Perché gli antivax hanno vinto

Hic Rhodus

Sono stato folgorato da questa foto, scattata alla manifestazione antivax di Milano di qualche giorno fa. Ho capito tutto. Gli antivax hanno vinto, o comunque vinceranno sulla distanza. La foto, la vedete, mostra di schiena un povero pargolo con una scritta sulla maglietta, vergata a mano con un buono stampatello dal solerte genitore antivax. “Non mi avrete mai come volete voi”. Ecco, in questo slogan, non originale, sta la soluzione. Ci si poteva aspettare una scritta tipo “Libertà di cura”, o “Il corpo è mio e me lo vaccino io”, e invece si fa riferimento a un Ente minaccioso (“voi”) e a un programma antagonista (“non mi avrete mai”). Ecco. Gli antivax sono contro i vaccini in quanto animati da sentimenti antagonisti che potevano incanalarsi in molteplici strade: anti-olio di palma (ma è poco evocativo ed è fallito sul nascere), anti-insegnamento di matematica , anti-wi-fi… invece si è incanalata…

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Il #Sì non è una tragedia greca

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Ormai ci siamo.
Domani, Domenica 4 dicembre, finalmente si va a votare e, comunque vada a finire, è finita una serie di mesi stracolma di stracciature di balle infinite. Se ne sono dette e sentite, scritte e lette, urlate e sussurrate di ogni colore. Nessun colpo basso è stato risparmiato, né da una parte né dall’altra.
Finalmente, nel bene o nel male, questa gran rottura di cazzo è finita.
Detto ciò, rendo noto a chi ancora non lo sapesse che io voterò Sì.
Un Sì convinto.
Il mio non è un Sì a Renzi, non è un Sì al PD e non è un Sì contro Grillo, Salvini e il resto dello zoo.
Il mio è un Sì alle riforme proposte nel testo che per oltre due anni è stato scritto, riscritto, modificato e rimodificato per essere, alla fine, approvato in Parlamento.
A quei Parlamentari che oggi dicono “poteva essere scritta meglio” rispondo con un grandissimo “ANDATE A CAGARE”, perché hanno avuto due anni di tempo per “scriverla meglio” e, invece di fare una vera opposizione politica, si sono limitati a presentare emendamenti per gioco (anche inserire una virgola nel testo o proporre di sostituire la parola “comunque” con “nonostante ciò” sono emendamenti che comportano una discussione), a votare contro questa proposta perché fatta da un governo che a loro non piace e a sbraitare e aizzare l’odio degli elettori (fare opposizione non significa dire no a tutto… questo si chiama “sabotare”) o, più semplicemente, a uscire dall’aula (che grande strategia politica!).
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A quelli che temono una “deriva autoritaria” ricordo che al governo ci vanno quelli che ricevono più voti, quindi, invece di piangere su un latte ancora non versato, impegnatevi a portare al governo una figura o un partito che sia degno dei voti che riceve. Non vi piace chi c’è ora e nessuna delle alternative? Nessun problema. Creare un partito non è una cosa complicata e non costa una follia. Se la vostra idea è buona 1.000 firme le trovate al volo. Naturalmente, questo vale per quelli che non si lamentano per sport, perché quel tipo di persone piangerebbe comunque per il gusto di farlo (vittimismo cronico).
A quelli che dicono “Col Senato delle Regioni il PD prenderebbe il potere totale perché controlla più regioni” faccio notare che prima che questo nuovo Senato possa entrare in funzione deve esaurirsi il ciclo delle elezioni regionali e che, quindi, hanno 5 anni di tempo per far eleggere qualcuno che non sia del PD nelle varie regioni. Ma, anche qui, se l’impegno lo mettono solo nei piagnistei ha poco senso qualsiasi discorso.
A quelli che dicono “Mandiamo a casa Renzi” rispondo con un educato “guarda che il referendum non è su Renzi” la prima volta, con un climax ascendente di insulti in base alle volte che continueranno a ripetere il loro mantra.
A quello che dicono “l’italicum” e così via rispondo con un educato “guarda che il referendum non è sulla legge elettorale” la prima volta… (vedi il capoverso precedente per continuare).
Votare Sì dopodomani non significa che dal 5 dicembre l’Italia verrà stravolta.
Una vittoria del Sì sarebbe solamente l’inizio di una serie di riforme e cambiamenti che possono portare l’Italia a essere un Paese funzionante, ma sul serio, invece che relegarla sempre ai primi posti in classifica per inefficienza e difficoltà di fare qualsiasi cosa.
Un esempio? Il Senato delle Regioni, che improvvisamente tutti vogliono votare direttamente.
Intanto, mi chiedo quanti siano, tra coloro che “difendono il diritto a eleggere il Senato”, quelli che non votano da decenni, quelli che non hanno mai votato per il Senato perché non avevano ancora l’età per poterlo fare (tutti quelli che oggi hanno tra 18 e 27 anni), quelli che hanno sempre votato per i Senatori della “casta”, ma dal 2013 sono, catarticamente, diventati puri e così via.
Dal testo della riforma: ART. 57. – Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori. […] La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi […].
Dunque, ci saranno 100 senatori, di cui 74 eletti tra i consiglieri regionali, 21 tra i sindaci e 5 che “possono” essere nominati dal Presidente della Repubblica (“possono”, non “sono”).
La cosa importante da notare, però, sono queste parole: “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi”. Significa che quando i “medesimi organi” vengono rinnovati (cioè quando ci saranno elezioni regionali o comunali che interessino un comune il cui sindaco è anche senatore) l’elettore esprimerà, oltre al voto per la situazione presente (elezioni regionali o comunali), anche un voto per il candidato che vedrebbero come senatore. Il testo dice esplicitamente “scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, non dice né “consiglieri regionali” né “sindaci”, ma “candidati regionali”.
Questo comporta anche che un senatore, se non viene rieletto consigliere regionale o sindaco, decade automaticamente dal suo ruolo di senatore, lasciando il posto a un altro, ritenuto più affidabile, rendendo, quindi, il Senato un’organo fluido e non irrigidito e ingessato per tutta una legislatura (quest’ultimo concetto stesso non varrà più per il Senato, perché cambierà man mano che ci saranno le elezioni regionali e comunali).
Certo, è diverso dall’eleggere direttamente un senatore, ma nessun diritto viene tolto agli elettori.
Mi fermo qui perché non ho voglia di allungare il discorso e perché non ho voglia di dibattiti infiniti (né mi interessa far sfogare il naysayer di turno).

Considerazioni sulla democrazia del terzo millennio

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Anch’io, come credo molti milioni di persone nel mondo, ho provato un attimo di sconcerto nell’apprendere il risultato delle elezioni negli Stati Uniti d’America.

Anch’io, come molti, ho pensato “Ma come si fa?”.

Tuttavia, per quanto quel risultato possa essere inquietante, il mondo non finisce per questo e, per citare Nick Fury, fin quando il mondo non smetterà di esistere agiremo come se intendesse ruotare ancora.

Non mi arrampicherò sugli specchi tentando di indovinare cosa succederà adesso. Non ho le capacità di analizzare tutte le implicazioni, né posseggo una sfera di cristallo. Posso, però, concedermi qualche riflessione più generica su come stia diventando sempre più evidente che il modello di democrazia che prevale oggi nel mondo non sia più adatto a garantire stabilità (ammesso che la stabilità sia considerata ancora un valore, naturalmente) ai governi delle nazioni e alle relazioni internazionali. O che, per non apparire troppo apocalittico, stia almeno scricchiolando fortemente.

Il fondamento su cui si basa il modello contemporaneo di democrazia è che la sovranità è del popolo, che la esercita mediante il voto (democrazia rappresentativa). Ne consegue che questo sistema di governo si basa sul principio maggioritario, cioè che la maggioranza prende le decisioni a cui la minoranza deve adattarsi. Questo, a sua volta, comporta che il candidato (o il partito) che riesce a convincere il maggior numero di elettori della bontà della propria visione e dei propri programmi riceva dagli stessi il mandato per governare.

Detta così sembra una cosa lineare e pacifica, ma non lo è. O, meglio, non lo è più.

A cavallo tra i secoli XIX e XX si iniziò a estendere anche alle donne il diritto di voto, che per me è una importante discriminante della democrazia rappresentativa, quindi posso affermare con una certa sicurezza che le moderne democrazie rappresentative costituiscono una forma di governo molto giovane e recente nella storia dell’uomo, considerando che l’uomo forma delle società civili da più o meno 6.000 anni. È vero, il concetto di democrazia è molto più antico, ma sostanzialmente si tratta di due cose differenti.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale l’intero Occidente ha adottato questa forma di governo, adattandola nella forma alle varie situazioni locali (repubblica parlamentare, presidenziale, monarchie parlamentari, ecc.). Ha funzionato bene per molti anni, anche se con gradi di successo differenti. Da qualche anno, però, e specialmente in Europa, questo sistema vacilla e non è facile capire perché. È come se improvvisamente fosse calato il sipario sull’illusione di una vita perfetta o, quantomeno, di una vita tranquilla e senza grossi problemi.

