Votare alle Elezioni politiche del 2018 in Italia

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Il 4 marzo prossimo si voterà per le elezioni politiche.

Ho letto i programmi dei partiti più importanti (qui l’elenco di tutti i partiti coi relativi programmi) e ho deciso che voterò per +Europa. Ha il programma che rispecchia meglio le mie idee e i miei ideali. Inoltre, non fa promesse a vanvera, utili per accalappiare i voti degli ignoranti, ma sembra guardare a lungo termine (almeno, per come la vedo io). Certo, quel partito non avrà alcuna possibilità di raggiungere percentuali importanti in un Paese come l’Italia, un Paese diviso tra antifascisti, fascisti e idioti, ciascuno col suo partito di rappresenzanza, ma non posso non votarlo. Non posso non votarlo perché il mio voto, l’unico strumento a mia disposizione per esercitare il mio potere di cittadino di uno Stato democratico, è, al contempo, anche una responsabilità, una importante.

Infatti, ragionando per assurdo, il 5 marzo l’Italia si potrebbe risvegliare con un governo di destra (apertamente razzista, fascista e composto da gente stupida) o, Dio non voglia, con un governo Di Maio (apertamente incapace, pieno di arrivisti e composto, anch’esso, da gente stupida).

Per quanto anche un governo guidato da questo PD non sia una panacea, rimarrebbe comunque l’alternativa migliore per l’uomo di buonsenso.

 

La cosa importante è andare a votare. Chi non vota non ha diritto a lamentarsi se poi chi verrà eletto si rivelerà un disastro. Chi non vota non prende posizione, si comporta da vigliacco. Ci sono oltre 40 partiti in lista. E, quindi, 40 programmi. Ci sarà pure qualcosa che risponda alle aspettative che ogni cittadino nutre, no?

Non mi interessa in questo sito discutere della mia scelta, assolutamente. Riprendo, mutatis mutandis, l’elenco dei motivi da un mio vecchio post:

  • chi ha svolto le sue ricerche ha già preso la sua decisione, quale che che sia;
  • chi ha deciso per chi votare non può, in nessun modo, essere convinto a cambiare idea;
  • chi non ha svolto ricerche e non si è informato voterà in base a come si sentirà quel giorno o in base a quello che consiglieranno gli amici;
  • non ha alcun senso discutere con chi strepita per l’uno o l’altro dei partiti e poi, il 4 marzo, sarà a casa a grattarsi la pancia o in montagna a sciare.

 

L’Italia è una democrazia occidentale. Molta gente non si rende conto di essere fortunata a essere nata in Italia. Ci sono problemi, vero. Ci sono crimini, verissimo. La corruzione, soprattutto dei politici, è evidente (anche se la corruzione che dovremmo odiare come la peste è quella degli ingranaggi della burocrazia, il piccolo impiegato che ti ritarda una pratica fino a quando la mazzetta non è giusta, per esempio). La situazione economica non è delle migliori, e il lavoro, e gli immigrati, e così via. Tutto vero, non discuto. La situazione è pesante. Ma (ed è un MA enorme), è un fatto palese che non fare nulla non cambia la situazione di una virgola (né in peggio, né in meglio).

E questa è una mancanza imperdonabile.

Non votare in questa situazione è molto più che irresponsabile. É dannoso! Il rischio che corre l’Italia è quello di trasformarsi da macchietta tra i Paesi occidentali in un paria dei Paesi occidentali.

Vi invito a considerare il caso della Gran Bretagna, a tal proposito. Con un referendum è stata decisa l’uscita dall’Unione Europea del Regno Unito. Tale esito, in gran parte, è dovuto ai seguenti motivi:

  1. a) propaganda ingannevole da parte di coloro che campagnavano per l’uscita dall’UE;
  2. b) ignoranza degli elettori (in molti non avevano idea di cosa fosse l’UE e di quali effetti avesse sul loro Paese);
  3. c) indifferenza al voto da parte di chi aveva più da perdere (soprattutto i giovani).

I risultati del disastroso esito del referendum per la GB sono sotto gli occhi di chiunque abbia un’intelligenza minima.

Se i tre punti di cui sopra vi suonano familiari, avete ragione. É esattamente la stessa situazione dell’Italia. Tutti i partiti, tranne poche eccezioni, stanno conducendo una campagna elettorale basata su bugie, falsità e tesa a sfruttare l’ignoranza degli elettori i quali, per reazione, decidono di non votare.

Questo non va affatto bene.

Abbiamo la fortuna di vivere in una democrazia e il voto è una di quelle cose che fa parte del pacchetto “democrazia”, assieme a tutta una serie di libertà individuali (i diritti costituzionali). Trovo anche che, essendo il voto un diritto acquisito da tempo e ormai scontato, almeno in Italia, non sia necessario sperticarsi in retoriche da lotta di classe o in commemorazioni di partigianesimi vari per ricordare quanto sia importante esprimere il proprio voto durante un’elezione. Il mio punto è molto più semplice: votare è un dovere utile.

Il voto, infatti, è l’unico mezzo lecito che ha un cittadino maggiorenne di fare sentire il peso della propria decisione e rinunciarvi è una scelta da cazzoni irrecuperabili.

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Arco di ferro – Capitolo 4

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Le ombre si stavano allungando tra le case di Shywor, lambendone delicatamente i muri.

Tranor, preoccupato per la convocazione ricevuta, stava dando istruzioni ai suoi servi in vista del suo viaggio a Rankor. Era sempre a stessa storia. Potevi essere un dio nel tuo villaggio, ma quando ti trovavi in presenza degli emissari, la tua irrilevanza nello schema più ampio delle cose ti veniva sbattuta in faccia con violenza e senza riguardo. Tranor odiava gli emissari del Culto. Erano dei semplici servitori, per quanto arroganti e supponenti. Ma quando agivano da emissari avevano potere di vita e di morte sui sacerdoti. Da servitori si trasformavano in divinità. Almeno fino a quando non rientravano a Rankor per togliersi le vesti scarlatte e rimettere i loro sudici stracci da servo. Non che anche in quell’abbigliamento non fossero mille volte più eleganti di Tranor, ovviamente. Ma restavano indumenti che dicevano al mondo ciò che erano: semplici servitori.

Guardava fuori dalla finestra chiedendosi il motivo della chiamata. Sapeva che la stella caduta doveva avere un ruolo nella cosa, ma non riusciva a capire quale. Riesaminò i suoi trascorsi e non trovò nulla che giustificasse una punizione o un intervento delle alte sfere. Il suo compito era diffondere il Culto del Cielo, e quello faceva con diligenza e, a volte, con autentico fervore religioso. Non era cresciuto in una famiglia religiosa e aveva scoperto la propria vocazione solo da adulto. Tuttavia aveva svolto bene il suo compito e l’intera Shywor aveva una profonda fede nel Culto del Cielo e, perciò, nel Culto dei Culti.

Tutti tranne uno. Il cacciatore era un enigma per Tranor. Era un uomo dai modi rozzi, di grande forza e determinazione, al punto da essere cocciuto, ma era anche arguto, intelligente e gentile. Le sue capacità con l’arco erano leggendarie, anche se il sacerdote non lo aveva mai visto colpire qualcosa di diverso dalla selvaggina. Eppure c’erano canzoni su Gon Arco di Ferro.

All’inizio era stato un interlocutore attento e aveva regalato a Tranor ore di conversazioni stimolanti. Poi, però, qualcosa era cambiato nell’uomo, che aveva iniziato a sfidare il sacerdote ogni volta che ne aveva l’opportunità. Lo sfidava apertamente e la cosa aveva iniziato presto a irritarlo. Quando Tranor capì che avrebbe dovuto fare qualcosa per impedire al cacciatore di insinuare il dubbio negli altri abitanti di Shywor si decise a rimetterlo in riga. Era riuscito a farsi nominare tutore del figlio di Gon, dato che la madre era morta e il cacciatore  non poteva portare con sé il bambino a caccia.

Sapeva che si trattava di un ricatto immorale, anche se non aveva mai minacciato Gon in alcun modo. Ma non aveva avuto alternative. Il Culto non ammetteva debolezza nei confronti di chi lo sfidava, direttamente o nella persone di uno dei suoi rappresentanti. A tutti gli effetti, Tranor aveva salvato la vita di Gon e di suo figlio. Il Culto avrebbe mandato i suoi Correttori a prendersi cura dell’elemento di disturbo, il che di solito voleva dire che del reo e della sua famiglia si perdeva ogni traccia. Non c’erano esecuzioni pubbliche o clamore. Semplicemente sparivano nella notte per non ricomparire mai più.

Tranor rabbrividì al ricordo della maschera di pelle nera indossata dai Correttori. Sembrava essere una sola cosa col volto.

Prima o poi avrebbe dovuto affrontare la questione col cacciatore, anche perché tra pochi mesi il ragazzo avrebbe raggiunto l’età per accompagnare il padre a caccia e, quindi, non avrebbe più avuto alcun modo di proteggere il cacciatore. Decise che gliene avrebbe parlato al suo ritorno da Rankor. La verità era, dovette ammettere con se stesso, che avrebbe potuto avere bisogno dell’aiuto di Gon, se i suoi sospetti sulla ragione della convocazione si fossero rivelati corretti. Ma era più semplice per lui fingere che il motivo per cui avrebbe messo l’uomo in guardia fosse il suo interesse a fare la cosa giusta.

