Là, more! Una cosa meravigliosa.

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A volte la fortuna mi sorride.
Riesco a vedere i tuoi occhi brillanti,
sembrano i fari della Uno Turbo.
Appena calmo il mio cuore impazzito
come una lavatrice sgarrupata,
sei già passata, un punto in lontananza,
impennando con stile al tuo passaggio
ed alzando, solenne, un dito medio.

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Cari nipoti,

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Cari nipoti,

negli ultimi giorni ho riflettuto molto sul mondo in cui state crescendo.

Quando io ero poco più grande di voi, nel 1989, cadde il muro di Berlino. Ho pianto per la caduta del Muro, lacrime di gioia, lacrime da ragazzino, certo, ma di gioia. Sapevo bene cosa significasse quell’evento. Vidi nel TG i berlinesi abbracciarsi in lacrime e festeggiare, notai con quanto odio i martelli si abbattevano su quella barriera di cemento armato. Sentivo nel mio cuore di ragazzino che stavo assistendo alla storia in diretta.

L’anno dopo ci fu la prima Guerra del Golfo. Ormai frequentavo il Liceo, ogni mattina, prima di andare a scuola, controllavo l’andamento della guerra su canale 5. La “prima guerra in diretta televisiva”, così l’hanno chiamata. Di nuovo la sensazione di assistere a qualcosa di epocale.

Quello dopo ancora scoppiarono le guerre jugoslave (che si sarebbero protratte per dieci anni) e sempre nel 1991 iniziò la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’anno successivo, il 1992, scoppiò Tangentopoli.

Tutte queste cose sono successe tra il mio 12° e 15° compleanno.

Queste sono solo alcune delle cose che sono successe durante i miei primi anni di vita. Cose grandi, ma lontane da quella Calabria in cui mi ero trasferito da poco. Eventi che accadevano in un mondo per molti versi molto più primitivo di oggi, molto più diviso.

Oggi penso a voi e al mondo in cui state vivendo.

Siete nati in un’Italia diversa da quella in cui sono arrivato io già decenne. Molte cose sono diverse. La società è diversa, i mezzi sono diversi, le possibilità sono diverse. All’epoca la tecnologia era meno presente nelle nostre vite e uscivamo di più. Ma i tempi cambiano, e con essi dovete cambiare anche voi. Oggi non potete più essere i ragazzini di 30 anni fa, in nessun modo. Siete nati in un mondo connesso e tecnologico, un mondo che facilita molte cose e richiede competenze nuove, che io ho faticato a imparare ma che a voi vengono naturali.

Io vi dico di svilupparle queste capacità. Usatele, fatele diventare parte integrante della vostra vita e del vostro essere. Oggi non si può vivere senza saper usare i dispositivi elettronici, e chiunque vi dica il contrario ha solo paura dei cambiamenti e si trincera dietro visioni miopi e artritiche della società.
Non ascoltate chi vi dice che un tempo si stava meglio perché era tutto più semplice. Non è vero. All’epoca le cose erano esattamente difficili come oggi, solo che le esigenze e le necessità erano più semplici. Un tempo, per organizzare una partita di calcetto si doveva fare il giro di tutti gli amici o, al massimo, si poteva telefonare sperando di trovare l’amico a casa (niente cellulari). Oggi fate la stessa cosa con un messaggio su Whatsapp, in tre secondi. E secondo alcune persone sarebbe stato meglio un tempo? Sono solo degli sciocchi.

La tecnologia è un grandissimo vantaggio che avete su di noi. Usatela. E usatela anche per studiare, per integrare quello che imparate a scuola, perché anche se avete degli insegnanti capaci e volenterosi, i programmi scolastici sono peggiorati negli anni. Sono scarni, poco interessanti. Anni di riforme scolastiche hanno trasformato la scuola in un grande pasticcio.
Non abbiate paura di studiare anche per conto vostro.

Aprite la mente, siate curiosi.

E quando viaggiate, che siano le gite da un giorno, quelle più lunghe o le vacanze coi vostri genitori, non vi limitate, non vi chiudete.