La democrazia rappresentativa in scacco

Nel 2013 un partito italiano antisistema e antipolitico ha basato tutta la sua campagna elettorale (la peggiore mai vista in Italia finora) sull’aggressione sistematica di tutto l’establishment italiano ed europeo, demonizzato come causa di tutto il malessere della popolazione italiana. È risultato essere il partito più votato, ma il totale rifiuto di qualsiasi cooperazione con quella che hanno etichettato come “casta”, nonché un’imperterrita e pervicace insistenza a rifiutare il dialogo in qualsiasi forma, ha relegato i suoi eletti nell’insignificanza politica, dove ancora ristagnano, man mano perdendo pezzi (le mie impressioni dell’epoca le trovate qui, qui e qui).

Ma l’annus terribilis per la democrazia rappresentativa è senza dubbio il 2016, l’anno corrente.

Il 23 Giugno di quest’anno, infatti, in Gran Bretagna si è tenuto un referendum sull’uscita o la permanenza della Gran Bretagna nell’Unione Europea, il cosiddetto Brexit. Nessuno, nell’Unione Europea in generale e nella Gran Bretagna in particolare, avrebbe potuto prevedere il risultato: con un’affluenza del 72,2% degli aventi diritto, i voti a favore dell’uscita hanno prevalso con una percentuale del 51,9% (contro un 48,1% di voti a favore della permanenza, ovviamente). Tradotto in numeri il quadro è il seguente: gli intitolati a votare erano 46.501.241, di cui hanno votato 33.578.016. Tra questi ci sono state 26.033 schede bianche o nulle. I voti validi, invece, si sono divisi in 16.141.241 per la permanenza e 17.410.742 per l’uscita. La differenza determinante è stata di 1.269.501 voti (un po’ meno del 3,5% di tutti i votanti). Anche in questo caso la campagna elettorale è stata costellata da uno scarso impegno delle forze moderate in campo e da una prevaricazione totale di qualsiasi fair play da parte delle forze più esagitate ed estremiste, da ambo le parti, ma con una netta prevalenza di aggressività e incitazione all’odio da parte di chi campagnava per l’uscita. Anche in questo caso possiamo parlare di un voto antisistema e antipolitico che ha fatto della demonizzazione dell’establishment locale ed europeo il suo cavallo di battaglia (affiancato a una buona dose di promesse irrealizzabili). A differenza di quanto è successo in Italia nel 2013, però, in questo caso si è aggiunto all’equazione anche una buona dose di xenofobia, quando non di vero e proprio razzismo.

Il 9 Novembre 2016, infine, vince le elezioni negli Stati Uniti d’America un uomo che durante la sua campagna elettorale è riuscito a dare prova di una profonda amoralità, nonché di un egocentrismo imbarazzante per il suo stesso partito. Dato che l’Unione Europea è abbastanza lontana dagli USA da non costituire un argomento locale, i temi con cui il nuovo presidente USA ha convinto il suo elettorato sono stati, di volta in volta, razzismo, xenofobia, sessismo, denigrazione dell’avversario, protezionismo, isolazionismo, machismo, semplificazione di qualsiasi concetto economico, promesse esorbitanti, violenza. Ora, prima che iniziate a ritenere gli statunitensi un branco di idioti, vorrei vi rendeste conto che in quel Paese può succedere il caso aberrante in cui un candidato prenda la maggioranza dei voti dei cittadini ma che, ciononostante, perda le elezioni (infatti così è stato anche questa volta). Questo succede a causa del sistema elettorale in vigore in quel Paese. Per chi volesse approfondire, qui è spiegato il sistema elettorale statunitense (leggete con calma e poi rileggete).

Esistono elementi comuni nelle campagne elettorali di tutti e tre i casi citati:

  • Pongono l’accento su nostalgie nazionalistiche e si appellano al patriottismo degli elettori.
  • Fomentano idee isolazioniste che comportano, nei loro discorsi, la fine dell’immigrazione e il ritiro unilaterale da trattati internazionali presentati all’elettorato come imposti dall’alto, come non convenienti al loro Paese e come strumenti per favorire una ristretta cerchia di persone (le élites).
  • Individuano delle classi sociali che presentano come causa di tutti i loro mali (il nemico necessario) e incentivano il risentimento dell’elettorato nei confronti di esse.
  • Sfruttano l’insicurezza economica come volano per instillare nell’elettorato ansie e paure per il proprio futuro, proponendo soluzioni draconiane e semplicistiche, di solito irrealizzabili ma capaci di destare una forte simpatia nell’elettore.

Il voto delle masse

Ho già parlato della sempre più diffusa tendenza a prendere delle decisioni su argomenti importanti pur non avendo alcuna competenza in materia. Ma come si induce l’elettore a mettere da parte la logica e il buon senso, a opporsi fermamente a pareri e spiegazioni di esperti, a favorire il breve termine al posto di una pianificazione a lungo termine, a credere alle bugie senza sottoporle a verifica? Come si convince l’elettore a non informarsi, in modo che non possa sviluppare il dubbio?

La cosa è abbastanza semplice con gli elettori effettivamente tesserati/iscritti nel proprio partito. Ma come tirare dalla propria parte gli altri?

Informare l’elettore

È importante, a questo fine, tenere presente i diversi metodi attraverso cui un candidato/partito può parlare a un gran numero di persone:

  • Comizi
  • Giornali stampati
  • Internet
  • Televisione

Il primo di questi metodi permette a un candidato di raggiungere coi suoi messaggi tutte le persone che, effettivamente, presenziano all’evento di persona. È vero, la copertura giornalistica rende abbastanza facile recuperare i testi dei discorsi pronunciati e anche i video dei comizi sono facilmente recuperabili, ma il punto di forza di un comizio è proprio la comunicazione diretta che si instaura tra candidato e pubblico. Durante un comizio, le dinamiche tra palco e pubblico, l’atmosfera di condivisione e lo sventolio di bandiere creano una predisposizione personale favorevole al candidato che difficilmente può risultare dalla visione di un video o dalla lettura di un testo. Il comizio è, quindi, il modo più diretto con cui un candidato può rivolgersi ai propri potenziali elettori.

Il secondo metodo, i giornali stampati, è ottimo per veicolare opinioni e programmi elettorali. Interviste e articoli permettono all’elettore di farsi un’idea delle proposte del candidato anche perché, trattandosi di un testo scritto, esso può essere valutato con calma dal lettore o discusso in gruppo. Infatti, una volta che l’articolo è scritto e pubblicato esso non può più cambiare e, così, il messaggio del candidato, filtrato dalle convinzioni del giornalista, rimane una rappresentazione statica del pensiero del candidato (che può anche mutare nel corso del tempo). Lo svantaggio di questo metodo è che ciò che si legge è scritto da un giornalista che, volente o nolente, farà si che le proprie opinioni abbiano un peso nell’articolo che scrive. Se, poi, guardiamo in particolare all’Italia, è ancora più evidente come gran parte dei giornali stampati sia di parte, difendendo questo o quel candidato e agendo contro quello o quell’altro e, quindi, si tratta di semplici strumenti di propaganda.

Internet è il mezzo con cui oggi è più immediato e facile fare campagna elettorale. Quotidiani online, social network (Facebook, Twitter e Youtube, principalmente) e blog (come, per esempio, quello di Beppe Grillo) sono fonti d’informazione veloce e, spesso, non filtrati da terze parti. I quotidiano online, oltre a fornire informazioni, sono anche luogo di discussione pubblica, dato che quasi tutti permettono il commento da parte dell’utente, con risultati spesso raccapriccianti, dovuti soprattutto al fatto che la distanza fisica dagli altri utenti mette al riparo da confronti diretti troppo personali. Un candidato può usare Facebook o Twitter per comunicare direttamente coi suoi potenziali elettori creando un contatto diretto che acquisisce, soprattutto per l’elettore, un significato di confidenza e prossimità tra le parti. Il neo di questo metodo è che gli utenti digitali tendono a finire racchiusi in una bolla di contenuti da cui non è facile uscire se non se ne ha il preciso desiderio. Facebook, a esempio, fa vedere all’utente i contenuti che sono correlati alla sua attività sul social network e, quindi, più tale utente interagisce con contenuti che riguardano l’argomento X e più l’algoritmo di Facebook gli proporrà contenuti che riguardano l’argomento X. In un articolo sul Guardian (articolo in inglese), per chi volesse farsi un’idea più precisa, si analizza come la diffusione e la condivisione di notizie false su Facebook possa aver effettivamente influenzato il risultato delle scorse elezioni statunitensi. Il flusso di informazioni su Twitter, invece, si basa sui contatti che si sceglie di seguire, quindi è facile intuire come la tendenza sia quella di rinchiudersi in un circolo di utenti che condividono lo stesso interesse, spesso con un livello di preparazione simile tra di loro.