Lo sguardo del sacerdote cadde sulle rive del fiume. Non c’erano laghi nei dintorni e l’unica acqua a disposizione del villaggio proveniva dai due fiumi e dalle occasionali piogge. Un ingengoso sistema di grondaie e tubi, infatti, convogliava l’acqua piovana verso la cisterna sotterranea costruita sotto ogni edificio. Era generoso definirli fiumi, ma qualsiasi Jarii avrebbe benedetto gli dei per averne uno a disposizione, fosse pure minuscolo.

Decise che sarebbe partito quella sera stessa. Gli avevano dato tre giorni di tempo, ma ne bastavano due per arrivare alla capitale. Avrebbe potuto sistemare qualche affare in città prima di recarsi al Tempio.

«Fai preparare tutto entro due ore. Partirò stanotte», disse al servitore in attesa sulla porta. L’uomo fece un breve inchino e uscì. Non era infrequente per un sacerdote viaggiare di notte. A nessuno sarebbe venuto in mente di attaccare un carro con le insegne di un Culto.

In quell’istante ebbe un’illuminazione.

Corse alla porta e urlò dietro al servitore: «Fai preparare anche il ragazzo. Verrà con me.»

Italia, fragile Italia

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Negli ultimi anni si vedono sempre più risposte violente a stimoli negativi. Il minimo segno di un possibile disagio (vero o presunto) porta a reazioni, fisiche o verbali, connotate da insofferenza e rifiuto, nel migliore dei casi, fino a manifestazioni di odio e violenza nel peggiore. E questo fenomeno si è molto inasprito negli ultimi cinque anni.

Perché è così?

È ovvio che non esiste una risposta semplice a questa domanda. I fattori che determinano la risposta di una persona agli stimoli esterni sono molto numerosi e di diverse tipologie. L’assenza di un lavoro, le condizioni di lavoro (quando c’è), le condizioni economiche, l’ambiente culturale in cui si vive, l’educazione in famiglia e a scuola, e molti altri ancora.

L’Italia, inoltre, è un paese in cui sta diventando sempre più evidente  l’altissimo livello di ignoranza diffuso in tutti gli strati della popolazione. Esiste il famoso analfabetismo funzionale, di cui per qualche tempo si parlò diffusamente nei media (per poi cadere nell’oblio ed essere riesumato solo da chi aveva interesse a usarlo per sceditare il suo oppositore del momento). Esiste quello che Edward C. Banfield chiamò familismo amorale, ed esistono mille altre cose, ciascuna col suo nome. Io credo che una delle motivazioni alla base di questo fenomeno sia la seguente: l’italiano medio aspira alla deresponsabilizzazione completa. Tale, infatti, è l’idea alla base di ciò che chiama “libertà di scelta”. La libertà, cioè, di compiere le proprie scelte senza che vi siano conseguenze imputabili alla stessa o responsabilità da prendersi per averle fatte. Chiunque sappia usare la propria intelligenza e che sia dotato di un minimo di buon senso, però, sa che questa non è che una parodia della libertà, una confusa e perniciosa pretesa di avere diritto a qualsiasi cosa, di poterne usufruire, possibilmente senza pagare nulla, e di avere, alla fine, il diritto di disfarsene senza conseguenze quando non sia più soddisfacente. E se consideriamo il fatto che i giovani italiani di oggi riescono a stento a tollerare un “no” le previsioni non sono rosee per il futuro.

Questo atteggiamento, questa esasperata affermazione di se stessi contro tutto e tutti, anzi, questa imposizione di se stessi su tutti, è diventata una delle caratteristiche che contraddistinguono la società italiana. Esiste, però, un problema. Come puoi affermarti su qualcuno che gode dei tuoi stessi diritti fondamentali, almeno sulla carta? Nessun italiano imporrà se stesso su un altro italiano, nessun bianco imporrà se stesso su un altro bianco.

Da qualche anno, però, esistono le persone perfette per permettere all’italiano medio di esercitare la sua presunta superiorità morale e sociale: gli immigrati. Quando la propria vita non si adegua alle aspettative che si hanno (giustificate o meno) allora una persona debole tende a trovare giustificazioni a questo incolpando altri, le autorità, le istituzioni, il proprio datore di lavoro, lo Stato, il vicino di casa. In questo caso il capro espiatorio che si presta meglio è il diverso, lo straniero. E lo straniero per definizione è colui che viene da un posto e una società differente, colui che ha abitudini difformi da quelle a cui l’italiano medio è abituato (le uniche che conosce). E non è un caso che lo straniero preferito come capro espiatorio sia quello che non può difendersi, quello che vive in una condizione di miseria ancora peggiore, ha ancora meno, in una parola, l’immigrato da paesi africani o mediorientali. Si badi bene, però, che qui non si tratta di xenofobia. Questa, infatti, è un concetto molto curioso e, in definitiva, fuorviante (anch’esso studiato per influenzare le menti deboli). Infatti, la “paura dello straniero” (significato, appunto, di xenofobia) è un concetto che viene quasi sempre contestualizzato male. Non si ha paura del turista americano o del cliente russo o svizzero che spende fiumi di denaro in Italia, non si teme lo studente giapponese che si iscrive nelle università del Nord Italia o il turista tedesco che trascorre le sue vacanze nelle città d’arte o sulle spiagge italiane (si noti che le prime quattro nazionalità elencate sono di extracomunitari, altro termine usato sempre a sproposito). No. Si teme solo uno straniero ben specifico: quello di pelle scura e di religione musulmana. Sarebbe più giusto parlare di razzismo vero e proprio. Certo, non può far piacere sentirsi dare del razzista, ma è così: gli italiani sono razzisti, sia perché hanno la pelle bianca e, quindi, fanno parte del tipo umano che occupa tutte le posizioni dominanti sul pianeta (potere, ricchezza, influenza, potenza militare) e sia perché sono cresciuti e vivono in una società di tipo democratico, in cui sono garantiti a tutti i fondamentali diritti umani (almeno sulla carta) che, però, ha un anima profondamente fascista.

Tale razzismo è rafforzato dalla continua esposizione che un ben preciso tipo di immigrati trova quotidianamente nei media italiani e sulle pagine dei social network di chi ha un interesse nello sfuttare la loro esistenza per i propri scopi: i giornalisti per vendere più copie o per aumentare le entrate pubblicitarie grazie ai click o, ancora, per supportare il partito politico di cui sono portavoce; i politici per accaparrarsi voti e, di conseguenza, denaro e potere. In questo modo il razzismo è banalizzato e quasi presentato come virtù patriottica, trasformandolo in una sorta di “piccolo razzismo quotidiano”.

L’italiano medio non comprende che in molti paesi del mondo la vita non è uguale alla sua. La comoda società garantita da una democrazia occidentale non è affatto lo standard nel resto del mondo, e non tutte le democrazie sono uguali e offrono le stesse condizioni (basti pensare al congedo per maternità o all’accesso al sistema sanitario negli Stati Uniti d’America, per esempio). Laddove in Italia è sufficiente aprire un rubinetto per veder scorrere l’acqua, in molti altri paesi tale lusso non esiste. E le differenze sono innumerevoli.

L’italiano medio non ha la capacità di contestualizzare un evento o un comportamento. Lo straniero (di colore e musulmano, ripeto) che arriva in Italia e mostra dei comportamenti diversi da quelli a cui l’italiano medio è abituato (e che considera sicuri e scontati) costituisce una minaccia alla sua comodità, costituisce una causa di disagio interiore (più o meno riconosciuto come tale). Dopotutto, l’italiano medio conosce solamente un codice di comportamento: il proprio (cioè quello di una società occidentale progredita, ricca e industrializzata fondata su valori come democrazia, solidarietà, coresponsabilità della società a livello penale, ecc.). Da qui l’enorme difficoltà ad accettare il diverso nella persona dello straniero di colore e che professa una fede diversa (anche se l’aspetto religioso non è che uno scudo di carta, visto il declino dello stesso cristianesimo cattolico in Italia).

Da un punto di vista questo “straniero” è diventato la figura catartica e salvifica che permette all’italiano di affermare la propria (presunta) superiorità. Egli dimostra questa superiorità (presunta, ripeto) esercitando la propria benevolenza per quelli che considera esseri umani quasi inferiori. Da un altro punto di vista, questo straniero è elemento salvifico anche per chi lo indica come fonte ultima e unica per tutti i mali che affliggono la società italiana (“rubano il lavoro”, “portano malattie”, “islamizzazione”, ecc.). Questa “retorica dello straniero”, quindi, può essere utilizzata da schieramenti opposti, in ultima analisi trasformandosi in una specie di clava con cui colpire l’avversario (e gli esempi di questa strumentalizzazione si contano da entrambe le parti). Poco importa la realtà che pilotando in questo modo l’opinione pubblica non si fa che radicalizzare l’ignoranza, creando dei fondamentalisti italici.