Parlate con tutti, fate domande a tutti, su qualsiasi cosa. Una mente che desidera conoscere è una mente sveglia e vigile. Se parlate con le persone e se fate domande non potrete mai restare ignoranti, non potrete diventare razzisti, non resterete mai indietro. La chiave per essere delle brave persone è questa.
Imparate il rispetto per gli altri, imparate a farvi rispettare. Chiedete e rispondete con educazione, e ringraziate. Chiedete scusa quando dovete, ma state attenti, non dovete scusarvi sempre, perché il fatto che siete giovani non vuol dire che avete torto per forza. È vero, l’esperienza ha il suo peso, ma solo quando è un’esperienza che ha basi solide e veritiere. I grandi, gli adulti, non hanno ragione perché sono adulti, ma quando vi spiegano, quando dimostrano quello che sostengono, quando vi impediscono di fare errori e vi fanno capire perché. Essere un adulto non ti mette a riparo dagli errori (anzi, spesso gli errori peggiori li compiono proprio gli adulti), essere un adulto non ti mette dalla parte della ragione.

Chiedete sempre spiegazioni e spiegate sempre il vostro pensiero. In questo modo non vi si fraintende e vi assicurerete che le vostre parole non siano interpretate male.

E appena vi sarà possibile andatevene dall’Italia. Vi aiuterò in qualsiasi modo, avete la mia parola. Non abbiate paura ad andarvene. Il mondo fuori dall’Italia è molto grande, pieno di belle persone e di paesi che vi accoglieranno a braccia aperte, paesi che sapranno dare il giusto valore alle vostre capacità, paesi in cui il lavoro non si fonda sugli amici che avete, ma su quello che sapete fare.

Siete nati in un paese che colleziona fallimenti politici. Tutti i governi che si sono succeduti da quando siete nati non hanno fatto altro che divorare parti della vostra vita che ancora non avete vissuto. E quelli che sono venuti prima vi avevano già privato di un futuro.

L’Italia non è un paese che pensa a voi.
Non è un paese che vi merita, qualunque cosa diventiate da grandi.
Non è un paese che ha spazio per voi, perché siete pochi e date pochi voti.
È un paese che sorride a chi prende e per chi dà restano solo due dita negli occhi.

Vivere in Italia è un lungo crepuscolo,
in attesa della notte.

L’igiene nel Medioevo

Inizia oggi il mio lavoro su Merulus fecit, il mio sito dedicato alla rievocazione storica medievale e alla storia medievale in generale.

Merulus fecit

Ogni tanto ricapita di dover affrontare uno degli stereotipi più duri a morire sul Medioevo europeo: la presunta scarsa pulizia di chi viveva all’epoca. Si pensa che i medievali fossero costantemente sporchi, che puzzassero da fare schifo, che le strade fossero simili a cloache a cielo aperto e che si lavassero, se proprio dovevano, una o due volte l’anno, magari in un fiume o in uno stagno. A questo immaginario collettivo contribuiscono, ça va sans dire, tutte le rappresentazioni televisive e cinematografiche tanto diffuse oggi. Se ci aggiungiamo anche la poca propensione delle persone a cercare di informarsi (vuoi per pigrizia, vuoi per ritardi culturali), alla fine non ci rimane altro che la desolazione dello stereotipo. Eppure, la gente si lavava anche nel Medioevo e si curava della propria persona come si fa oggi (per alcune cose direi anche meglio).

La pulizia del corpo e l’igiene erano concetti ben…

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Tournai, inizia lo smantellamento del Pont des Trous. Qualche informazione sul caso.

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Il 4 agosto 2019 è iniziato lo smantellamento del Pont des Trous (Ponte dei Buchi) a Tournai, Belgio.

Non un ponte nel vero senso della parola, in realtà, il Pont des Trous era una porta acquatica delle antiche mura cittadine che controllava l’accesso alla città dal fiume Schelda. È uno dei monumenti importanti della città, assieme alla Grand Place e alla Cattedrale di Notre-Dame.

Il Pont des Trous nel 1892. Si noti l’altezza dell’arcata centrale.

Costruito nel tredicesimo secolo, nel 1940 il Pont fu fatto saltare durante la Seconda Guerra Mondiale e l’intera arcata centrale fu distrutta.