I metodi trattati finora richiedono tutti una qualche partecipazione attiva dell’elettore. Nel quarto, invece, il ruolo dell’elettore è del tutto passivo. La televisione, infatti, non richiede alcun impegno da parte del suo utente, se non guardare nella direzione giusta. Questo, a sua volta, comporta un ridotto impegno dell’utente nello sforzo di comprensione. Infine, in televisione le informazioni fluiscono costantemente in una direzione, il che non permette all’utente di soffermarsi a considerare una particolare affermazione o un concetto espresso (non c’è un testo scritto su cui ragionare). Pertanto, secondo me, questo è il metodo peggiore in assoluto perché un candidato riesca veramente a farsi capire.

***

A questo punto, dopo aver brevemente e superficialmente dato uno sguardo alle modalità principali con cui si può fare campagna elettorale, è interessante approfondire i temi che accomunano le campagne di cui parlavo sopra:

  • Nazionalismo
  • Isolazionismo
  • Nemico necessario
  • Ansia indotta e equazione “problemi complessi = soluzioni semplici”

 

Nazionalismo

Per nazionalismo si intende un movimento politico e ideologico avente quale programma l’esaltazione e la difesa della nazione (da Dizionario di Storia, Treccani).

È sempre più comune (al punto da essere diventata una vera e propria tattica standard) ascoltare candidati a elezioni nelle democrazie occidentali concentrare i proprio sforzi sul suscitare negli elettori una forma di avversione per qualsiasi tipo di trattato sovranazionale che limiti, anche se solo in parte, la sovranità nazionale di uno Stato. Secondo questi candidati le difficoltà che gli elettori affrontano nella vita di tutti i giorni dipendono in gran parte, se non del tutto, da questi trattati, piuttosto che da inefficienze intrinseche dei governi nazionali. Questo approccio ha, per il candidato, un grande vantaggio: richiama l’attenzione dell’elettore su un ente molto lontano di cui la quasi totalità dei cittadini non sa molto. Continuare a indirizzare il risentimento dell’elettore verso questo ente sovranazionale è una tattica molto utile per raccogliere il consenso di chi è poco informato e di chi tende, proprio per quest’ultima ragione, a seguire il branco. Infatti, i trattati internazionali sono estremamente articolati e complessi e decisamente ostici per i non addetti ai lavori. E tutto quello che non è semplice da capire è guardato con sospetto. L’argomento “nazionalismo” non si esaurisce qui, però. Una campagna nazionalista si concentrerà anche sui valori considerati caratteristici della nazione e sul suo passato glorioso. C’è, in questo, un sottofondo nostalgico (Ubi sunt qui ante nos fuerunt?) che individua nel passato nazionale i veri valori che la nazione dovrebbe coltivare e che, contrapposti alla “decadenza” contemporanea, sono sempre migliori, più alti e più giusti. Questo, in un paese come l’Italia, offre naturalmente  il destro al rinascere di sentimenti fascisti d’oscura memoria di cui ancora oggi gran parte dell’elettorato è nostalgica.

Isolazionismo

Questo aspetto di una campagna elettorale è direttamente collegato al precedente. L’isolazionismo, come si evince dal nome, è una politica che tende a limitare fortemente i rapporti di una nazione con l’esterno. Consta di due componenti: non interventismo e protezionismo. Come abbiamo visto prima, i trattati internazionali possono essere di tipo politico. Qui aggiungerò quelli di tipo militare e commerciale.

Il non interventismo è una forma di politica estera che evita alleanze militari con altre nazioni e qualsiasi attività militare diversa dall’autodifesa. Riguarda, cioè, i trattati internazionali di tipo militare. Nel mondo occidentale un esempio di questo tipo di trattato è la NATO, organizzazione internazionale che ha come suo scopo la difesa militare degli Stati aderenti da qualsiasi aggressione militare esterna. Nata dopo la Seconda Guerra Mondiale come difesa collettiva contro l’Unione Sovietica (lo so, è un’affermazione grossolana, ma rende l’idea), per molti essa ha perso il suo scopo nel momento in cui l’Unione Sovietica ha cessato di esistere. È un’alleanza di tipo militare che obbliga i suoi membri a intervenire in difesa di qualsiasi membro che subisca un’aggressione militare. Appare chiaro come la sua nascita sia strettamente legata agli eventi di inizio XX secolo. Il candidato che usa l’isolazionismo come argomento, ricorre spesso alla NATO come strumento per portare dalla sua parte l’elettorato che considera tale organizzazione solamente come uno zombie sopravvissuto alla Guerra Fredda e, a tal fine, anch’egli tenderà a presentarla in tale modo e a sottolineare gli ipotetici benefici che una nazione otterrebbe dall’uscirne. Nei discorsi del candidato tali benefici sono soprattutto di tipo economico, di solito, relegando in secondo piano (ma non dimenticandoli) i benefici in termini di vite di connazionali non messe a rischio.

Il protezionismo, invece, è una forma di politica economica che mira a proteggere le attività produttive nazionali e in cui lo Stato, mediante interventi in campo economico ostacola o impedisce del tutto la concorrenza di altre nazioni. Mediante l’applicazione di dazi sulle importazioni, per esempio, si rendono più cari sul mercato i prodotti esteri e, quindi, si avvantaggiano i prodotti di produzione nazionale. Il candidato che usa il protezionismo come argomento, di solito tende ad affermare che gli accordi commerciali internazionali svantaggiano la propria nazione (pur non potendo dimostrare che tale affermazione corrisponda a verità) e che, quindi, l’unica soluzione sia uscirne unilateralmente e “proteggere”, mediante appositi provvedimenti, le merci di produzione nazionale (esempio: la questione dell’olio tunisino sul mercato UE). Fa intendere, inoltre, che tale abbandono sia di per sé sufficiente a risollevare le condizioni delle aziende nazionali, pur non spiegando come tale miracolo economico possa accadere.

Entrambi i temi di cui ho parlato sopra riguardano i trattati internazionali che, per la loro natura sovranazionale, esulano quasi del tutto dalle competenze e dalla comprensione dell’elettorato medio che, di conseguenza, si troverà nella posizione di dover decidere se fidarsi delle parole del candidato. Per cui, un candidato con una buona presenza scenica, con la giusta scelta di linguaggio e parole e, soprattutto, con la giusta esposizione al pubblico, riuscirà facilmente a portare dalla sua parte l’elettorato meno esigente per quanto riguarda la completezza delle informazioni (spesso, purtroppo, la maggior parte). Tali temi coprono lo spettro delle relazioni della nazione con altre nazioni.

Nemico necessario

A differenza dei primi due temi, quello dell’individuazione del nemico necessario si concentra sulle relazioni tra cittadini di una nazione. Questo tema è un aspetto fondamentale per qualsiasi campagna elettorale, perché qualsiasi candidato, per convincere l’elettorato, pone se stesso come alternativa migliore a tutte le altre, dato che è pacifico che lo scopo di una campagna elettorale sia quello di vincere, non di partecipare alla competizione. Pertanto ha l’effettiva necessità di avere un nemico da indicare e contro cui schierarsi. Il modo migliore per esaltare le proprie presunte qualità positive è contrapporre se stessi a qualcuno che rappresenta le qualità negative, possibilmente antitetiche a quelle che si afferma di possedere. Così, lo sforzo del candidato e del suo entourage è quello di ricercare quanto più in profondità possibile dei motivi per far apparire l’avversario in una luce negativa. Le modalità sono molteplici: si va dai risultati promessi e non ottenuti (senza soffermarsi sui motivi di tali fallimenti) a scandali o vizi personali. Si usano concetti come il “conflitto di interesse”, per esempio, per sottolineare come l’avversario non sia adatto a ricoprire una tale posizione perché se la occupasse sarebbe in grado di  procurare a se stesso dei vantaggi economici o sociali, a discapito della comunità o usando fondi pubblici. Si indaga sulle relazioni personali dell’avversario per scoprire, ove ce ne siano, legami con persone o organizzazioni dalla dubbia reputazione. Si scrutinano gli averi e le finanze dell’avversario per mettere in luce eventuali irregolarità. E così via. Quando si avranno elementi a sufficienza inizia quella che spesso risulta essere la demonizzazione dell’avversario, che può essere un individuo o un gruppo di individui. L’avversario viene rappresentato come lontano dalle masse, egocentrico e disinteressato del bene comune, avido di ricchezza e di potere, attivamente impegnato a defraudare i cittadini e impegnato a escogitare sempre nuovi sistemi per mantenere inalterato lo status quo. L’avversario viene etichettato con storpiature del nome o con soprannomi che hanno lo scopo di deumanizzarlo e renderlo più facilmente attaccabile. Viene indicato come potenziale rovina per il paese in caso di elezione. Le opportunità per fare dell’avversario politico un nemico del popolo sono, praticamente, infinite. Nel frattempo, il candidato usa la contrapposizione per far risaltare le proprie qualità. Nelle prime fasi della campagna elettorale il peso maggiore viene assegnato al programma elettorale. Lentamente, però, lo scontro si sposta sempre più sul livello personale, fino a quando questo diventa l’unico aspetto di cui candidato e elettori tengono conto. Ed è facile capire che una volta applicata un’etichetta è quella l’unica cosa che l’elettore vedrà. É più facile da ricordare che non un programma elettorale, che va letto, meditato e compreso e solo allora giudicato.