Come si colloca in questa situazione l’italiano medio? Appare evidente che la cosa è diversa da caso a caso, ma in generale si possono individuare sostenitori dell’una o dell’altra posizione, con una grande maggioranza che si schiera a metà delle due (“né con l’uno né con l’altro”). Si tratta di quelle persone che, per esempio, iniziano un discorso con “Non sono razzista, ma…”, tanto per fare un esempio. Queste persone credono che non schierandosi apertamente (anche se internamente sono assolutamente schierate) possono mantenere la loro finzione di rettitudine e l’apparenza di persone perbene.

In realtà questo costituisce il fondamento della fragilità della società italiana. Tale stato, poi, si cristallizza in un concetto immutabile di italianità. Infatti, per costoro, per essere italiani si devono avere le seguenti caratteristiche:

  1. a) essere bianchi
  2. b) parlare italiano
  3. c) essere nati da genitori bianchi cittadini italiani che parlano italiano

 

Ogni possibile differenza da queste tre caratteristiche costituisce quasi un affronto personale.

L’italiano medio si ritiene oggettivo, super partes, giusto, solidale, liberale e, soprattutto, legittimato e giustificato nell’espressione delle sue opinioni, per quanto possano essere stupide e indegne.

Provare a dire a un italiano medio che le sue idee sono tali solo perché vive in una società di bianchi fatta per i bianchi e che segue codici disegnati da e per la razza bianca costituisce una sorta di sfida alla sua oggettività. Poco importa che di oggettivo non abbiano nulla i suoi ragionamenti. È di parte e non sa di esserlo. Provare a spiegare a un italiano medio che le sue opinioni sono spazzatura se non sono basate sulla verità e su fatti dimostrati è una sfida alla solidarietà dei bianchi e, quindi, chi vi si provasse verrebbe considerato una specie di traditore della razza. Provare a spiegare a un italiano medio che è solo un piccolo patetico razzista scatena le reazioni più indignate che, però, si manifestano sempre nella forma di una fratellanza ferita (“Proprio tu, che sei italiano, mi vieni a dire queste cose?”, “Vai contro gli interessi del tuo paese”, ecc.).

 

L’italiano medio sembra dimenticare che la ragione per cui siamo al centro delle mappe del mondo non è il il nostro essere più ricchi, più civilizzati, più importanti o migliori, ma il fatto che siamo noi a disegnarle.

Arco di ferro- Capitolo 3

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I due uomini capirono di essere arrivati sul luogo dell’impatto quando si fermarono sulla cresta rialzata che formava un cerchio quasi perfetto. Dove prima si estendevano dei campi adesso c’era solo un grosso e profondo cratere. Gon si irrigidì quando il suo sguardo cadde sul centro dell’ampio cerchio di pietra. C’era una grossa roccia sepolta per metà nel terreno. Si era crepata e spezzata e, come aveva immaginato mentre l’aveva vista cadere, appariva chiaro dai frammenti che era stata cava all’interno. Le dimensioni, però, non potevano corrispondere a quello che aveva visto. Includendo tutti i frammenti sparsi lì intorno e l’enorme masso al centro del cratere, mancava ancora un bel pezzo perché l’oggetto raggiungesse le dimensioni che arebbe dovuto avere in base alla stima che Gon aveva fatto quando l’aveva visto cadere. Avrebbe dovuto essere molto più grosso.

«Non capisco», disse Gon. «É troppo piccolo per essere quello che ho visto cadere dal cielo.»

Alev si voltò verso Gon. Impiegò qualche istante per comprendere a cosa l’altro si stesse riferendo, poi disse: «Gran parte della roccia è bruciata in cielo. É quello che ti ha permesso di vederla, in primo luogo.»

«Bruciata in cielo? Ma in cielo non c’è fuoco.»

«É complicato da spiegare, ma è così. Puoi credermi, ne so qualcosa del fuoco e di come generarlo. L’aria può prendere fuoco. Un mantice non fa nulla di diverso che immettere aria nel fuoco e ad ogni soffio il fuoco aumenta.»

Gon non era un fabbro, ma sapeva che l’altro stava dicendo il vero. Aveva visto delle fornaci in funzione.

«Vedi anche tu l’alone chiaro intorno alla roccia?», chiese il cacciatore.

«Sì, anche se è molto debole. Credo che sia ciò che rimane dei bagliori che si vedevano nei giorni passati. La roccia si sta raffreddando. Pensi sia saggio avvicinarsi?»

Per tutta risposta Gon scese dalla cresta e si mosse in direzione della roccia. Alev lo seguì dopo qualche istante. Non era abituato a persone che agivano senza sprecare fiumi di parole prima. La cosa aumentò la stima verso lo strano compagno di quell’avventura. Si sentivano molte storie su Gon Arco di Ferro, ma doveva ammettere che l’uomo non era come se lo era aspettato. Per alcuni versi si era aspettato di restare deluso, ma l’uomo che stava seguendo dentro quel cratere si era dimostrato meno leggendario e molto più ordinario di quello che pensava. E questo per Alev era un punto a favore di Gon.

Man mano che la distanza si riduceva la temperatura aumentava. Non era un caldo opprimente, ma si trovavano ancora a una certa distanza dalla roccia caduta. Improvvisamente Gon si immobilizzò.

«Credo di aver trovato ciò che rimane del “molto nutrito”.» La mano dell’uomo indicava un’area prossima alla roccia su cui erano ben visibili diversi mucchietti di cenere. «Qualcosa deve averli inceneriti.»

«Si sono avvicinati troppo alla roccia quando ancora era troppo calda?», disse Alev.

«Ne dubito,» ripose Gon, «nessun essere vivente si avvicina al pericolo se vede un suo simile cadere in un mucchietto di cenere. No, Alev, qualcosa li ha colpiti contemporaneamente. Esattamente allo stesso istante.»

Il giovane annuì. «Immagino tu abbia ragione. Questo potrebbe spiegare anche le storie dei due sopravvissuti. Demoni. Delle lingue di fuoco che consumano i tuoi amici potrebbero bene apparire demoniache quando sei terrorizzato. Certo, non spiega perché erano ricoperti di sangue.»

«Prova a pensarci. Che fai quando vedi i tuoi compagni diventare mucchi di cenere? Credo che la tua corsa non sarebbe molto coordinata in quel caso. Saranno inciampati più volte di quante riescano a ricordare per scappare da questo posto. E non è esattamente un prato fiorito qua intorno.»

«Sì, mi sembra possibile. Tutto ciò ci lascia con una domanda: Possiamo avvicinarci senza rischiare a nostra volta di essere trasformati in uno sbuffo di fumo?»

«C’è un solo modo per saperlo» rispose Gon, e riprese a camminare verso la roccia caduta dal cielo.

Più si avvicinavano e più faceva caldo. Era come stare all’aperto in un torrido giorno estivo privo di vento. Era tollerabile, almeno per un po’. Fecero un ampio giro intorno alla roccia prima di avvicinarsi. Gon era un cacciatore esperto e sapeva che non ci si avvicina a un potenziale pericolo senza prendere delle precauzioni. E, inoltre, aveva già concesso troppo al caso attraversando un’area scoperta senza perlustrare prima i dintorni.

Si fermarono vicino a uno dei frammenti più grossi sul lato del cratere dalla parte della Dorsale. Sembrava una parete in parte sepolta nel terreno. Era incurvato, come il guscio di un uovo, e presentava diversi grossi fori. Entrambi i lati del frammento avevano segni di bruciature. La roccia stessa sembrava essersi fusa e solidificata, su entrambe le facce.

«É come se stesse bruciando dentro e fuori», disse Alev. «Vedi? Bruciata in cielo.»

Gon annuì. Si avvicinò al frammento e lentamente poggiò la mano sulla roccia. Era tiepida al tocco, forse perché essendo più piccola del masso al centro del cratere si era raffreddata più velocemente.

«Sei sicuro che sia saggio toccarla?» chiese Alev.

«Non sento nulla di particolare. Non è più molto calda», rispose l’altro.

Alev si avvicinò e diede uno sguardo ravvicinato alla superficie interna del frammento. I segni di fusione erano evidenti e regolari su tutto il frammento. Tranne vicino al bordo, dove le linee orizzontali erano coperte da strani segni, simili a caratteri.

«Gon, qui sembra ci sia scritto qualcosa», disse il giovane.

Il cacciatore lo raggiunse e osservò l’area indicata dall’altro.

«Sembra proprio una scritta,», disse, «ma hai notato che questi simboli sono incisi sopra ai segni della fusione? Vuol dire che qualunque cosa sia è stato scritto dopo lo schianto.»

I due uomini si guardarono intorno.

«Riesci a capire cosa significa?»

«No», rispose Gon. «Non sono un accolito. Non ho mai imparato a leggere. Ma nel Tempio del Cielo ho potuto vedere dei testi scritti e questi simboli non assomigliano a nulla che abbia visto.»

«Io ricordo di aver già visto qualcuno di questi simboli. Dopo aver lasciato Stix ho vissuto per qualche tempo sulla Dorsale. Nelle montagne ho scoperto una serie di cunicoli e caverne e in una di queste c’erano delle iscrizioni molto simili a queste. Riconosco il simbolo che sembra un coltello e quell’altro che assomiglia a una casa rovesciata. Non so cosa vogliano dire, però. Di sicuro è strano che siano anche qui.»

