a Londra, dato che probabilmente gli toccherà avere il visto sul passaporto, come in passato, ma esiste un confine che si scalderà molto presto, secondo me: quello tra Irlanda e Irlanda del Nord. Non mi piacerebbe molto vivere da quelle parti in questo momento.

Si tende quasi sempre a dimenticare che lo United Kingdom (il Regno”Unito”, appunto) è un’Unione, non meno di quella Europea, per quanto più stretta. E il risultato di questo referendum mostra molto chiaramente che questa unione scricchiola molto. La Scozia e l’Irlanda del Nord, due dei Regni, hanno votato compatti per restare nella UE.

All’indomani del voto, infatti, Nicola Sturgeon, Primo Ministro scozzese, ha dichiarato che un nuovo referendum sulla permanenza della Scozia nel Regno Unito è molto probabile. Perché? Beh, perché nello scorso referendum sulla stessa questione l’argomento schiacciante, che ha fatto pendere la bilancia a favore della campagna della non indipendenza da parte della GB, è stata l’uscita della Scozia dalla UE in caso di indipendenza. Salvo poi, qualche tempo dopo, uscire essa stessa dalla UE. Quelle surprise!

Un caso molto simile è quello dell’Irlanda del Nord, che ha votato per rimanere nella UE. Ora, la maggior parte della GB non ha confini diretti con la UE, essendo un’isola, ma l’Irlanda del Nord sì. Si inizia già a parlare di un referendum sulla riunificazione con l’Irlanda.

Quindi un primo risultato del Brexit potrebbe essere quello di una dissoluzione del Regno Unito, che si ritroverebbe a essere composto soltanto da Inghilterra e Galles (e Gibilterra, ma non so fino a quando ancora).

Un altro grosso cambiamento è che dopo essere uscita dall’UE (perché fino a quando non avrà percorso tutto l’iter stabilito dal Trattato di Lisbona, la GB rimarrà ancora un membro a tutti gli effetti della UE) la Gran Bretagna perderà l’accesso a tutti i fondi di finanziamento della UE. Un solo esempio è quello dell’industria cinematografica, in cui la UE ha contribuito per anni in modo importante (per esempio parte delle riprese per Game of Thrones sono fatte in Irlanda del Nord e pagate con fondi UE). Lo stesso settore avrà anche grossi problemi in caso di reintroduzione dei visti e di aumenti tariffari per le importazioni di merci (attrezzature da ripresa, per esempio).

Nel frattempo un primo cambiamento è già avvenuto ed è effettivo: nella dichiarazione congiunta della Commissione Europea di stamattina Juncker ha detto, chiaro e tondo, che le agevolazioni negoziate tra GB e UE lo scorso Febbraio sono da considerarsi nulle.

E sul piano globale?

Uno dei più entusiasti del risultato è Donald Trump, candidato alle presidenziali USA. Poco importa che il Parlamento inglese sia stato obbligato a decidere se vietargli in modo permanente l’accesso sul proprio territorio nazionale in seguito a una petizione che ha raccolto in breve oltre mezzo milione di firme (il Parlamento inglese è obbligato a dibattere su petizioni che raggiungono un minimo di centomila firme). L’entusiasmo di Trump si comprende bene dalle sue dichiarazioni sulla svalutazione della sterlina (Trump possiede due campi da Golf in Scozia). Per quell’uomo gira tutto intorno al denaro, anzi, al suo denaro.

Un problema molto serio, invece potrebbe sorgere con la Cina. Questa, infatti, ha nella UE il suo più importante partner commerciale, per un volume di esportazioni verso il Vecchio Continente pari a circa 350 miliardi di euro. Da anni la UE cerca di cambiare la politica tariffaria con la Cina, anche per impedire importazioni di merce a condizioni non concorrenziali (la marea di acciaio cinese a basso costo che sta inondando i mercati mondiali, ad esempio). Beh, l’unico Paese della UE che finora si è sempre schierato decisamente dalla parte della Cina è stata la GB. Ora che le cose stanno per cambiare i rapporti commerciali tra UE e Cina dovrebbero farsi più tesi (a tutto svantaggio cinese, secondo me).

Come vedete, prima di esultare per una vittoria di Davide contro Golia, bisognerebbe capire se non si stia parlando, piuttosto, di una Vittoria di Pirro.

Well, Rest In Pieces, Ye Olde Merrie England!