Ansia indotta e equazione “problemi complessi = soluzioni semplici”

L’ultimo tema è, forse, quello più pernicioso di tutti, nonché quello con le conseguenze più nefaste, qualche che sia l’esito del voto. Tutto il mondo è in una profonda crisi economica dal 2008. Ovviamente quelli che più ne risentono sono quelli che fin dall’inizio avevano meno mezzi per affrontarla. I vari governi occidentali hanno provato ad affrontare questa situazione straordinaria, purtroppo fallendo spettacolarmente. Questo perché non esistono soluzioni facili per problemi complessi. Dato che uno dei difetti maggiori della società occidentale odierna (e di cui meno si parla) è la distribuzione della ricchezza e delle risorse tra la popolazione, gran parte dell’elettorato si trova in grave difficoltà economica. Questa fetta di elettori è quella più vulnerabile e più facilmente influenzabile. Il candidato che voglia guadagnare il voto di questi elettori sa che più la gente cova rabbia e risentimento e più facilmente si accoda all’uomo che gli indica la causa dei suoi problemi e, magari, una soluzione (la fattibilità di tle soluzione non è presa in considerazione). Che siano la disperazione o la sensazione di non aver nulla da perdere a votare per qualcuno che non faccia parte del governo precedente (quello che il candidato, nel frattempo, avrà descritto come causa prima del malessere sociale ed economico), un elettore con difficoltà economiche, o che ha perso il lavoro e non ne trova un altro dà il suo voto al candidato che più gli farà pesare il disagio che vive tutti i giorni. Il candidato questo lo sa bene e lo sfrutta, aumentando l’ansia dell’elettorato fino al parossismo. Un altro aspetto di questo stesso tema è il benessere di cui godono, generalmente, le élites che governano un Paese. Il fatto di avere problemi a trovare un lavoro dopo anni di esperienza e dura fatica, o dopo anni di pesante studio rende incredibilmente umiliante vedere che un politico, una persona che non svolge un lavoro fisico e che, quindi, non soffre le stesse privazioni dell’elettore medio, riceva, in cambio, vagonate di denaro pubblico, denaro che deriva dalle tasse che i cittadini pagano. Se, a questo, si aggiunge il fatto che il candidato non mancherà di sottolineare che il governo in carica è quello che non diminuisce le tasse per mantenere il proprio tenore di vita, è facile comprendere come la rabbia monti a livelli molto alti, portando al voto antipolitico o al voto di protesta o, per gran parte dell’elettorato, all’astensione (es. Elezioni Italia 2013 – 25,1% astenuti, Referendum Gran Bretagna 2016 – 27,8% astenuti, Elezioni USA 2016 – 46,9% astenuti).

L’elettore naufrago

Come si può evincere da quanto sopra, la strategia del candidato populista è quella di far sentire l’elettore una vittima in qualsiasi modo possibile, di umiliarlo, di deriderlo (quasi) e di porre se stesso come unica figura capace di riparare ai torti che la vittima ha ingiustamente subito. Si richiamerà all’orgoglio nazionale, alle glorie passate che evoca per sottolineare quanto in basso siano caduti gli uomini odierni, per tentare di suscitare un senso di vergogna. Indicherà un nemico facilmente identificabile e si concentrerà su aspetto e dettagli che sono difficili da comprendere ma abbastanza evidenti da poter costituire un bersaglio. Non offrirà, tuttavia, alcuna spiegazione all’elettore, che viene lasciato in balìa di se stesso per quanto riguarda la comprensione delle informazioni con cui viene costantemente bombardato. Quelli che tenteranno di informarsi finiranno per convincersi della bontà degli argomenti del candidato, perché si informeranno su fonti a lui vicine, mentre quelle che non supportano la posizione del candidato, che nel frattempo inizia a essere anche quella dell’elettore, verranno agilmente ignorate (e non c’è nulla in cui l’uomo sia più bravo che nell’ignorare ciò che non gli piace). Altri si informeranno sui social network, ma finiranno nella bolla di contenuti che confermerà le loro posizioni e, quindi, non si informeranno ma si convinceranno ancora di più di essere nel giusto. La formazione di convinzioni ferre in questo elettorato, inoltre, rende qualsiasi confronto con loro una perdita di tempo perché sono talmente arroccati sulle loro posizioni e refrattari a qualsiasi dubbio che è come parlare con un sasso. Spesso l’unico risultato che si ottiene è la denigrzione e la violenza verbale.

Quando il candidato populista sarà riuscito nella sua opera di lavaggio del cervello, l’elettore sarà come un naufrago che dispera di potersi salvare e che si aggrappa a qualsiasi pezzo di legno che gli permetta di rimanere a galla e di mantenere qualche speranza per il futuro, per quanto labile sia.

Conclusioni

Ho provato a dare la mia visione di quello che succede durante una campagna elettorale che ha come esito la vittoria di posizioni populiste e antisistema. Ho individuato nell’azione della campagna elettorale populista la causa del senso di abbandono e disperazione su cui si fonda il voto populista. Ho anche approfondito alcuni degli aspetti di queste campagne elettorali, pur rendendomi conto del fatto che ce ne sianno altri che non ho toccato (come, per esempio, la durata di tali campagne, praticamente permanenti nel tempo).

Il voto populista nasce in un clima di sfiducia dovuto a cause quasi esclusivamente di natura economica. Tale sfiducia viene alimentata e aumentata ad arte da campagne elettorali spregiudicate e da candidati che non si fanno scrupoli pur di ottenere una posizione di potere e denaro (infatti, lo scopo ultimo del populista è quello di sostituirsi all’élite da cui è escluso e, paradossalmente, di diventare egli stesso élite).

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Oggi la democrazia rappresentativa sembra non essere più la forma di governo ideale perché la distanza tra i “rappresentati” e i “rappresentanti” non fa che aumentare. È sotto gli occhi di tutti come l’argomento “non eletto” sia tra i cavalli di battaglia di chi cerca di scardinare l’ordine attuale delle cose. Complice una classe di rappresentanti eletti che hanno perso qualsiasi collegamento con la base e, di conseguenza, non più in grado di proporsi efficacemente come interlocutore ottimale per le masse, i moti dal basso che si stanno verificando ovunque in occidente sono una manifestazione di un cambiamento ai suoi primordi. Nessuno può negare che ci siano in atto delle dinamiche che comporteranno un ripensamento completo delle democrazia come forma di governo. L’unica proposta che potrà efficacemente salvare le masse da loro stesse è quella che riuscirà a riformare la democrazia rappresentativa e che, al contempo, riuscirà a riunire attorno a sé quante più menti possibile. I promotori di tale riforma dovranno, nelle parole di Lyautey, conquistare cuori e menti della gente per avere qualche possibilità di ridisegnare una società che funzioni avendo come fondamento il rispetto dei diritti civili dell’individuo e il rispetto della legge, come valori la cooperazione, l’unità e la solidarietà e come attori tutti i cittadini di una data nazione.

27 Costituzioni per un’Unione

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In questo periodo molti italiani hanno scoperto un amore che non sapevano di avere per la Costituzione.

Mosso da curiosità, mi sono divertito a tradurre e confrontare le Costituzioni dei 27 Paesi che compongono l’Unione Europea. Ho escluso la Gran Bretagna non perché sta per lasciare l’UE, ma perché la questione di una Costituzione Britannica è talmente complicata che non ho voglia di affrontarla. Basti sapere che per molti tale Costituzione non esiste.

A seguire la traduzione del primo articolo (in alcuni casi sono più di uno) delle 27 Costituzioni degli Stati membri dell’Unione Europea.

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Austria
Articolo 1
L’Austria è una Repubblica democratica. Il suo diritto emana dal popolo.

Belgio
Articolo 1
Il Belgio è uno Stato federale composto dalle Comunità e dalle Regioni.

Bulgaria
Articolo 1
(1) La Bulgaria sarà una Repubblica con una forma di governo parlamentare.
(2) L’intero potere dello Stato deriverà dal popolo. Il popolo eserciterà il suo potere direttamente e attraverso le istituzioni stabilite da questa Costituzione.
(3) Nessuna parte della popolazione, nessun partito politico o qualsiasi altra organizzazione, istituzione statale o individuo potrà usurpare l’espressione della sovranità popolare.

Cipro
Articolo 1
Lo Stato di Cipro è una Repubblica indipendente e sovrana con un regime presidenziale, in cui il Presidente è greco e il vicepresidente turco, eletti rispettivamente dalle comunità greca e turca di Cipro nei modi previsti di seguito in questa Costituzione.

Croazia
Articolo 1
La Repubblica di Croazia è uno Stato democratico sociale unitario e indivisibile.
Il potere nela Repubblica di Croazia deriva dal popolo e rimane col popolo in quanto comunità di cittadini liberi ed eguali.
Il popolo esercita questo potere attraverso l’elezione di rappresentatni e attraverso attività decisionale diretta.