Dopo aver ricopiato i simboli si diressero al centro del cratere. Si avvicinarono con cautela. L’aria intorno alla roccia tremolava per il calore e odorava di bruciato. Una leggera brezza aveva iniziato a soffiare, portando via le ceneri che un tempo erano persone.

Alev si abbassò e prese una manciata di cenere nel pugno, lasciandola scivolare nel vento. «Non siamo che questo, sbuffi di fumo nel vento.»

«Sei senza dubbio poetico per essere uno Jarii, ma non credo sia questo il momento.»

«Amico, è  sempre il momento per la poesia. Ricordami di recitarti la Canzone di Arco di Ferro quando avremo tempo.»

«La… cosa? Non esiste una canzone del genere!»

Alev rise per l’espressione sconvolta apparsa sul viso dell’altro.

«Oh, Gon. Non sai cosa darei per avere uno specchio ora. Stai davvero dicendo che non hai mai sentito la canzone che narra le tue gesta durante la Grande Caccia dei Cento Laghi? É una delle canzoni preferite nel Regno di Cremnar. La conosce chiunque.»

«Chiunque tranne me, a quanto pare. Comunque lasciamo perdere queste sciocchezze ora.»

Gon si avvicinò alla roccia e nell’istante in cui appoggiò la mano sulla sua superficie urlarono entrambi, lui e la roccia.

Arco di ferro – Capitolo 2

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La Dorsale percorreva il mondo in linea retta, come un monumentale serpente che si mordeva la coda.

I suoi alti picchi dividevano il pianeta in due parti. Col passare dei secoli nel Nord era sorto un regno che unificava l’intero emisfero: il regno di Cremnar. Nell’emisfero meridionale, invece, i pochi insediamenti permanenti erano costantemente esposti agli attacchi delle tribù degli Jarii, nomadi predoni.

Oltre a dividere nettamente il mondo, la Dorsale contribuiva anche a fare del Sud una landa semidesertica e, in gran parte, desolata. Pochi fiumi e pochissimi laghi si trovavano in quelle terre, il che rendeva l’acqua la risorsa più preziosa. Il Nord, invece, era ricco di acqua, al punto che l’unico mare del pianeta, chiamato semplicemente Mare dai Cremnariti occupava poco meno di un terzo dell’emisfero. Nel regno, inoltre, non mancavano fiumi dalla grande portata e numerosi laghi, pur se di dimensioni contenute.

Mentre nell’emisfero meridionale esistevano soltanto tre vere e proprie città, Phlor, Kintarr e Pelgor, quello settentrionale era costellato di centri urbani, dai piccoli villaggi di cacciatori come Shywor, fino alle metropoli come Rankor, capitale del Regno di Cremnar. Rankor era anche la sede del Culto dei Culti e questa caratteristica, prima ancora che la sua importanza politica, la rendeva a tutti gli effetti la città più importante del pianeta. A nord della Dorsale, infatti, il vero potere era in mano ai sacerdoti dei Dieci Culti, a loro volta governati dal Culto dei Culti.

 

Il pensiero di Gon tornava di frequente alla religione, mentre correva verso il luogo in cui era caduto l’oggetto, più meno dalle parti di Stix, la città devastata. Gon ricordava ancora la Notte del Tremore. Aveva dieci anni all’epoca e le mura della sua capanna, a Shywor, ovvero a due giorni buoni di distanza da Stix, avevano tremato con violenza. Suo padre lo aveva rassicurato, ma lo aveva anche sentito borbottare a mezza voce che di Stix non sarebbe rimasto in piedi granché. Gon ebbe modo di verificarlo qualche anno più tardi, quando accompagnò suo padre in quella città per acquistare un nuovo aratro.

La corsa del cacciatore era regolare, grazie al costante allenamento a cui si sottoponeva. Quando correva lasciava vagare la sua mente, mentre il corpo eseguiva i movimenti della corsa quasi automaticamente. Pensava a Tranor e al potere che deteneva. Il sacerdote non poteva dimostrare nessuna delle affermazioni che faceva in merito alla divinità che diceva di rappresentare, ciononostante la gente di Shywor pendeva dalle sue labbra e seguiva le sue indicazioni senza esitare. Vi si era scontrato molte volte, anche se mai su questioni dogmatiche. Non ne aveva le capacità e ne era ben cosciente. Gon lo attaccava sul lato pratico, sul lato politico. A Shywor, abitata da tanti cacciatori e pochi contadini, erano questi ultimi a godere del favore sacerdotale e, quindi, occupavano le posizioni di potere. Come quel grasso otre di Worm, verme di nome e di fatto. Era lui a stabilire il prezzo del grano e non si faceva scrupoli a modificarlo in base al proprio tornaconto. E poi c’erano i mercanti. Secondi in ricchezza solo ai Ministri dei Culti, emanavano le leggi civili nel regno. Pur essendo necessaria l’approvazione dei Ministri, questi ultimi intervenivano estremamente di rado in questioni che non riguardava la spiritualità e la fede dei Cremnariti.

Il passo costante che aveva mantenuto gli permise di raggiungere Stix in poco più di un giorno e mezzo. Si era fermato tre volte per riposare e mangiare e aveva trascorso la notte in una locanda lungo la via. Era da poco sceso il crepuscolo quando giunse in vista della città e riuscì a individuare i bagliori dell’oggetto che, nel frattempo, si erano notevolmente indeboliti. In effetti, se non avesse avuto una vista molto acuta, un occhio da cacciatore, non li avrebbe notati. Erano deboli come un fuoco di campo visto da diverse leghe di distanza.

Decise che avrebbe evitato di entrare a Stix. Non aveva riportato buoni ricordi dalle sue visite precedenti. Dove prima prosperava una città ricca e florida, grazie al commercio dei suoi prodotti in metallo, ora tutto era governato dal sospetto e dalla disperata ricerca di sicurezze. Anche se comprendeva che il profitto era importante, non accettava di essere derubato.

Fece un largo giro intorno alla città per raggiungere la zona di suo interesse, che si trovava sul suo lato opposto. Non c’erano strade che aggiravano Stix, così fu costretto a tagliare per i campi e ad attraversare la boscaglia al loro limitare.

Improvvisamente si rese conto di non essere solo. Continuò a correre, ma rallentò gradualmente la sua andatura, in modo da farsi raggiungere dal suo inseguitore. Se questo si fosse mantenuto alla stessa distanza allora avrebbe saputo che si trattava effettivamente di qualcuno che inseguiva proprio lui. Una persona che non cercava lui lo avrebbe raggiunto senz’altro, dato che lasciava pochissime tracce dietro di sé.

Non passò molto prima che un uomo emergesse dagli alberi alla sua destra. Gon rimase di sasso. Nessuno era mai riuscito ad avvicinarsi a lui da una direzione inaspettata. Almeno finora. Osservò l’altro mantenendo la posizione di guardia che aveva inconsciamente assunto. L’estraneo era alto quanto lui e aveva capelli lunghi e neri, tipici degli Jarii. Solo che non c’erano Jarii da questo lato della dorsale. Se avevano sconfinato allora molte persone potevano essere in pericolo. Tuttavia, Gon non riuscì a convincersi che quell’uomo fosse uno Jarii. Aveva gli occhi verdi e la pelle pallida, tratto tipico della regione in cui sorgeva Stix. Indossava abiti di cuoio, all’occhio del cacciatore sembravano robusti e di buona fattura, e nella sua mano destra luccicava un pugnale con la lama spezzata.

«Non voglio farti del male» gli disse l’uomo, mentre si avvicinava tenendo le mani bene in vista. «Sto andando nella zona in cui è caduta la stella e quando ti ho visto ho capito che anche tu stai andando lì.»

Gon era titubante. Era ovvio che qualcuno che invece di entrare a Stix la costeggiava proprio un paio di giorni dopo un evento come quello dovesse essere diretto da quella parte. Ciò che, però, non capiva era perché quell’estraneo, quel mezzo Jarii lo avesse voluto raggiungere.

«Anche se fosse?» chiese Gon, rimanendo sulla difensiva.

«Credo che sia più saggio non andarci da solo. Per questo sono  stato sollevato quando hai deciso di farti raggiungere. Non avrei voluto doverti fermare con la forza.»

Gon capiva le persone e si rendeva conto che le parole dell’altro non erano vuote vanterie. Qualcosa nei suoi movimenti gli faceva tornare in mente le movenze di una mawg, il gigantesco gatto delle pianure, nero come la notte e altrettanto fatale.

«Perché non dovrebbe essere sicuro? I fuochi, che fino a poco fa avvampavano vigorosi, sono quasi spenti.»

«Succedono cose strane, oscure in quella zona. Ieri mattina un gruppo di Stigiani, un gruppo molto nutrito, si è diretto verso la stella caduta e solo due sono tornati, insanguinati e deliranti. Farfugliavano parole incoerenti su dei demoni. Credo non sia saggio avventurarsi da quella parte senza avere qualcuno che ti guardi le spalle.»

Gon non sapeva se poteva fidarsi della parole di quell’uomo. Demoni? Non aveva mai creduto alle sciocche superstizioni, che fossero le credenze dei Cultisti o le paure del popolino.