Il Pont des Trous nel 1940 con l’arcata centrale distrutta

 

Qualche anno dopo (1948), fu ricostruito aumentando l’altezza dell’arcata centrale di 2,4m e abbassando le torri laterali di 1m. Queste modifiche si erano rese necessarie per permettere il transito di navi più grandi al di sotto di esso sul fiume Schelda. E dato che il ponte era distrutto e bisognava ricostruirlo, si pensò bene di farlo in modo avveduto.

Il Pont des Trous nel 2018. Immagine da Wikipedia. SI vede bene la modifica subita nell’altezza delle arcate e le torri più basse rispetto all’originale.

A gennaio del 2019, il consiglio comunale di Tournai ha deciso di procedere con la demolizione delle arcate centrali del ponte per ricostruirle, allargando ancora una volta l’arcata centrale, in modo da permettere il passaggio di navi da 2000 tonnellate (ad oggi il limite è di 1500 tonnellate).

Questi lavori fanno parte del progetto Senna-Schelda, strettamente collegato al progetto del canale Senna – Nord Europa, dato che entrambi costituiscono parte del Corridoio Mare del Nord-Mar Mediterraneo, una delle infrastrutture del TEN-T (Trans-European Networks – Transport, in italiano reti di trasporto trans-europee) progetto mira a costruire rete di fiumi e canali che colleghi Francia, Belgio, Paesi Bassi e Germania, decongestionando le vie terrestri dal trasporto merci tra questi Paesi.

Il TEN-T, inoltre, mira a costruire una rete di trasporti continentale che faciliti la circolazione delle merci aumentando l’utilizzo di trasporto navale e ferroviario e, quindi, contribuendo alla riduzione dell’inquinamento. Va da sé che i finanziamenti per questi lavori provengono, in gran parte, dall’Unione Europea.

Tornando a Tournai (perdonate il gioco di parole), il progetto della ricostruzione del ponte era stato affidato all’architetto Olivier Bastin. Tale progetto è, senza mezzi termini, una vera schifezza, ricordando molto da vicino il logo della McDonalds (potete farvene un’idea qui). L’idea di Bastin era ricostruire delle arcate minimaliste, come potete vedere nell’immagine in basso.

photo credit: Escaut Architecture

Un’opzione inaccettabile anche per i cittadini locali che, in una consultazione popolare, si sono espressi con maggioranza schiacciante per una ricostruzione in pietra che mantenga quanto più possibile l’aspetto originale.

A onore del vero, c’era (e c’è ancora) chi proponeva di oltrepassare il ponte costruendo un bypass nel canale, ma non so fino a che punto un lavoro simile sia fattibile all’interno di una città (nello screenshot da Google Maps potete vedere la collocazione del ponte e le immediate vicinanze).

Ho voluto approfondire l’argomento e dare qualche utile riferimento perché stamattina, sui social e sui quotidiani online che ne parlano, ho letto una marea di commenti offensivi e brutali nei confronti di chi ha deciso e autorizzato questi lavori. E se anche muovo al riso quei poveretti che commentano “Francesi bastardi” (il ponte si trova in Belgio), resta il profondo disagio di vedere come gli utenti della rete si soffermino a un titolo, a un’opinione personale per giudicare un avvenimento importante e con conseguenze che avranno un profondo impatto positivo sul tessuto economico-sociale di una vasta area dell’Europa del Nord.

Discorso non dissimile si potrebbe fare per la bloccata realizzazione di un ristorante McDonalds nei pressi delle Terme di Caracalla, a Roma (non DENTRO le terme, ma nelle vicinanze). Anche in questo caso i commenti dell’utente social sono di un’ignoranza spaventosa. Qui, però, c’è di peggio. C’è l’intero peso dell’insulsaggine di una classe dirigente con le menti artritiche, incapaci di pensiero in prospettiva (non dico da qui a un’anno, ma nemmeno da qui a una settimana).

Sarei felice di avere una vostra opinione.

 

Fonti

Notizia smantellamento ponte: Guardian (in inglese), La Stampa, il Fatto Quotidiano

14 febbraio 2019, decisione del consiglio comunale (in francese).