Questioni di genere

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In questi giorni in rete moltissima gente litiga (perché non parlano, ma litigano) sulla questione se sia più corretto chiamare un sindaco di sesso femminile “Sindaco” o “Sindaca” o “Sindachessa”.
Voglio dire la mia in merito.
Quando una persona viene eletta per un incarico governativo, a qualsiasi livello, contano poche cose: le sue capacità, la sua dedizione alla causa, il suo desiderio di migliorare la comunità che è chiamata a governare e la squadra che lo aiuterà nello svolgimento della propria funzione. E basta. Non importa che sia una donna o un uomo, che sia una madre o un padre, che sia un dottore o un operaio o un disoccupato. Non importa, entro certi limiti, nemmeno a quale partito appartenga, ammesso che appartenga a un partito (più diventa piccola la comunità a cui si fa riferimento e meno c’entrano i partiti).
Quello che conta è che sia preparata per il compito che desidera svolgere, perché candidarsi per una elezione presuppone che la persona desideri effettivamente fare quel lavoro, che sia quello di sindaco, consigliere, parlamentare o altro. Come un candidato per un posto di lavoro deve dimostrare di saperlo svolgere bene quel lavoro, allo stesso modo (anzi, di più) questo dovrebbe valere per incarichi di potere.
Un candidato sindaco dovrebbe, secondo me, conoscere i regolamenti del comune in cui concorre, le leggi che regolano la posizione per cui si candida, i poteri che la contraddistinguono e i limiti che ne circoscrivono la sfera d’influenza. Dovrebbe conoscere la Costituzione (non a memoria, che è una pretesa assurda, una roba buona solo per una certa TV spazzatura) e dovrebbe, soprattutto, conoscere il paese che vorrebbe amministrare. Infatti, se io volessi candidarmi come sindaco del mio paese avrei non pochi problemi, perché mi sono trasferito in un altro posto. Non sarebbe serio da parte mia pretendere che qualcuno mi voti pur sapendo che manco da tempo (che, poi, le elezioni al mio paese siano una questione di chi ha la famiglia più numerosa è un dato di fatto, come lo è in tutte le piccole comunità).
Lo stesso discorso fatto per un sindaco vale, mutatis mutandis, anche per chi si candida al Parlamento. Anzi, a questo livello diventa ancora più importante che la persona sia preparata per la posizione che spera di occupare. Infatti, come si può soltanto pensare di dare il potere di governare a qualcuno che non sappia nemmeno dove iniziare a fare quel lavoro (perché di questo si tratta, di un lavoro molto ben pagato)?
Abbiamo visto, tre anni fa, entrare in Parlamento oltre 160 comuni cittadini eletti con il Movimento 5 Stelle. Credo che sia superfluo ricordare qui tutta l’improvvisazione e l’incapacità a cui abbiamo assistito.
E questa non è una critica alle persone in quanto tali, ma alle persone in quanto Parlamentari.
A chiunque abbia un briciolo di onestà intellettuale è evidente che solo 4 o 5 di quelle persone posseggano le capacità necessarie per essere un parlamentare. Le altre sono brave persone, impegnate e desiderose di migliorare l’Italia ma, in definitiva e a conti fatti, poco più che un’accozzaglia di individui meschini, rissosi, invidiosi e vendicativi. Questo per quanto riguarda i nuovi entrati.
Parlando, invece, di quelli che erano già dentro, lasciatemi dire solo che il migliore di loro ha la rogna. C’è gente nel Parlamento italiano che sopravvive a se stessa da decenni e che ha talmente tanta paura di perdere la propria posizione di potere e prestigio, nonché il denaro che riceve dal continuo drenaggio dei conti pubblici, che è disposta a qualsiasi compromesso, non importa quanto immorale o abietto. E, per di più, operano questi maneggi alla luce del sole, fregandosene del fatto che con la loro condotta insultano tutti i cittadini italiani, quelli che li hanno votati e quelli che non lo hanno fatto.
Tutti assieme (vecchi e nuovi, anziani e giovani, donne e uomini, di destra, sinistra, centro o ibridi) hanno trasformato da tempo il Parlamento Italiano in una bettola della peggior specie (peggio dei peggiori bar di Caracas).
Mi sono chiesto spesso come facciano a non provare vergogna. Dopo tanto tempo mi sono dato una risposta: la vergogna non può esistere laddove non esista un minimo di dignità personale.
Il risultato dell’assegnare posti di potere a chi non ha capacità, dedizione, interesse al bene comune, desiderio di migliorare e voglia di lavorare come un unico organismo è sotto gli occhi di tutti, nella forma di un paese, l’Italia, che si sta sempre più trasformando in un campo di battaglia tra individui e/o gruppi che agiscono come individui.
Quindi, gentili Signore e Signori che avete talmente tanto poco da fare che il genere di un sindaco diventa un argomento importante, fate una bella cosa: spegnete la TV, spegnete il pc, spegnete il telefono, uscite di casa con vostra moglie, vostro marito, la vostra compagna, il vostro compagno, vostra madre, vostro padre, i vostri figli o fratelli, con i vostri nonni, zii, cugini o amici, e godetevi le cose belle che ancora vi restano, perché è grazie a gente come voi che l’Italia non cambierà mai.