«Comprendo la tua cautela, ma non capisco perché due uomini dovrebbero essere più al sicuro di un gruppo… com’è che hai detto… “molto nutrito”?»

«Tu non sei esattamente uno Stigiano medio, così come non lo sono io. Sei una delle poche persone che sia riuscito a tenermi a distanza per qualche tempo. E io sono Alev…»

«Il Figlio del Tremore» lo interruppe Gon. Gli si leggeva in volto un misto di stupore e di rispetto. Aveva sentito parlare di quel giovane che si diceva essere la causa della distruzione di Stix e aveva sempre ritenuto quei discorsi un sacco di idiozie. Tuttavia, ora che se lo ritrovava davanti, vedeva un giovane provato dalla vita, vecchio dentro. Negli occhi del ragazzo, verde smeraldo, leggeva anni di sofferenza che gravavano sul suo sguardo come macigni. Eppure vi si scorgeva anche forza, una forza giovane e vigorosa. Aveva ragione, Gon non era un uomo comune. Né lo era Alev. Non che questo fosse un’assicurazione contro spiacevoli sorprese, ma se avesse potuto scegliere un compagno per andare in un posto pericoloso probabilmente avrebbe scelto qualcuno come Alev.

«E sia. Conosco la tua storia o, almeno, so cosa si racconta di te. Il migliore guerriero di Stix cacciato come un cane dalla sua città perché ritenuto un essere demoniaco. Io sono Gon di Shywor.»

Alev strinse la mano che Gon gli porgeva. «Ho sentito anch’io storie su di te, Gon di Shywor. O devo chiamarti Arco di Ferro?» gli chiese sorridendo.

«Arco di Ferro. Era da molto che non sentivo quel nome. Quell’arco è sepolto da anni ormai. Credo che Gon sia più che sufficiente, Alev» gli rispose, e si voltò per riprendere il cammino, senza più correre adesso. Alev gli si affiancò e i due si diressero verso il luogo in cui, due giorni prima, era caduto qualcosa dal cielo, che fosse stata una stella, un sasso o chissà cos’altro.

Arco di ferro – Capitolo 1

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Dicono che nelle profondità della terra siano all’opera forze colossali che rimescolano continuamente fiumi incandescenti che scorrono senza fermarsi mai. A volte, raccontano, queste forze trovano la via per sfuggire in superficie e in quelle occasioni il mondo degli uomini viene scosso e sconquassato da terremoti. Sinistri presagi solgono accompagnare quegli eventi e quando il ventre della terra rigurgita il proprio sangue rovente i corvi banchettano con molta più abbondanza del solito.

Alev Kizgin era nato durante uno di questi eventi.

La notte in cui vide la luce era rischiarata dai bagliori rossastri causati dalle esplosioni del monte Korr. Nubi roventi scolpivano i fianchi della montagna, sradicando ogni più minuscolo arbusto dalla sua sede e consumando finanche la cenere nella furia della sua fame insaziabile. L’intera Dorsale era stata percorsa da brividi irrefrenabili quella notte, al punto che la gente delle tribù Jarii la ricordava ancora oggi, a vent’anni di distanza, come Notte del Tremore o, più semplicemente, il Tremore. Gli Jarii erano nomadi che percorrevano i sentieri polverosi nell’emisfero a Sud della Dorsale, e se il Tremore era entrato a far parte delle loro canzoni e tradizioni, tanto più esso aveva segnato e sfregiato le poche comunità stanziatesi ai piedi della Dorsale stessa.

Alev, dicevamo, era nato nella Notte del Tremore. La sua famiglia viveva a Stix, città di fabbri e armaioli immediatamente a Nord della Dorsale. Il carattere particolare degli abitanti di Stix li aveva resi adusi al fuoco in tutte le sue manifestazioni, ma nulla avrebbe potuto prepararli al Tremore. Le fiamme devastarono le botteghe e le taverne con una ferocia degna di un branco di draghi infuriati. E, invero, ci fu chi parlò dell’alito dei draghi, perché un forte vento iniziò a spirare verso occidente, trascinando con sé così tanta fuliggine da annerire il fuoco stesso. Uno di testimoni di tale fenomeno fu il padre di Alev, che decise di trarre da quella manifestazione di furia naturale il nome del figlio. Alev Kizgin, appunto, Fiamma Nera. Intorno ai focolari la gente continua ancora a sussurrare che strani riti ebbero luogo durante l’imposizione del nome a quel neonato e che il bambino avesse osservato tutto in un innaturale silenzio.

 

Alev non ricordava di aver mai vissuto senza un’arma al suo fianco. Che fosse un pugnale, una spada, un arco o un semplice bastone da guerra, aveva sempre avuto a disposizione un modo per difendersi o, all’occorrenza, per spegnere una vita. Si sentiva nudo senza una lama e, sfortunatamente, quel giorno il suo pugnale si era spezzato nel più inopportuno dei modi. Stava disossando un cork e la lama si era incastrata in un osso. Provando a estrarre l’arma, questa aveva emesso un sonoro clang e si era spezzata a metà. Alev aveva maledetto tutti quelli che conosceva, mortali o immortali, ma alla fine aveva dovuto accettare l’amara verità: da quando lui era nato non esistevano più armi degne di quel nome. I migliori armaioli erano concentrati a Stix. Non esisteva lama migliore al mondo di quelle forgiate in quella città, la città di Alev. Il suo stesso padre era un armaiolo di fama incontrastata. Ma il Tremore aveva spazzato via quasi l’intera città. E non erano pochi quelli che imputavano proprio alla sua nascita la sventura che si era abbattuta sulla loro città.

Quando era morto suo padre, Alev scoprì quanto la gente potesse credere alle ipotesi più assurde pur di dare un senso a qualcosa di apparentemente inspiegabile. Un solo giorno dopo la cerimonia funebre iniziò a notare che le persone che conosceva da una vita mormoravano tra di loro quando lui passava. Altri, invece, smettevano di fare qualsiasi cosa stessero facendo per fissarlo. Nei loro occhi il ragazzo leggeva un timore che non riusciva a spiegarsi. Lo trattavano con cautela, come se fosse pericoloso. Ma la cosa che lo feriva più di tutte le altre era il disgusto che percepiva in quelli che ancora gli rivolgevano la parola. Sempre più spesso lo coglieva a sussurrare le parole Figlio del Tremore. Capì che il tempo che gli era stato concesso a Stix stava per volgere al termine nel giorno in cui fu affrontato da un gruppetto di suoi coetanei che, senza alcuna provocazione, iniziarono a insultarlo e a malmenarlo. Alev era stato addestrato da suo padre nella forgia, o in quello che ne rimaneva, e, quindi, la sua muscolatura era molto sviluppata. Riuscì a difendersi a stento ma, nel farlo, spezzò il braccio di Cavled al gomito. Nella furia che era sorta in lui perché non capiva il motivo dell’aggressione, aveva storto il braccio del suo ex amico con così tanta forza da rompere l’articolazione che, esplodendo, aveva perforato la pelle. Quando vide gli sguardi inorriditi degli altri si rese conto che se non fosse scomparso da Stix lo avrebbero rinchiuso o, peggio, giustiziato. Ormai aveva capito che non poteva aspettarsi alcuna comprensione e che fino a quel momento solo l’influenza di suo padre lo aveva tenuto al sicuro.

Per tutti lui era il Figlio del Tremore.

Arco di ferro – Prologo

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Tutto iniziò con la comparsa nel cielo di una stella infuocata.

Gon rimase immobile quando la vide. Mentre i suoi compagni nascondevano il volto tra le mani, il cacciatore rimase a fissare lo strano oggetto nel cielo.

Gon Senza Paura lo chiamavano, e non senza motivo. Gli altri dieci uomini con lui erano cacciatori coraggiosi, ma erano anche superstiziosi, il che giocava a loro svantaggio quando incontravano qualcosa di inconsueto.

Continuando a osservare l’oggetto, Gon si rese conto che il fuoco che lo avvolgeva si stava estinguendo e che sulla sua superficie c’erano macchie più chiare che lo facevano apparire come un gruppo di stelle, più che come una sola. Sembrava quasi che fosse una roccia cava illuminata all’interno. Fu, comunque, una visione molto breve, dato che ebbe solo il tempo di dare uno sguardo con il suo varq per osservarlo meglio e già l’oggetto era scomparso dietro le montagne. In quei pochi istanti a Gon sembrò di intravedere delle ombre muoversi dentro l’oggetto.

Quando i suoi compagni alzarono gli occhi il cacciatore stava cercando di capire cosa avesse appena visto, ma dopo un po’ si arrese. Tutte le sue supposizioni erano troppo fantastiche perché lui potesse accettarle e quello non era il momento per perdere altro tempo. Dovevano riportare la cacciagione a casa. Le scorte erano quasi terminate e la stagione fredda era alle porte.

Appena gli altri si furono ripresi dallo spavento il gruppo riprese il cammino. Pur tentando di non darlo a vedere, molti erano ancora scossi per quanto avevano visto. Nelle loro menti stavano riaffiorando le leggende che parlavano della caduta degli dei che i padri dei loro padri raccontavano quando essi erano ancora bambini.