Risultati consultazione popolare a Tournai

Pagina Facebook dedicata all’argomento

Progetto Senna-Schelda (in inglese)

Progetto canale Senna – Nord Europa (in inglese)

TEN-T (in inglese)

Come ghiaccio

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Goccia a goccia perde compattezza
e poi scorre e scorre
e scorre e scorre ancora.
Finché ciò che è non è
e ciò che non è
è, alla fine,
solo un cuore stanco
solo un’anima rotta
solo spirito domato
solo ghiaccio tra i denti.

Blame it on the stars

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L’atmosfera in questo paese sta diventando veramente tossica.
E non parlo dell’aria che respiriamo, che pure fa schifo.
No. Parlo del clima fecale che si sta diffondendo come un incendio doloso.
Ovunque si guardi, sempre più persone riescono a vivere la loro vita solamente esternando astio, rabbia e bile. Per strada, al bar, sui mezzi pubblici, nei locali, sui giornali, sui social network.

È un fatto incontrovertibile che la causa principale di questo mutamento nella società italiana sia un progressivo sdoganamento di linguaggi e comportamenti violenti, soprattutto da parte di politici molto in vista (evito di riproporre i nomi, tanto sapete tutti di chi parlo). L’utilizzo di violenza verbale, denigrazione, emarginazione, colpevolizzazione della vittima, battute sessiste o razziste (che spesso sono accolte da risate), di volta in volta indirizzate contro determinate categorie di individui (donne, LGBT, immigrati, donne, scienziati, donne, meridionali, disoccupati, banche, donne, i “poteri forti”, etc.), il fatto che nessuno di questi episodi sia duramente sanzionato (né con l’applicazione delle leggi, né con lo stigma sociale che meriterebbe grandemente) l’istigazione a vedere in chi vive in modo differente, anche solo di poco, un nemico, un responsabile, un colpevole; tutto ciò fornisce a un determinato tipo di individuo la stampella psicologica di cui ha bisogno per comportarsi allo stesso modo, costituisce l’interruttore che accende il circuito dell’amoralità. L’apparente forza, l’impunità, la presunta superiorità, questi sono i bocconi gustosi e succulenti che alimentano la macchina dell’odio che si cela in questi individui. Sia chiaro, quasi nessuno ammetterà che si tratti di odio, percependo e difendendolo, di volta in volta, come un’innocua opinione personale, una legittima considerazione o in qualsiasi altro modo che fornisca un alibi alle proprie parole, alla propria coscienza. Altri, invece, rivendicheranno con stolido orgoglio il proprio odio, sentendosi parte del branco più forte, apparentemente legittimato a dominare sugli altri e più degno di rispetto (“prima gli italiani”, per esempio). E le discussioni che ne nascono sono inutili, irritanti e, tutto sommato, servono solo a convincerli ancora di più che il labirinto di specchi in cui sono persi sia la realtà.

Un’altra verità innegabile è che l’Italia stia vivendo, da molti anni ormai, una situazione di disagio economico diffuso, di scarsa o nulla innovazione tecnologica, di una spaventosa stagnazione di idee e pensiero e, più in generale, di un progressivo allontanamento da molte delle qualità che rendono una persona moralmente irreprensibile. Il livello culturale di questo paese si sta appiattendo su ideologie ingessate e artritiche, su posizioni estreme ed estremiste, su fanatismi religiosi e sociali che si autoalimentano creando in continuazione i propri nemici (necessari, anzi, fondamentali per la loro stessa esistenza). Qualsiasi cosa accada, esiste sempre qualcun altro che ne è responsabile. Che sia lo Stato, la Provincia, il Comune, l’UE, la Germania, l’America, la Russia, gli alieni o le scie chimiche… non importa. Ma voler identificare a tutti i costi un unico e inconfondibile colpevole, anche quando ci si trova davanti a una situazione complessa in cui molte cause concorrono a creare i presupposti di una determinata situazione, è un espediente molto utile quando non si vuole davvero trovare una soluzione e lasciare che nulla cambi. Si innesca una sorta di pensiero binario (bianco o nero, colpevole o innocente, buono o cattivo, italiano o straniero, cittadino o parassita, e così via).

Ecco, questo è l’humus in cui sta crescendo il futuro dell’Italia.

E non ci vedo molto da ridere.