Danimarca
Articolo 1
Questa Costituzione è valida per ogni parte del Regno di Danimarca.
Articolo 2
La forma di governo è una monarchia limitata. La dignità regia è ereditabile da uomini e donne secondo le procedure fissate dalla Legge di successione al trono del 27 Marzo 1953.
Articolo 3
Il potere legislativo è esercitato in comune dal Re e dal Folketing (Ndr: il Parlamento danese). Il potere esecutivo è esercitato dal Re. Il potere giudiziario è esercitato dalle corti di giustizia.

Estonia
Articolo 1
L’Estonia è una Repubblica democratica indipendente e sovrana in cui il potere supremo dello Stato è conferito al popolo.
L’indipendenza e la sovranità dell’Estonia sono eterne e inalienabili.

Finlandia
Sezione 1 – La Costituzione
La Finlandia è una Repubblica sovrana.
La Costituzione della Finlandia è stabilita col presente atto costituzionale. La Costituzione garantirà l’inviolabilità della dignità umana e la libertà e i diritti dell’individuo e promuoverà la giustizia nella società.
La Finlandia partecipa alla cooperazione internazionale per la protezione della pace e dei diritti umani e per lo sviluppo della società. La Finlandia è uno Stato membro dell’Unione Europea (1112/2011, entrata in vigore 1.3.2012).

Francia
Articolo 1
La Repubblica e i popoli dei territori d’oltremare che, per un atto di libera
determinazione, approvano la presente Costituzione formano una Comunità.
La Comunità è fondata sull’eguaglianza e la solidarietà dei popoli che la compongono.
La sua organizzazione è decentralizzata.
Titolo I. La sovranità
Articolo 2
La Francia è una Repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale. Essa
assicura l’eguaglianza dinanzi alla legge a tutti i cittadini senza distinzione di origine, di
razza o di religione. Essa rispetta tutte le credenze.
L’emblema nazionale è la bandiera tricolore, bleu, bianca e rossa.
L’inno nazionale è la “Marsigliese”.
Il motto della Repubblica è “Libertà, Eguaglianza, Fraternità”
II suo principio è: governo del popolo, dal popolo e per il popolo.

Germania (Ndr: si tratta di una Legge Fondamentale, in tedesco Grundgesetz, non di una vera e propria Costituzione, in tedesco Verfassung)
Articolo 1
[Dignità dell’uomo – Diritti dell’uomo – Vincolatività giuridica dei diritti fondamentali].
(1) La dignità dell’uomo è intangibile. È dovere di ogni potere statale rispettarla e proteggerla.
(2) Il popolo tedesco riconosce quindi gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di qualsiasi comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo.
(3) I seguenti diritti fondamentali vincolano la legislazione, il potere esecutivo e la giurisdizione come diritti immediatamente applicabili.

Grecia
Articolo 1
(1) La Grecia è una Democrazia parlamentare con un Presidente come Capo di Stato.
(2) La sovranità popolare è il fondamento su cui si basa la forma di governo.
(3) Tutti i poteri derivano dal popolo, esistono a beneficio del popolo e della nazione e sono esercitati nei modi determinati dalla Costituzione.

Irlanda
Articolo 1
Con il presente atto la nazione irlandese afferma il suo diritto inalienabile, imprescrittibile e sovrano di scegliere la propria forma di governo, di determinare le proprie relazioni con altre nazioni e di sviluppare la propria vita, politica, economica e culturale, secondo il proprio genio e le proprie tradizioni.

Italia
Articolo 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Lettonia
Articolo 1
La Lettonia è una Repubblica democratica indipendente.

Lituania
Articolo 1
Lo Stato di Lituania sarà una Repubblica indipendente e democratica.

Lussemburgo
Articolo 1
Il Granducato del Lussemburgo è uno Stato democratico, libero, indipendente e indivisibile.

Malta
Sezione 1
(1) Malta è una Repubblica democratica fondata sul lavoro e sul rispetto dei diritti fondamentali e delle libertà dell’individuo.
(2) I territori di Malta consistono nei territori compresi in Malta immediatamente prima del giorno stabilito, incluse le relative acque territoriali o dei territori e acque territoriali che il Parlamento determinerà di volta in volta (Ndr: questa parte non sono sicuro di averla compresa bene)
(3) Malta è uno Stato neutrale che persegue attivamente la pace, la sicurezza e il progresso sociale tra tutte le nazioni aderendo a una politica di non-allineamento e rifiutando di partecipare in qualsiasi alleanza militare. Un simile stato implica che:
(a) non sarà permessa alcuna base militare straniera su territorio maltese;
(b) non sarà autorizzata l’uso di alcuna struttura militare su Malta da parte di forze straniere eccetto che su richiesta del governo di Malta e solo nei seguenti casi:
(i) nell’esercizio del diritto intrinseco all’autodifesa nell’evento di una qualsiasi volazione armata dell’area su cui la Repubblica di Malta detiene la sovranità o nell’esecuzione di misure o azioni decise dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; o
(ii) ogni qual volta esista una minaccia alla sovranità, all’indipendenza, alla neutralità, all’unità o integrità territoriale della repubblica di Malta;
(c) eccettuati i casi summenzionati, non sarà permesso l’uso di nessun’altra struttura in Malta in modo o estensione tale da comportare la presenza in Malta di una concentrazione di forze straniere;
(d) eccettuati i casi summenzionati, non sarà ammesso personale militare straniero su territorio maltese, a parte personale militare che esegue, o assiste nell’esecuzione, di lavori o attività civili e a parte che un numero ragionevole di personale militare tecnico che aiuti nella difesa della Repubblica di Malta;
(e) i cantieri navali della Repubblica di Malta saranno usati per scopi commerciali civili ma possono anche essere usati, entro limiti ragionevoli di tempo e quantità, per la riparazione di navi militari che siano stati ridotti in condizione di non-combattimento o per la costruzione di navi e, in accordo coi principi di non-allineamento, i suddetti cantieri navali saranno vietati alle navi militari delle due superpotenze.

Paesi Bassi
Articolo 1
Tutti coloro che si trovano nei Paesi Bassi sono trattati egualmente in casi eguali. Nessuno può essere discriminato per le sue opinioni religiose, ideologiche o politiche, per la sua razza, per il suo genere o per altre ragioni.

Polonia
Articolo 1
La Repubblica di Polonia è la proprietà comune di tutti i cittadini.

Portogallo
Articolo 1
Il Portogallo sarà una repubblica sovrana, basata sulla dignità della persona umana e il volere del popolo e dedito alla costruzione di una società libera, giusta e solidale.

Repubblica Ceca
Articolo 1
(1) La Repubblica Ceca è uno Stato sovrano, unitario e democratico governato dallo stato di diritto, fondato sul rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo e dei cittadini.
(2) La Repubblica Ceca osserva i suoi obblighi derivanti dalle leggi internazionali.

Romania
Articolo 1
(1) La Romania è uno Stato nazionale sovrano, indipendene, unitario e indivisibile.
(2) La forma di governo dello Stato rumeno è la Repubblica.
(3) La Romania è uno Stato democratico e sociale governato dallo stato di diritto, in cui la dignità umana, i diritti e le libertà dei cittadini, il libero sviluppo della personalità umana, la giustizia e il pluralismo politico rappresentano i valori supremi e dovranno essere garantiti.

Slovacchia
Articolo 1
(1) La Repubblica Slovacca è uno stato sovrano e democratico governato dallo stato di diritto. Non è legata ad alcuna ideologia o religione.
(2) La Repubblica Slovacca riconosce e aderisce alle regole generali della legge internazionale, ai trattati internazionali da cui è legata e agli altri suoi obblighi internazionali.

Slovenia
Articolo 1
La Slovenia è una Repubblica democratica.

Spagna
Articolo 1
Con la presente la Spagna è fondata come Stato sociale e democratico soggetto allo stato di diritto, che sostiene la libertà, la giustizia, l’eguaglianza e il pluralismo politico come valori più alti del suo sistema legale.
La sovranità nazionale appartiene al popolo spagnolo da cui emanano tutti i poteri statali.
La forma politica dello Stato spagnolo è la Monarchia parlamentare.

Svezia
Articolo 1
Tutto il potere pubblico in Svezia procede dal popolo.
La democrazia svedese è fondata sulla libera formazione di opinioni e sul suffragio universale ed eguale.
Dovrà essere realizzata mediante un sistema di governo rappresentativo e parlamentare e attraverso l’autogoverno locale.
Il potere pubblico dovrà essere esercitato nol rispetto della legge.

Ungheria
Articolo 1
Lo Stato d’Ungheria è una Repubblica.

Dinamiche interne di gruppi populisti antipolitici guidati da demagoghi qualunquisti

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Ma quando capirono che l’impresa era inutile, tutto il paese cadde per sempre in un profondo sconforto.