 

Turbati  da questi pensieri arrivarono a Shywor, il loro villaggio, e si resero conto che anche lì era stato visto il prodigio. Ovunque passassero sentivano la gente mormorare degli dei.

«Sono tornati,» diceva Nidal, uno dei più anziani del villaggio, «vi dico che gli dei sono tornati. Anche quando arrivarono la prima volta si vide cadere una stella.»

Il cacciatore non badò al vecchio perché si stava avvicinando Tranor, il sacerdote, che non avrebbe visto di buon occhio il suo comportamento nei boschi. Al momento aveva altro a cui pensare e uno scontro sarebbe stato solo uno spreco di tempo. In altre occasioni se la sarebbe goduta, ma il portento a cui tutti avevano assistito aveva creato una tensione palpabile nel villaggio e quindi decise di non raccontare ciò che aveva notato. Gli altri avrebbero raccontato quello che avevano visto, almeno quel poco che potevano aver visto.

Il sacerdote era l’uomo più potente del villaggio, fintanto che sarebbe riuscito a tenere nel timore e nella superstizione gli altri. Soltanto Gon e pochi altri uomini dalla mente più aperta non provavano soggezione davanti a lui. Tranor questo lo sapeva bene e lo temeva.

Secondo lui, il cacciatore avrebbe potuto rappresentare un pericolo per il suo potere se non fosse riuscito a tenerlo sotto controllo. L’astuto sacerdote aveva giocato bene le sue carte e finché fosse rimasto il tutore del figlio di Gon, cioè per altri due anni, poteva restare tranquillo.

Avrebbe affrontato e risolto il problema al momento opportuno.

 

Gon tornò a casa sua e, dopo averlo scuoiato, mise uno dei conigli che aveva catturato ad arrostire sul fuoco.

Mentre mangiava si accorse che si era fatto buio e, dopo aver finito, andò a dormire, stanco e sfinito dalla lunga battuta di caccia. Tuttavia, non riuscì a prendere sonno per buona parte della notte, in preda a cupi pensieri legati alla stella caduta.

 

La notte era scesa da poco quando arrivarono gli emissari da Rankor, avvolti dalle loro tuniche scarlatte orlate d’oro.

Tranor li accolse con grandi manifestazioni di sottomissione, giacché a Rankor governavano i Dieci Saggi, capi supremi del Regno di Cremnar, e i colori degli emissari li identificavano come appartenenti a Melekat, Primo del Culto dei Culti.

«Che cosa vi porta a noi, Signori, a quest’ora della notte e con questo freddo?»

«Tranor, Quindicesimo nel Culto del Cielo, sei convocato a Rankor. Hai tre giorni a partire da ora.»

E mentre l’eco delle sue parole ancora non si era spenta se ne andarono come erano arrivati, in silenzio e in perfetto ordine, senza attendere una risposta e senza aggiungere nulla.

Tranor tornò al Tempio del Cielo e passò tutta la notte a chiedersi perché fosse stato convocato, anche se era sicuro che questa convocazione così improvvisa fosse legata alla caduta della stella.

Per tutta la notte la terra tremò e strani bagliori si vedevano all’orizzonte.

Solo Gon, ancora sveglio nel suo letto, sapeva che quelle luci provenivano esattamente dalla direzione in cui era caduto l’oggetto del cielo.

Decise che sarebbe andato a scoprire cosa era caduto dal cielo.

Sangue misto

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«Non vedo l’ora di tornare a casa», disse Roll, un attimo prima che un proiettile di energia gli facesse esplodere la testa, spalmandola sul muro di fianco a lui.

«Correte!» urlò qualcuno. Il gruppo si disperse in tutte le direzioni. Il rumore delle scariche tagliava l’aria alla stessa velocità degli impulsi.

«Laser a impulsi? Dove hanno trovato armi del genere?!» gridò uno dei soldati Gaantu. Nessuno rispose. Erano tutti troppo impegnati a correre per salvarsi la pelle. Loro erano armati solo di spade e asce, perché a loro toccava il lavoro sporco. Le armi più avanzate, infatti, erano riservate ai battaglioni superiori, deputati alla difesa dei membri del Parlamento gaantiano e dalle capitale della Repubblica.

Qualcuno entrò nei ruderi ai lati della strada, solo per finire infilzato sui più tradizionali pali appuntiti usati come lance. Altri continuavano a correre in strada, dove venivano falciati da micidiali raffiche. Solo i pochi che decisero di scendere nelle cripte riuscirono a sfuggire alla furia degli Horlach sopravvissuti all’attacco.

Il gruppo era partito settimane prima dalla città di Gaan per porre fine all’esistenza della razza Horlach. L’operazione era andata come previsto. Tutto era stato pianificato fin nei minimi particolari dagli strateghi Gaantu. Sarebbe stato l’ultima battaglia, la fine della Lunga Guerra. Da oltre cento cicli i Gaantu attaccavano i loro nemici senza pietà. Sebbene nessuno ricordasse più che cosa avesse acceso il conflitto, il loro impegno era più che mai teso alla completa eliminazione della razza Horlach. Provincia dopo provincia, città dopo città. Casa dopo casa, quando necessario. Ormai tutti gli Horlach sopravvissuti si erano rifugiati nella loro capitale, Horl, la loro ultima roccaforte o, per dirla col generale Wangold, comandante di tutte le forze Gaantu, “la loro tomba”.

L’attacco a Horl era iniziato come tutti gli altri. Le armate Gaantu si erano avvicinate alla città col favore della notte. Poco prima dell’alba erano iniziati i bombardamenti che si erano protratti per ore e l’assalto generale fu lanciato quando ormai solo pochissimi edifici erano in piedi.

Quello con cui lo stato maggiore dei Gaantu non aveva fatto i conti era che gli Horlach avevano preparato le difese per quell’attacco da decenni.

Le infinite vittime della ferocia Gaantu avevano insegnato ai capi tra gli Horlach che nessuna diplomazia, nessuna trattativa aveva ragione di esistere. Ogni gruppo di edifici era stato dotato di un rifugio sotterraneo capace di resistere ai bombardamenti più feroci. Provviste e armi erano state ammassate in vista dell’attacco finale. Non le solite armi bianche, però. Gli Horlach erano riusciti a impossessarsi di alcuni carichi di armi Gaantu, fucili, pistole, mitragliatrici e cannoni

Il piano era molto efficace nella sua crudeltà. I loro scienziati avevano iniziato a studiare un’arma che avrebbe potuto capovolgere le sorti della guerra. Tuttavia, la complessità della realizzazione andava oltre le loro capacità quando iniziarono. Avevano bisogno di molto tempo e i capi della razza Horlach compresero che se gli scienziati non avessero potuto lavorare nell’assoluto segreto i Gaantu avrebbero fatto qualsiasi cosa per fermarli. Dato che tempi critici richiedevano decisioni critiche, tutti gli Horlach che avevano lavorato alla costruzione dei lavoratori dedicati allo sviluppo dell’arma furono eliminati. Esisteva un modo molto semplice per ottenere questo scopo: li mandarono in prima linea, sotto il fuoco nemico. Migliaia e migliaia di Horlach furono sacrificati in inutili difese di obbiettivi indifendibili, tutto per far guadagnare tempo agli scienziati.

Tutto fu pronto pochi giorni prima dell’attacco a Horl.

***

«I Gaantu sono alle porte, Wir. Dobbiamo iniziare l’evacuazione della città. Tutti devono scendere nei bunker. Che ciascuno porti solo ciò che riesce a trasportare a mano.»

L’Horlach chiamato Wir inviò il messaggio agli altri capisquadra e distrusse l’attrezzatura con cui aveva lavorato fino a pochi giorni prima. Doveva assicurarsi che per nessun motivo le loro ricerche e i progetti finissero in mano ai nemici, nel caso in cui la macchina non avesse funzionato.

Oggi finirà tutto, in un modo o nell’altro, pensò Cnarl. Lo stesso fatalismo aveva accompagnato tutte le fasi della costruzione dell’arma Horlach. Se avesse funzionato avrebbero vinto la guerra, in caso contrario sarebbero stati sterminati fino all’ultimo. In entrambi i casi la guerra sarebbe finita quel giorno.

Wir e Cnarl raggiunsero gli altri tre scienziati con cui avevano collaborato per creare la loro arma. Ognuno di essi inserì la propria chiave nell’apposito slot e allo scadere di un conto alla rovescia centralizzato le girarono.

Il silenzio che si diffuse dalla macchina li terrorizzò completamente.

«Ce l’avete fatta! Ce l’avete fatta! Abbiamo vinto!» urlò qualcuno dal comunicatore di Wir.

Avevano vinto! La guerra eterna era finita. E loro, non i Gaantu, sarebbero stati padroni nel pianeta.

Loro, i padroni del tempo.

***

Da quando gli Horlach avevano vinto la guerra, Wir e Cnarl erano diventati cacciatori. Percorrevano i territori che i Gaantu avevano occupato per anni uccidendo qualsiasi Gaantu riuscissero a scovare.

Il loro compito era assolutamente privo di rischi, perché i cinque scienziati erano riusciti a fermare il tempo.