Se tacito procede nei pensieri

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Se tacito procede nei pensieri
un lieve sassolino di certezza,
or l’uno or l’altro tocca de’ sentieri,
stringe il destino la corta cavezza.

E non v’è scelta alcuna, oggi, ieri,
domani e mai potrà tener la brezza
per quanto l’ali rendano leggeri
non v’è difesa contro chi le spezzi.

È ‘l punto in cui le ali son cadenti,
vestigia di tempeste tramontate,
non voleranno più, né l’altre genti

potrebbero, provando molte fiate,
portarle, per alzarsi in cerchi lenti,
il peso al cuor tenendole atterrate.

E, quindi, disperate.
Soltanto pochi lasceranno i flutti
perché le ali… non ci son per tutti.

Calabria

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La mente che racchiude, senza scinderle,
che quasi pare l’acido un vinello,
verità corrosive d’ogni spirito.
Un mondo a parte, noumeni morti,
un senso dell’onore deformato,
un fiore che avvizzisce dalla nascita,
un coro di potrei, però non voglio,
sto troppo bene qui, così deluso,
da noi il nero è come il bianco: sporco,
e non c’è Santo, non si può far niente.

Il dogma che ti inculcano da piccolo.

Alletta il nero, posto di lavoro
e scambi di favori all’elezione,
ci pensu ieu, tu non ti proccupari.
Alletta il bianco, posto di lavoro
e scambi di favori all’elezione,
ci pensu ieu, tu non ti proccupari.

Qui tutto si fa squallido grigiume.

Sta lì, col capo chino, gente fiera,
gente che piange (lacrime di rettile),
gente che vive di sensi di colpa,
sempre in attesa del prossimo dono.
Please, sir, I want some more, par di sentire
nei loro sguardi privi di vergogna.
Nessuno leva l’anima, pur forte,
ché presto seccherebbe il rio dell’obolo.
Amano quel che dovrebbero odiare,
perdono quel che potrebbero amare.
Ma il nero e il bianco li vogliono muti,
contenti sotto sale o nell’aceto,
conserva umana per i tempi magri.
Non si sa mai, potrebbero servire.

***

Patisci l’ingiustizia, senza dubbio,
d’esser per tutti terra di conquista
(partendo dallo Stato che ti schifa),
ma questo non esime dal riscatto.
L’Italia Unita ti portò sventura,
e morti e stupri e barbare condanne
e disonore e macchia di brigante
e povertà e mille emorragie
e ti privò di mezzi, d’ogni forza
e ti tacciò col dito di bastarda
e ti schiacciò la testa sotto il tacco
e ti rubò la vita, il sangue, il tempo
e ti ferì nel cuore dell’orgoglio
e mille cose ancora che non dico.

Ma questo è nel passato, e lì rimane.

Non è più tempo di restare proni
d’essere belli solo per i voti,
per poi tornare ad essere negletti.
Davvero questa la chiamate vita?
Dov’è il decoro? Dove sta l’onore?

Calabria, tu t’atteggi a verginella
ma sei puttana dentro, senz’errore.

Viaggio leggero su ali di sete

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Viaggio leggero su ali di sete,
spazi sottili che sanno d’ardore
e dolci tenerezze, bell’e chete.
Viaggio leggero, la pace nel cuore.

Non sono mai lontane né segrete
le note portatrici di tepore,
in viaggio con la pace nella mente
mi perdo tra distese di candore.

Albe infinite, tramonti lontani,
già sorge in me la pace dello spirito
che placa la tristezza dei mortali.

Spenti gli occhi, visioni che mai vidi,
colmo di gioia, la pace nell’anima,
lascio la vita, volo ad altri lidi.

Il tempo può negare ogni possesso

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Il tempo può negare ogni possesso,
ma non l’aver con gioia posseduto
l’onore e il privilegio, mai concesso
a quelli che non l’han riconosciuto,

di vivere in un sogno ‘sendo desto
amando essendo amato; ‘l mondo muto
si ferma, congelato in un riflesso,
eterno specchio d’anime con-fuse

e vivono l’un l’altro solo un fiato,
nobilitati spirti degli amanti,
le menti, pur sì lungi, un solo afflato,

divina sinfonia di dolci istanti
vissuti e rivissuti in ogni iato
per poi tornar più forti e più costanti.

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