I populisti sono un grande gruppo di persone dalla più disparata provenienza politica, sociale e geografica. L’unica cosa che hanno in comune è il fatto di odiare le istituzioni. È questo ció che li tiene uniti. Ed essendo questa praticamente l’unica base comune che hanno essi la coltivano, coltivano l’odio che li accomuna e che diventa ció che definisce quello che sono. All’interno del loro gruppo possono sorgere divergenze, anche scontri, ma fino a quando riusciranno a vedere negli “altri” un nemico comune niente potrà disgregarli.
È proprio questa la cosa su cui puntano e su cui fanno leva i loro capi carismatici. Per fare una metafora un po’ crassa, i capi li puntano in una direzione e lasciano che si scatenino, intervenendo solo se la carica perde slancio o se qualcosa puó piantare il seme del dubbio. Quest’ultimo, infatti, è ció che spaventa di più i leader populisti, cioè che i loro seguaci mettano in dubbio le loro parole. Infatti, è sulle parole che essi fondano il loro potere, il loro controllo, non già sui fatti. I fatti sono, per definizione, inconfutabili e, in quanto tali, essi non sono funzionali al populismo che ha bisogno di stimolare le emozioni dei propri adepti per funzionare. E le opinioni si prestano molto più dei fatti a questo scopo, perché un seguace puó identifcarsi in un’opinione, laddove un fatto lo costringerebbe ad accettare una verità che, se in contrasto con le certezze maturate dall’individuo, a sua volta lo costringerebbe a dubitare della validità di tali certezze, a loro volta indotte dal/dai leader.
Pertanto, potremmo affermare che ció che fa funzionare un gruppo populista è la bugia o, nel migliore dei casi, una verità distorta, capziosa o decontestualizzata.
Il che mi porta a un’altra considerazione: in un gruppo populista il flusso delle idee è dall’alto verso il basso. I concetti, le idee e le opinioni che animano il gruppo sono concepiti entro una ristretta cerchia di persone che si colloca al vertice e che le trasmette verso il basso. Possiamo immaginarlo come una sorta di piramide. Man mano che ci si allontana dal vertice le opinioni sono condivise da un più ampio numero di persone e, al contempo, più in basso vengono condivise e più assumono un valore dogmatico, dato che si allontanano dalla loro fonte primaria. Inoltre, più in basso ci si colloca in questa piramide e più si tende a idealizzare la distanza col vertice che viene visto come inarrivabile e, perciò, identificato con l’autorità indiscutibile. Il ragionamento è qualcosa come “Se lo dicono loro, che stanno a capo del nostro gruppo, allora deve per forza essere così, perché non ci mentirebbero mai”. Infatti, se le bugie sono ciò che tiene unito un gruppo populista, è altrettanto vero che esse non sono identificate come tali.
Le bugie sono di per sé negative e dato che è al “nemico” che si attribuiscono i comportamenti negativi, il concetto di bugia è applicato solo verso l’esterno. Mentono quelli che sono fuori del gruppo, non i suoi membri. Il che, a sua volta, porta a considerare virtuoso e onesto solo chi appartiene al gruppo.
Assomiglia molto alla fede religiosa, in effetti, con la differenza che quest’ultima si preoccupa di argomenti spirituali e tende a incentivare con ricompense (o punizioni) ultraterrene un comportamento virtuoso in vita. A scanso di equivoci (e a beneficio degli ignoranti) preciso che il concetto di fede religiosa non si identifica con coloro che la praticano e seguono né, tantomeno, con i ministri di culto di una religione (similmente, il concetto di “potere” non può essere identificato con coloro che lo esercitano: non è il “potere” a essere malvagio, ma l’individio o il gruppo che lo esercita ovvero il modo in cui è usato).
Ognuno di questi gruppi, poi, tende a riconoscersi nella figura carismatica di un leader supremo che, circondato dalla sua cerchia ristretta di boni homines, assurge quasi a figura messianica destinata a offrire al popolo il riscatto dai malvagi tiranni identificati, di solito, con l’etichetta di “poteri forti”.
Quindi, in conclusione, per me i gruppi populisti hanno talmente tante cose in comune coi gruppi religiosi da poter essere definiti delle vere e proprie sette laiche che, sovente, sconfinano nel culto fanatico della persona, anzi, di una particolare persona.

Calpesteremo strade disperate

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Calpesteremo strade disperate,
eredità di giorni senza fine,
con passi incerti, orme scollegate
ostaggi di speranze irte di spine.

Scortati da follie, lugubri ondate,
sui nostri cuori s’infrange un confine
intessuto di lutti e cose amate
che quasi sempre soffrono per prime.

Canti che nascono in gole ormai morte,
muti, invisibili, senza futuro;
per noi non cambia nulla, stessa sorte

e nulla condurrà al porto sicuro.
Meglio non fossimo nati alla morte,
figli negletti dentro un sogno oscuro.

Rifugiati in Italia: gli “eroi” di Gorino

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Cari rifugiati,
ormai da tanto tempo arrivate sulle nostre spiagge e questo grande desiderio di venire nel nostro paese non sembra diminuire. Però ci sono delle cose che non sapete. Di seguito vi spiego perché non dovresti venire in Italia.
Quando state fermi sulla spiaggia in quel di Libia, aspettando di imbarcarvi in gruppi di 500 o più persone su una cosa che galleggia a stento e che, oltre al motore, non ha nient’altro (e magari ha solo carburante per farvi arrivare nelle nostre acque territoriali, così poi vi ripescano i nostri marinai), sarete sicuramente felici di essere riusciti a scappare dal vostro paese in guerra.
Certo, è comprensibile che vogliate scappare dalla guerra (chi non lo vorrebbe?), ma anche noi in Italia abbiamo i nostri problemi! Non potete certo venire qui aspettandovi di trovare l’America! C’è la crisi! E i soldi non bastano mai. Sapete cosa significa riuscire a stento ad arrivare a fine mese? No, certo che no. Dopotutto da voi c’è la guerra e siete fortunati se riuscite a trovare un pezzo di pane o dell’acqua, però vi assicuro che anche da noi si sta male. E poi, non siamo mica stati noi a iniziare la guerra da cui state scappando, quindi non si capisce perché dovete venire tutti qua. Siete troppi e noi non ce la facciamo più.
Avete parenti che vivono in Germania, Francia o Inghilterra? Allora andate lì, no? Ma certo, l’Italia è più vicina, ovvio. É normale che non abbiate voglia di fare uno sforzo in più per andarci direttamente. Tanto lo sapete che gli italiani sono coglioni, vi raccolgono in mare e vi mantengono fino a quando rimarrete nel loro paese. Arrivate qui e non vi scollate più dai nostri centri accoglienza. Immagino che per dei poveracci come voi debbano sembrare alberghi a cinque stelle! E vi danno anche dei soldi! TRENTACINQUE euro al giorno (!!!1!!111!!!!). Ci credo che vogliate venire tutti qua. Niente guerra, vitto e alloggio gratis. E non vi permettete di dire che siete costretti a stare qua perché la burocrazia è troppa e chi dovrebbe registrarvi e farvi andare via non faccia il suo lavoro. Non solo venite qua a vivere sulle nostre spalle, ma ci accusate pure di essere incompetenti! Che sfacciati!!!
E non venite a dirmi che a voi danno solo due euro e mezzo al giorno. Anche se fosse vero costate comunque troppo. Trentacinque euro al giorno li dovrebbero dare ai nostri poveri! Sì, ce li abbiamo anche noi. Il fatto che non ne parliamo mai non vuol dire che non ci sono. Ma quando c’è la minaccia di una INVASIONE di voialtri, non possiamo non ricordarci che anche noi abbiamo i nostri poveri. I nostri poveri non possono permettersi di pagare cinquemila dollari per venire in Europa e non hanno uno smartphone! E loro sono italiani, parlano la nostra lingua, non sono di altre religioni e non possono essere terroristi.
Sì, avete letto bene, terroristi! Non lo vedete quello che sta succedendo nel mondo? Parigi? Bruxelles? Quelli sono dei vostri, sono come voi! Vengono dalla Siria, proprio come voi. E se anche sembra impossibile che un terrorista, finanziato da un’organizzazione terrorista si faccia un viaggio su una carretta attraverso il mediterraneo, rischiando la vita in ogni istante, è proprio questo quello che fanno. Chiunque abbia un briciolo di cervello lo capirebbe che presentarsi come uno che scappa da una guerra è il modo che desta meno sospetti per entrare in Europa. Non penserete davvero che i terroristi arrivino con l’aereo, magari viaggiando in prima classe!
E quelli di voi che non sono terroristi (se ce ne sono) fanno i finti rifugiati solo perché vogliono lavorare qua e mandare i soldi al loro paese. Così non solo ci rubate il lavoro, ma impoverite anche la nostra economia mandando via il denaro che guadagnate al posto dei nostri giovani disoccupati! Il fatto che veniate ridotti in una specie di schiavitù e che viviate in venti in una stanza sono solo montature. La verità è che venite qua e rubate il nostro lavoro e se accettate lavori per cui vi pagano due euro l’ora vuol dire che non meritate di guadagnare di più. Se lo stesso lavoro lo facesse uno dei nostri giovani disoccupati lo pagherebbero almeno quindici euro l’ora, sicuro. Ma dato che voi siete qua è normale che diano il lavoro a voi, visto che per voi dieci euro al giorno devono essere un patrimonio.
Ma la gente è stanca, sapete? Il vento sta cambiando. Ormai non ne possono più.
Voi continuate pure a riversarvi nel nostro paese, ma presto troverete le barricate fuori dai centri d’accoglienza.