Soltanto gli Horlach erano immuni, soltanto loro potevano muoversi, soltanto per loro il tempo continuava a scorrere. L’arma che avevano costruito fermava ogni altra cosa. I Gaantu, gli animali, l’acqua, il vento, la luce… ogni cosa.

Il mondo era piombato nel buio più assoluto perché la luce non poteva più muoversi. I cacciatori Horlach indossavano degli elmetti illuminanti per vedere nell’oscurità. Il fatto che il tempo continuasse a scorrere per tutto ciò che veniva in contatto con un Horlach dipendeva dall’idea di usare il loro DNA come parametro su cui impostare la loro arma. Se toccavano l’acqua essa tornava a scorrere, anche se solo intorno alle loro mani. La luce scorreva a contatto coi loro corpi, riflettendosi normalmente, ma a pochi centimetri dai loro corpi si fermava di nuovo.

Le riserve di cibo che avevano accumulato li avrebbero tenuti in vita fino a quando anche l’ultimo Gaantu sarebbe stato ucciso. Poi avrebbero spento la macchina e il tempo avrebbe ricominciato a scorrere.

***

Tre anni dopo la fine della guerra gli scienziati si erano resi conto che non sarebbero sopravvissuti per un altro anno. Avevano calcolato che avrebbero finito lo sterminio dei loro nemici entro due anni e il governo Horlach aveva fatto accumulare provviste per sopravvivere per quel lasso di tempo. Tuttavia, il cibo aveva iniziato a scarseggiare molto prima dei Gaantu. Erano semplicemente troppi. O gli Horlach sopravvissuti erano troppo pochi. Alla fine, comunque fosse, gli Horlach erano di nuovo destinati a scomparire.

L’assenza di luce e di impollinatori avevano causato l’estinzione della vita vegetale. Gli animali che vivevano in stasi, costituivano una fonte di nutrimento, ma senza lo scorrere del tempo non poteva esistere il fuoco e senza fuoco dovevano nutrirsi di carne cruda. E non tutti i cacciatori si limitavano agli animali.

***

Cnarl era morto da qualche settimana. A Wir mancava il suo amico, ma non poteva fermarsi adesso. Presi dalla disperazione avevano spento l’arma. Morire in guerra era molto meglio che morire di fame lentamente. Piuttosto che finire i loro giorni nell’inedia avevano deciso di rimettere in moto il tempo. La luce, le piante, gli animali, i Gaantu… tutto sarebbe tornato in vita. E con quell’arma a disposizione avrebbero potuto costringere i Gaantu alla pace.

Tuttavia, non aveva funzionato. Pur spegnendo l’arma il tempo non aveva ripreso a scorrere.

Wir non dormiva da giorni, non mangiava da giorni e l’unica cosa che aveva in abbondanza, l’acqua, gli causava la nausea. Aveva scoperto cosa avrebbe potuto porre fine alle sofferenze della sua razza e, con essa, del mondo intero. Sulle montagne a nord di Horl viveva una razza di individui dal sangue misto, metà Horlach e metà Gaantu. L’arma non funzionava su di loro, a causa del loro DNA misto. Wir scoprì che l’unica cosa che non poteva eliminare dalla macchina era il DNA Horlach. Qualsiasi cosa avesse provato, lo aveva riportato immancabilmente al DNA usato per regolare l’arma. Gli serviva il sangue misto dei montanari per alterare la macchina e per impedire alla sua razza di essere sterminata dalla fame. Un bambino, aveva bisogno di un bambino dal sangue misto. Il suo sangue sarebbe stato la chiave per porre fine a tutte le sofferenze.

Raggiunse il villaggio di montagna sul fare dell’alba e si diresse direttamente alla sala del Consiglio. Non avrebbe sequestrato il bambino. Non avrebbe fatto del male a nessuno. Aveva ucciso così tanti Gaantu inermi da provare ribrezzo per se stesso. I Gaantu erano vivi. Continuavano a vivere e non invecchiavano. Il tempo, semplicemente, per loro non scorreva. Wir aveva capito presto che togliere la vita alle sue vittime scavava un barato nella sua anima. Non avrebbe fatto del male a nessuno, men che mai a un bambino.

***

«… ed è per questo motivo che mi serve il vostro DNA. Il mondo sta morendo, e noi ci stiamo trascinando nella nostra decadenza. Voglio porre fine a tutto questo. Anche voi non potete vivere per sempre in un mondo in stasi.»

Il capo del villaggio di montanari era d’accordo con Wir. Non avrebbero potuto sopravvivere in quel mondo privo di tempo, privo di vita. La sua gente poteva muoversi, questo era vero, ma stavano morendo uno dopo l’altro.

«Amico mio, non sai per quanto tempo ho atteso questo raggio di speranza. Negli ultimi mesi ho visto morire metà del mio villaggio. I primi a morire sono stati i nostri figli, e soltanto uno di essi, mio figlio, è ancora in vita. E non per molto, temo. Seguimi, perché non abbiamo molto tempo.»

***

Il figlio del capo morì pochi minuti dopo il prelievo di Wir. Se lo scienziato avesse tardato anche solo di mezz’ora, se avesse fatto una svolta sbagliata o scelto un percorso di poco più lungo, tutti gli Horlach e i montanari sarebbero stati condannati per sempre a quella non esistenza travestita da vita.

***

Quando Wir ritornò a Horl si diresse immediatamente al laboratorio. Doveva porre fine alla tremenda sciagura che avevano scatenato sul loro mondo.

Gli occorsero due giorni per riscrivere il programma dell’arma. Quando erano ancora in cinque avrebbero impiegato poche ore.

Tutto era pronto ormai. Wir era pronto. Avrebbe posto fine a tutta la sofferenza che avevano causato.

L’ultima cosa che rimaneva da fare era spingere il pulsante. Wir si concesse qualche breve attimo per calmare il battito del suo cuore. Un suo dito avrebbe finalmente posto fine alla sofferenza di decine di milioni di esseri viventi.

Il potere di un dio in un polpastrello.

Wir premette il pulsante e si diresse verso la sua camera. L’arma ci avrebbe messo cinque minuti per attivarsi e lui non voleva restare in quel laboratorio più a lungo.

Raggiunse la sua camera e si sedette alla sua scrivania.

Due minuti ancora. Wir si passò una mano nei capelli, ravvivandoli.

I secondi non scorrevano abbastanza in fretta per lo scienziato Horlach. Era impaziente.

Un solo minuto, ormai.

L’arma entrò in funzione mentre Wir stava abbassando il braccio per poggiarlo sulla scrivania.

L’effetto dell’arma lo colse a metà del gesto, bloccando, assieme al braccio, anche il sorriso che si era formato sulle sue labbra.

Reietti d’un futuro passato

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Sono X e vivo dentro un cubo.

I grandi progressi della medicina e della tecnologia nel ventiquattresimo secolo hanno portato alla nascita della mia specie, i prescienti. Alcuni avevano compreso che l’imprevedibilità degli eventi sarebbe sempre stata un pericolo per i loro affari e così avevano investito somme enormi di denaro in progetti di ricerca per imbrigliare le probabilità e, in definitiva, il futuro. Decenni di insuccessi furono seguiti da alcuni timidi successi che condussero, infine, alla nascita del primo dei prescienti. Erano in pochi e non potevano riprodursi. Li avevano creati sterili per controllarli, ma questo comportava anche che il loro numero fosse esiguo.

Essere presciente vuol dire, letteralmente, leggere il futuro, prevedere gli eventi e influenzarli.

Siamo in pochi e, per questo, sono anche in pochi quelli che possono permettersi i nostri servigi. Beh, quelli dei miei fratelli normali, almeno. Infatti, non tutto filò liscio per i signori delle probabilità.

In mezzo a questi pochi prescienti, ancora di meno sono quelli come me, i Listing. E nessuno può usare un Listing. Eravamo in dieci. Potenti. Onnipotenti, direbbe qualcuno.

Ora siamo in tre soltanto.

Qualcosa in noi è terribilmente, meravigliosamente sbagliata. Siamo nati prescienti come gli altri. Ma la nostra capacità di prevedere gli eventi si evolve in modo diverso e a diverse età. É come se un qualche gene latente si attivasse all’improvviso.

Una cosa ci accomuna e, al contempo, ci differenzia dagli altri: possiamo vedere solo eventi che riguardano noi stessi e solo immediatamente prima che accadano.

Tali caratteristiche non potevano essere sfruttate con profitto. Noi non potevamo essere schiavizzati e, cosa per alcuni versi peggiore, eravamo perfettamente in grado di riprodurci. Quindi diventammo pericolosi e reietti.

Ci cercarono e ci trovarono, uno per volta.

Alcuni di noi Listing avevano messo a frutto la propria anomalia per ritagliarsi uno spazio nel mondo. Ma eravamo temuti, perché per loro rappresentavamo l’incarnazione dell’imprevedibilità. Non puoi controllare chi può prevedere e, quindi, determinare il proprio futuro.

Mi accorsi di essere un Listing a dieci anni. Diedi la mano a mio fratello e vidi nella mia mente che sarei caduto dalle scale dopo averlo salutato. Le cose andarono esattamente così. Per essere più preciso dovrei dire che “ricordai” di essere caduto dopo aver dato la mano a mio fratello, perché la sensazione che si prova è quella di vedere un ricordo prendere vita davanti ai propri occhi.