*

Mi torna in mente parte del testo di una canzone della fine degli anni 80:

Blame it on the rain that was falling, falling
Blame it on the stars that didn’t shine that night
Whatever you do, don’t put the blame on you
Blame it on the rain, yeah yeah

Come on and blame it on the rain
‘Cause the rain won’t mind
And the rain don’t care

Come credo sappiate tutti, anche i Milli Vanilli erano falsi, dopotutto.

È come un abbraccio che si scioglie

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Il tempo s’accatasta.
Esperienze – capillari rotti,
livido su livido, minuto su minuto.
Penso già a quando tutto sarà lento,
quando ogni sforzo sarà mille volte greve,
ogni voce muta, ogni sguardo cieco
ogni luce immobile,
ogni sensazione morta.
Il tempo s’accatasta e scorre,
indifferente a me che penso,
dimentico di te che vivi
cieco a se stesso
e muto
sordo.

Our time has passed

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You came to me one Winter morn.
I won’t forget that day,
the marvel felt, the beat I lost,
that endless dot of time.
I think of it, can’t help but cry,
and tears are running free.
Now that our time has passed and gone,
now that you moved away,
there’s nothing left but memories
of what is yours to keep:
my life, my heart, my very soul,
and every part of me.

Il Medioevo non è stato un’epoca buia

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Vi sembrerà strano, ma fa veramente male continuare a vedere le persone usare il termine “medioevo” per connotare qualcosa negativamente, per accusare qualcosa o qualcuno di essere arretrato o retrogrado. Fa male perché amo quel periodo storico, da molto tempo ormai. Fa male perché sono un rievocatore e questo mi porta a studiare il Medioevo in profondità, cercando di ricostrurirne aspetti materiali e immateriali nel modo più preciso possibile. Questo richiede tempo, sforzo, frustrazione, passione, ancora altro tempo, prove, errori, altra passione, pazienza e una dose non piccola di amore per quello che fai. Passo ore a cucire (a mano), scucire e ricucire finché il lavoro che sto eseguendo non corrisponde all’iconografia che sto usando come modello.
Fa male perché consumo moltissimo tempo nella ricerca di testi affidabili, scritti da altre persone che si sono dedicate completamente allo studio della storia medievale. Testi difficili da trovare, spesso costosi, nonché difficili da studiare (perché scendere nei dettagli non è facile).
Fa male perché avere in mano uno studio su una bottega di tessuti di fine Trecento mi concede uno sguardo sulla vita di un uomo vissuto nel Medioevo, sul suo lavoro, sulle sue mani, sui suoi desideri, sulla sua vita. E quella vita è esattamente come la nostra di oggi. Aveva le stesse necessità: vestirsi, nutrire se stesso e la sua famiglia, crescere i suoi figli, lasciare loro un’eredità, ecc.
Fa male perché da oltre vent’anni dedico i miei sforzi a conoscere un periodo storico di mille anni (ripeto, MILLE anni) e in tutto questo tempo non ho fatto altro che grattare la superficie di quella che è stata una società vibrante, vivace, colorata, dinamica, creativa. Una società in cui le persone facevano, non parlavano (oggi parlate tutti, ma pochi fanno).
Fa male perché nonostante ormai sia acclarato che di “buio” il Medioevo non aveva proprio nulla la gente continui a pensarla così (è pigrizia mentale mista a quintali di ignoranza e cattiva volontà).
Fa male perché un’epoca storica ricca di progresso viene accostata a una pagliacciata come il convegno di Verona, o all’ignoranza che oggi ha fatto del Parlamento italiano la sua casa (parlo del libro della Fattori, una capra che parla di caccia alle streghe nel Medioevo).

Vi prego, prima di usare la parola “Medioevo” pensateci dieci volte, perché dire “stiamo tornando al medioevo” non è solo una dichiarazione di analfabetismo, ma anche, e soprattutto, la conferma che siete ignoranti come le capre e che non meritate la mia stima o la mia amicizia.

Attimi persi per sempre

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Quanto eri bella nella pioggia di gennaio,
sorridevi nonostante l’acqua.
Un rivolo ti solcava la guancia.
Avrei dato tutto per essere una goccia,
quella goccia.
Per poterti accarezzare dolcemente
cadere a terra
e perdermi.