(UPDATE: prima che vi facciate un’idea sbagliata di me, sappiate che questo post sarcastico è dedicato agli “eroi” di Gorino che hanno eretto barricate contro 11 donne e 8 bambini rifugiati nel giorno 24 Ottobre 2016. Ad perpetuam rei memoriam!)

Il mio ultimo battito — Giusy Carofiglio

Ho bisogno di altre voci -Vite inarcate di cielo- intrecciate come numeri da semplificare sconti letali di soci cinici, altre fughe. Salirò nel limbo dove incontrare l’odore dei peccati da scontare non troppo folli, né così lievi quella via di mezzo che non so usare il tatto magico di un gentil uomo che non considera […]

via Il mio ultimo battito — Giusy Carofiglio

Traduzione della risoluzione UNESCO “Palestina occupata”

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Di seguito la mia traduzione in italiano della risoluzione UNESCO “Palestina occupata” che al momento tiene banco nei media italiani.

(Non si tratta di un lavoro di fino, quindi perdonate eventuali scivoloni.)

Comitato Esecutivo

Sessione n. 200

Commissione programma e relazioni esterne (PX)

Oggetto 25: PALESTINA OCCUPATA

Discussione

Risoluzione “Palestina occupata”

Presentata da: Algeria, Egitto, Libano, Marocco, Oman, Qatar e Sudan

I.A Gerusalemme

Il comitato esecutivo,

  1. avendo esaminato il documento 200 EX725;
  1. richiamando le disposizioni delle quattro Convenzioni di Ginevra (1949) e i relativi Protocolli aggiuntivi (1977), il Regolamento dell’Aja del 1907 sulla guerra terrestre, la Convenzione dell’Aja per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato (1954) e i relativi Protocolli, la Convenzione concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali (1970) e la Convenzione per la protezione del Patrimonio Culturale e Naturale Mondiale (1972), l’iscrizione della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue mura tra i siti Patrimonio Mondiale (1981) su richiesta giordana e tra i siti del Patrimonio Mondiale a rischio (1982), nonché le raccomandazioni, risoluzioni e decisioni dell’UNESCO sulla protezione del patrimonio culturale, così come le risoluzioni e decisioni dell’UNESCO in riferimento a Gerusalmme, e anche richiamando le precedenti decisioni UNESCO in materia di ricostruzione e sviluppo di Gaza e le decisioni UNESCO relative ai due siti palestinesi di Al-Kahlil/Hebron e Betlemme
  1. affermando l’importanza della Città Vecchia di Gerusalemme e delle sue Mura per le tre religioni monoteistiche e affermando anche che nulla nella presente decisione, che mira, inter alia, alla salvaguardia dell’eredità culturale della Palestina e del carattere distintivo di Gerusalemme Est, debba in alcun modo avere effetti sulle relative risoluzioni e decisioni del Consiglio di Sicurezza e delle Nazioni Unite sullo status legale di Palestina e Israele;
  1. si rammarica profondamente per il rifiuto israeliano di implementare le precedenti decisioni dell’UNESCO riguardanti Gerusalemme, in particolare la Decisione 14 185 EX, nota che la sua richiesta al Direttore Generale di nominare, il prima possibile, un rappresentante permanente stazionato a Gerusalemme Est che riferisca su base regolare su tutti gli aspetti che riguardino le aree di competenza dell’UNESCO a Gerusalemme Est, non è stata esaudita e reitera la sua richiesta al Direttore generale di nominare il suddetto rappresentante;
  1. deplora profondamente il fallimento di Israele, la forza occupante, nel fermare i persistenti scavi e lavori a Gerusalemme Est, in particolare dentro e attorno alla Città Vecchia e reitera la sua richiesta a Israele, la forza occupante, di proibire tali interventi in conformità ai suoi obblighi derivanti dalle disposizioni delle pertinenti convenzioni, risoluzioni e decisioni UNESCO;
  1. ringrazia il Direttore generale per i suoi sforzi per implementare decisioni UNESCO precedenti su Geruslemme e le chiede di mantenere e rinvigorire tali sforzi;

I.B. Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif e suoi dintorni

I.B.1. Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif

  1. si appella a Israele, la forza occupante, affinché sia permesso il ripristino dello status quo storico prevalente fino al settembre 2000, in cui il dipartimento Awqaf giordano (fondazione religiosa) esercitava l’autorità esclusiva sulla Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif e il suo mandato si estendeva a tutti gli affari relativi all’amministrazione senza impedimenti della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif, inclusi manutenzione, restauro e regolamentazione degli accessi;
  1. condanna con forza l’intensificarsi delle aggressione israeliane e delle misure illegali contro il dipartimento Awqaf e il suo personale e contro la libertà di culto e l’accesso dei musulmani alla Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif, loro sito sacro, e chiede a Israele, la forza ocupante, di rispettare lo status quo storico e di terminare queste misure immediatamente;
  1. deplora con fermezza il continuo assalto della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif da parte di estremisti di destra israeliani e forze in uniforme e sollecita Israele, la forza occupante, di intraprendere le misure necessarie per prevenire abusi provocatori che violano la santità e l’integrità della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
  1. condanna profondamente le continue aggressioni israeliane a civili, tra cui figure religiose e sacerdoti islamici, condanna l’ingresso a forza nelle diverse moschee e edifici storico all’interno della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif da parte di diversi impiegati israeliani, inclusi i cosiddetti ufficiali per le “antichità israeliane” e gli arresti e le lesioni da parte delle forze israeliane a danno di fedeli musulmani e guardie dell’Awqaf giordano nella Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e sollecita Israele, la forza occupante, a terminare queste aggressioni e questi abusi che infiammano la tensione sul posto e tra le fedi;
  1. disapprova la restrizione dell’accesso, da parte israeliana, alla Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif durante l’ Eid Al-Adha del 2015 e la successiva violenza e chiede a Israele, la forza occupante, di fermare tutte le violazioni contro la Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
  1. si rammarica profondamente per il rifiuto da parte di Israele di rilasciare visti agli esperti UNESCO responsabili del progetto UNESCO al Centro per i manoscritti islamici nella Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif e richiede a Israele di rilasciare i visti agli esperti UNESCO senza restrizioni;
  1. si rammarica per i danni causati dalle forze israeliane, specialmente dal 23 agosto 2015, agli ingressi storici e alle finestre della moschea al-Qibli all’interno del complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif e riafferma, a tale riguardo, l’obbligo di Israele di rispettare l’integrità, l’autenticità e l’eredità culturale del complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif, come riflesso dallo status quo storico, come luogo di culto musulmano e parte integrante di un sito patrimonio dell’umanità;
  1. esprime la sua profonda preoccupazione per la chiusura e il divieto israeliani del restauro dell’edificio della Porta Al-Rahma, uno degli accesso al complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif, e sollecita Israele, la forza occupante, a riaprire la Porta e a fermare il blocco dei necessari lavori di restauro, in modo da poter riparare il danno causato dalle condizioni atmosferiche, in particolare l’infiltrazione d’acqua delle stanze dell’edificio;
  1. chiede anche a Israele, la forza occupante, di fermare il blocco dell’esecuzione immediata di tutti e 18 i progetti di restauro hashemiti dentro e intorno al complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif;
  1. deplora la decisione israeliana di approvare un piano per costruire una funivia a doppia linea a Gerusalemme Est e il cosiddetto progetto “Liba House” nella Città Vecchia di Gerusalemme come anche la costruzione del cosiddetto “Kedem Center”, un centro visitatori vicino al muro sud del complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif, la costruzione dello Strauss Building e il progetto dell’ascensore nell’Al-Buraq Plaza “Western Wall Plaza” e sollecita Israele, la forza occupante, di rinunciare ai progetti summenzionati e di fermare i lavori di costruzione conformemente ai suoi obblighi secondo le relative convenzioni, risoluzioni e decisioni UNESCO;

I.B.2 La salita alla Porta Mughrabi nel complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif

  1. riafferma che la Scala Mughrabi è una parte integrale e inseparabile del complesso della Moschea di Al-Aqṣa/Al-Ḥaram Al-Sharif
  1. prende nota del 16° rapporto di monitoraggio rafforzato e di tutti i rapporti precedenti, assieme ai loro addenda preparati dal Centro del Patrimonio Mondiale così come ai rapporti sullo stato di conservazione presentati al Centro del Patrimonio Mondiale dal Regno hashemita di Giordania e dallo Stato della Palestina;
  1. disapprova le continue misure e decisioni unilaterali israeliane riguardanti la salita alla Porta Mughrabi, inclusi i lavori più recenti condotti all’ingresso della Porta Mughrabi nel febbraio 2015, l’installazione di un ombrellone presso quel’ingresso così come la creazione imposta di una nuova area di preghiera giudaica a sud della Scala Mughrabi nell’Al-Buraq Plaza “Western Wall Plaza” e la rimozione dei resti islamici nel sito, e riafferma che nessuna misura unilaterale israeliana dovrà essere intrapresa in conformità al sui status e ai duoi obblighi derivanti dalla Convenzione dell’Aia del 1954 sulla Protezione di beni culturali nell’evento di un conflitto armato;
  1. esprime anche la sua profonda preoccupazione per la demolizione illegale di resti omayyadi, ottomani e mamelucchi così come per altri lavori e scavi intrusivi dentro e intorno al percorso verso la Porta Mughrabi, e chiede anche a Israele, la forza occupante, di fermare simili demolizioni, scavi e lavori e di rispettare i suoi obblighi derivanti dalle misure delle convenzioni UNESCO menzionate al paragrafo 2;
  1. reitera i suoi ringraziamenti alla Giordania per la sua cooperazione e sollecita Israele, la forza occpuante, a cooperare col dipartimento Awqaf giordano, in conformità ai suoi obblighi derivanti dalla Convenzione dell’Aia del 1954 sulla Protezione di beni culturali nell’evento di un conflitto armato e di facilitare l’accesso di esperti Awqaf giordani al sito coi loro attrezzi e materiali per poter eseguire il progetto giordano della Salita alla Porta Mughrabi, secondo le decisioni dell’UNESCO e del Centro del Patrimonio Mondiale, in particolare 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4 e 39 COM/7A.27;
  1. ringrazia il Direttore Generale per la sua attenzione alla delicata situazione di questo argomento e le chiede di intraprendere le misure necessarie per poter eseguire il progetto giordano della Salita alla Porta Mughrabi;

I.C. Missione di monitoraggio reattivo UNESCO nella Città Vecchia di Gerusalemme e le sue Mura e incontro degli esperti UNESCO sulla Salita Mughrabi

  1. sottolinea ancora una volta la necessità urgente dell’esecuzione della missione di monitoraggio reattivo dell’UNESCO nella Città Vecchia di Gerusalemme e le sue Mura;
  1. nota, con profonda preoccupazione, che Israele, la forza occupante, non ha ottemperato a nessuna delle 12[i] decisioni[i] Le 12 decisioni del Comitato Esecutivo: 185 EX/Decision 14, 186 EX/Decision 11, 187 EX/Decision 11, 189 EX/Decision 8, 190 EX/Decision 13, 191 EX/Decision 9, 192 EX/Decision 11, 194 EX/Decision 11, 195 EX/Decision9, 196 EX/Decision26, 197 EX/Decision 32, 199 EX/Dec.19.1.del Comitato esecutivo così come delle sei[i] decisioni[i] Le sei risoluzioni del Comitato per il Patrimonio Mondiale: 34 COM/7A.20, 35 COM/7A.22, 36 COM/7A.23, 37 COM/7A.26, 38 COM/7A.4, 39 COM/7A.27.del Comitato per il Patrimonio Mondiale che richiedono l’implementazione della missione di monitoraggio reattivo nella Città Vecchia di Gerusalemme e le sue Mura;
  1. si rammarica del continuo rifiuto di Israele di agire in accordo con le decisioni dell’UNESCO e del Comitato per il Patrimonio Mondiale che chiedono un incontro di esperti UNESCO sulla Saluta Mughrbi e l’invio di una missione di monitoraggio reattivo alla Città Vecchia di Gerusalemme e alle sue Mura;
  1. invita il Direttore Generale a intraprendere le misure necessarie per rendere effettiva la summenzionata missione di monitoraggio reattivo in accordo con la decisione 34 COM/7A.20 del Comitato per il Patrimonio Mondiale prima della prossima sessione del Comitato Esecutivo e invita tutte le parti interessate a facilitare l’implementazione della missione e dell’incontro degli esperti;
  1. chiede che il rapporto e le raccomandazioni della missione di monitoraggio reattivo, così come il rapporto dell’incontro tecnico sulla Salita Mughrabi, siano presentati alle parti interessate;
  1. ringrazia il Direttore Generale per i suoi continui sforzi per rendere effettiva la summenzionata missione congiunta dell’UNESCO di monitoraggio reattivo e di tutte le relative decisioni risoluzioni UNESCO;

II

Ricostruzione e sviluppo di Gaza

  1. deplora i confronti militari dentro e intorno alla Striscia di Gaza e le vittime civili causate, incluse le uccisioni e i ferimenti di migliaia di civili palestinesi, inclusi bambini, così come il continuo impatto negativo sui campi di competenza dell’UNESCO, gli attacchi a scuole e altre strutture educative e culturali, incluse le infrazioni all’inviolabilità delle scuole della United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East (UNRWA);
  1. deplora con forza il blocco continuo da parte israeliana della Striscia di Gaza, che ha effetti dannosi sul movimento libero e continuo di personale e articoli umanitari così come il numero intollerabile di vittime tra i bambini palestinesi, gli attacchi a scuole e altre strutture educative e culturali e il divieto di accesso allo studio, e chiede a Israele, la forza occupante, di interrompere immediamente tale blocco;
  1. reitera la sua richiesta al Direttore Generale di migliorare, quanto prima possibile, l’Antenna UNESCO a Gaza per poter assicurare la pronta ricostruzione di scuole, università, siti culturali, istituzioni culturali, centri di comunicazione e luoghi di culto che sono stati distrutti o danneggiati nelle consecutive guerre a Gaza;
  1. ringrazia il Direttore Generale per l’incontro informativo tenuto a Marzo 2015 riguardante l’attuale situazione a Gaza in relazione alle competenze UNESCO e il risultato dei progetti condotti dall’UNESCO nella Striscia di Gaza-Palestina, e la invita ad organizzare, appena possibile, un nuovo incontro informativo sulle medesime questioni;
  1. ringrazia, inoltre, il Direttore Generale per le iniziative che sono già state rese effettive a Gaza nei campi di educazione, cultura e infanzia, e per la sicurezza dei reporter, e auspica che continui il coinvolgimento attivo nella ricostruzione degli elementi culturali e scolastici danneggiati di Gaza;

III

I due siti palestinesi di Al-Haram Al Ibrahim/Tomba dei Patriarchi ad Al-Khalil/Hebron e la moschea Bilal ibn Rabah/Tomba di Rachele a Betlemme

  1. riafferma che i due siti in oggetto, situati ad Al-Khalil/Hebron ed a Betlemme sono parti integranti della Palestina; 
  1. condivide la convinzione affermata dalla comunità internazionale secondo cui i due siti sono significativi per Giudaismo, Cristianesimo e Islam;
  1. disapprova fortemente l’attuale prosecuzione illegale degli scavi, lavori e costruzione di strade private per i coloni da parte di Israele e di un muro di separazione all’interno della Città Vecchia di Al-Khalil/Hebron, che influenza dannosamente l’integrità del sito, e la conseguente negazione della liberta di movimento e della libertà di accesso a luoghi di preghiera e chiede ad Israele, la forza occupante, di porre fine a tali violazioni in accordo con le disposizioni delle rilevanti convenzioni, risoluzioni e decisioni UNESCO;
  1. deplora profondamente il nuovo ciclo di violenza, iniziato nell’Ottobre 2015, nel contesto di una costante aggressione da parte dei coloni Israeliani e altri gruppi estremisti contro i residenti palestinesi, inclusi alunni, e chiede anche alle autorità israeliane di prevenire tali aggressioni;
  1. denuncia l’impatto visivo del muro di separazione nel sito della Moschea Bilal Ibn Rabaḥ/Tomba di Rachele a Betlemme, cosi come lo stretto divieto di accesso ai fedeli palestinesi cristiani e musulmani al sito, e chiede alle autorità israeliane ti riportare il paesaggio al suo carattere originale e rimuovere il divieto di accesso ad esso;
  1. condanna profondamente il rifiuto israeliano di ottemperare alla disposizione 185 EX/Decisione 15, che chiedeva alle autorità israeliane di rimuovere i due siti palestinesi dal proprio patrimonio culturale nazionale e chiede alle autorità israeliane di agire in accordo con tale decisione;

IV

  1. decide di includere questi argomenti nell’agenda della 201a sessione in un punto intitolato “Palestina Occupata”, e invita il Direttore Generale a presentarvi un rapporto sui progressi relativi alla questione.

Voti a favore: Algeria, Bangladesh, Brasile, Chad, Cina, Repubblica Domenicana, Egitto, Iran, Libano, Malesia, Marocco, Mauritius, Messico, Mozambico, Nicaragua, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Russia, Senegal, Sud Africa, Sudan e Vietnam.

Voti contrari: Estonia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti.

Astenuti: Albania, Argentina, Cameron, El Salvador, Francia, Ghana, Grecia, Guinea, Haiti, India, Italia, Costa d’Avorio, Giappone, Kenya, Nepal, Paraguai, Saint Vincent e Nevis, Slovenia, Korea del Sud, Spagna, Sri Lanka, Svezia, Togo, Trinidad e Tobago, Uganda e Ucraina.

Assenti: Serbia e Turkmenistan.