Vivo in un cubo da tre anni ormai.

Potrebbe sembrare terribile per un normale essere umano vivere in uno spazio di tre metri per tre metri per tre metri, senza finestre, con una luce fioca come unica compagnia, due pasti al giorno e senza vedere un altro essere umano. Sì, non vedo un volto umano da tre anni, che sia di altri o il mio (non ci sono specchi nel mio cubo).

Come dicevo, essere un Listing permettere di predire, entro certi limiti, il proprio futuro. In due di noi questa capacità si manifestava mediante la vista. A loro bastava guardare qualcuno per ritrovarsi immediatamente immersi in “ricordi” di avvenimenti che sarebbero accaduti da lì a poco. Erano destinati a impazzire. Dopo un po’ non riuscivano più a distinguere la realtà dai “ricordi” e il loro cervello andò in pappa. Non fu una bella morte la loro. Quando li trovarono erano ancora vivi, ma meno reattivi di un albero. Non si riuscì nemmeno a nutrirli e morirono di fame entro pochi giorni, tra gli spasmi mentali di ricordi fasulli. (Se vi state chiedendo perché non li avessero nutriti per via endovenosa vi basti ricordare quanto poco la morale abbia senso nella nostra epoca.)

Tre di noi, invece, riuscivano a esercitare la loro dote in modo controllato. Non ho mai saputo i loro nomi, quindi ho sempre pensato a loro come Terza, Quarta e Quinto. Non sono esattamente creativo coi nomi, come avrete capito. Terza, la più carismatica dei tre, convinse gli altri due a unirsi a lei per fondare il loro impero economico. Per qualche tempo riuscirono a dominare i mercati finanziari, ma nemmeno loro potevano prevedere un suppostone di un chilotone sganciato dalla troposfera. “Ma non ci sono state vittime collaterali?”, chiederete. Beh, per cancellare i tre Listing andava bene tutto, anche più del milione di newyorchesi trasformati in esili sbuffi di fumo (si veda sopra, per quanto concerne la morale).

Il sesto Listing a essere scovato aveva una dote strana anche per noi. Riusciva a vedere interi giorni di “ricordi” solamente ascoltando una voce. Resistette per tre anni prima di impiccarsi sotto un ponte a Londra, dove fu trovato dai nostri nemici. Con grande sollievo per loro. Sesto, altro nome di fantasia, poteva essere il più potente di noi se non avesse avuto lo svantaggio di cadere in catalessi durante i suoi “ricordi” per poi svegliarsi quasi privo di energia.

Settimo, invece, era il più furbo di tutti noi. Si trasferì su uno sperduto arcipelago nel Pacifico dove visse per anni senza alcun problema. I pochi altri abitanti delle isole evitavano quello strambo individuo che parlava da solo. Alcuni gli attribuivano poteri sovrannaturali, non sospettando nemmeno quanto fossero vicini alla realtà. Scoprirono Settimo per caso, quando un pezzo grosso della loro organizzazione fece scalo proprio in quell’arcipelago e sentì parlare dello straniero che vedeva il futuro. Il resto fu un gioco da ragazzi. Le isole tornarono a essere insignificanti per il resto del mondo, come sempre erano state e sempre sarebbero rimaste.

Rimaniamo in tre. Io vivo in un cubo, Ottavia (lo so…) in una piramide e il Nonno (sì, lo so… non dite nulla) in una sfera.

Ottavia non fu catturata. Si consegnò spontaneamente. Era una fervente persecutrice di Listing (aveva catturato lei Sesto e Settimo), feroce e implacabile. Li odiava al punto da averne fatto la sua ossessione. Proprio per questo motivo scoprire di essere diventata la sua stessa nemesi l’avrebbe dovuta distruggere. Ma non fu così. L’odio per se stessa era forte, forse ancora più che per gli altri Listing. Detestava la propria condizione al punto da volersi punire per essere diventata ciò che aveva giurato di distruggere. Decise di punire la sua debolezza e si fece rinchiudere nelle condizioni peggiori possibili. Da allora saranno passati più o meno dieci anni. Dieci lunghi anni in una piramide, isolata. Anni trascorsi da sola con se stessa. In pessima compagnia, direi, dato che Ottavia è sempre stata una vera stronza.

Il Nonno è proprio come il suo nome fa intendere: vecchio. Scoprì la sua maledizione a settant’anni suonati e non riuscì a capacitarsene. Aveva lavorato tutta una vita come presciente e ora, in veneranda età, era stato destinato alla parte dei condannati. Quando il Nonno si rese conto di quello che era diventato, chiese aiuto al suo datore di lavoro, ovvero il direttore della struttura di cui sono ospite. Sì, perché lui era un presciente giuridico, utilizzato durante gli interrogatori e i processi. Aveva accettato di buon grado la situazione, anche perché, diceva, prima o poi la vita deve finire.

E, infine, ci sono io, Groonthar (lo so, vi aspettavate “Decimo”, ma il mio nome lo conosco…). Sono atipico per essere un Listing. I miei “ricordi” si manifestano col tocco, ma non funzionano sempre, anzi. Dopo la volta in cui mio fratello portò alla luce le mie capacità, mi è successo solo in altre tre occasioni. La mia prescienza, infatti, funziona solo nel momento in cui tocco persone con eterocromia. Abbastanza inutile, in effetti, data la rarità di individui che presentano tale mutazione. Tuttavia, la terza volta mi successe, purtroppo, in presenza di un presciente normale, il quale pensò bene di aizzarmi contro una squadra di anti-Listing. Che sia maledetto in eterno e che le fiamme di dodici inferni lo brucino fino alla fine dei tempi!

Non solo il mio talento non vale niente, ma mi ha anche fatto guadagnare un biglietto di sola andata per questo cubicolo della malora. Tutto qui dentro è studiato per farmi dimenticare chi o cosa sono. Qua dentro non sono un Listing, non sono un presciente, non sono un essere umano. Non sono niente. Qua dentro sono X, e dato che “qua dentro” è il mio intero mondo da tre anni, io sono X e sono tutto. Per me stesso rappresento l’intera umanità. Qua dentro sono ogni cosa. Sono l’universo, sono il nulla, sono un dio.

Sono X, e vivo dentro un cubo.

Non so perché mi abbiano rifilato un cubo, ma non me ne posso lamentare. Se vivessi in una piramide, come Ottavia, probabilmente sarei già impazzito. Non c’è spazio per stare in piedi se non al centro esatto della stanza. Probabilmente è questo che fa lei. Passa le sue giornate cercando di stare in piedi in mezzo alla sua cella piramidale. Oppure no. Non ne ho idea, perché vivo in un cubo da tre anni. Se, invece, mi avessero assegnato una cella sferica, come Nonno, probabilmente sarei rimasto sdraiato per ore e ore e ore. Però non so cosa faccia Nonno, in effetti. Magari con lui sono stati benevoli in questi anni, visto che si è consegnato a loro dopo decenni di onorata carriera. Dove Ottavia raffigura la pazzia (e lo sarà probabilmente anche di più ora), Nonno rappresenta la gentilezza. Non aveva mai fatto male a nessuno, da quanto sapevo, a meno di non voler considerare tutti quelli che aveva contribuito a far giustiziare. Sì, il progresso e l’evoluzione ci hanno riportato alla pena di morte (per il concetto di morale…).

Sono X, e vivo dentro un cubo.

Poi, c’è l’ultimo “ricordo”. É, assieme, la cosa più spaventosa e più meravigliosa che mi sia mai capitata, nonché la ragione per cui annoto queste parole. Oggi, come tutti i giorni da tre anni, ho toccato la mano della persona che mi ha portato il pranzo. Non che lo volessi, ma prendendo il piatto dalle sue mani il tocco era inevitabile. Appena la mia pelle ha sfiorato la sua ho “ricordato” che entro la fine della giornata sarei stato giustiziato assieme a Ottavia e Nonno.
Alla fine nemmeno il vecchio babbione e la pazza scatenata sarebbero sopravvissuti.

Sono Groonthar, e oggi uscirò dal cubo.

Catalogna, 1 Ottobre. Ovvero: Facciamo che per una volta non sapete, tutti, tutto di tutto?

Hic Rhodus

Come era da aspettarsi, i fatti di Barcellona connessi con il Referendum convocato dagli indipendentisti catalani hanno dato la stura a fantastilioni di terabyte di commenti da parte delle legioni di informati da tastiera.

Una orgia di argomentazioni e giudizi che mi ha portato ad autosospendermi da Facebook per almeno una mesata al fine di riprendermi dall’attacco di Sindrome di Stendhal causatomi da tanta, così vasta, variegata e diffusa competenza in materia e, parallelamente, dalla constatazione di quanto io sia ignorante.

Sia chiaro: non mi riferisco al comportamento della Policia Nacional e della Guardia Civil, sul quale si sono già espressi molto meglio di quanto potrei mai fare io sia Guy Verhofstadt (QUI) sia l’Alto Commissario delle NU per i diritti umani, né alle scelte del Primo ministro Rajoy che, quali che ne siano state le ragioni, hanno di fatto regalato visibilità, sostegno, popolarità in una parola: vittoria…

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