Fantascienza e vita eterna: il mind uploading

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[articolo pubblicato per la prima volta su Quarta di copertina]

Di recente Netflix ha mandato in onda Altered Carbon, serie televisiva tratta dall’omonimo romanzo. Ne ero venuto a conoscenza qualche tempo fa, durante un’intervista al protagonista principale avvenuta in un The Late Show, talk show americano con Stephen Colbert che consiglierei a tutti (quelli che capiscono l’inglese). Il personaggio mi incuriosì e così decisi che avrei visto la serie.

La trama, a grandissime linee, è la seguente: nel 24° secolo la mente umana può essere trasferita da un corpo all’altro attraverso un dispositivo inserito chirurgicamente alla nascita, la “pila corticale”. Trasferendo la pila da un corpo a un altro (naturale, clonato o sintetico) i ricordi di una persona sopravvivono alla morte. In pratica si è potenzialmente immortali. Questa immortalità, però, è alla portata solo di pochi, ricchissimi. L’immagazzinamento della pila corticale, inoltre, è la punizione standard per i crimini. La storia inizia quando uno di questi “immortali” decide di assumere un condannato all’immagazzinamento (non che quest’ultimo avesse scelta o voce in capitolo) per indagare sulla morte di un proprio corpo. Non aggiungo altro perché non mi piace spoilerare. Se volete saperne di più guardatevi la serie o, meglio ancora, leggete il libro, perché la serie tv differisce sostanzialmente dal romanzo e, a mio parere, perde molto (le solite esigenze cinematografiche).

Quello di cui voglio parlare in questo articolo è proprio la possibilità di trasferire la mente da un corpo all’altro o, per essere più preciso, delle ripercussioni che la cosa avrebbe sulla società. Mi interessa offrire uno spunto una discussione, un dialogo sull’argomento.

Il mind uploading, ovviamente, corre in parallelo con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Infatti, se l’idea è quella di digitalizzare un intero cervello umano (con i suoi circa 86 miliardi di neuroni), cosa impedirebbe di crearne uno ex novo, interamente artificiale e, perché no, magari con 100 miliardi di neuroni? E, ancora, cosa impedirebbe di effettuare correzioni al cervello digitalizzato, cambiando così in modo sostanziale l’individuo? Le domande sono tante e non tutte hanno una risposta semplice.

Un mondo in cui sia possibile digitalizzare la mente sarebbe un mondo in cui, in effetti, tale possibilità costituirebbe un efficace antidoto alla morte. Infatti, la morte nella nostra realtà è la cessazione di qualsiasi attività cerebrale e biologica. Ovvero, quando cuore e cervello smettono di funzionare sopraggiunge lo stato chiamato morte. Cos’è, però, che definisce l’essenza dell’individuo? Il fatto che la sua pompa biologica continui a pompare sangue nelle arterie o l’insieme delle sue esperienze e delle facoltà mentali? Io credo che ciò che definisce l’individuo sia la mente, non il corpo (la chirurgia estetica, per esempio, può rendere chiunque uguale a chiunque altro, ma non esiste una cosa simile per la mente, unica componente davvero individuale dell’essere umano). Questo, per me, implica che conservare la mente (benché in forma diversa) significa conservare la vita.

Immortalità, dunque. Immortalità della mente e, quindi, dell’individuo. Naturalmente parlare di “immortalità” della mente implica una morte fisica, perché creare una copia del proprio cervello mentre il cervello originale è ancora vivo e funzionante causerebbe enormi complicazioni, oltre a essere una cosa priva di senso (a meno di non voler immagazzinare una copia di se stessi aggiornandola periodicamente, topos ottimamente sviluppato nel Ciclo della Cultura di Iain M. Banks, per chi volesse addentrarsi in un ciclo sci fi impegnativo ma ottimo).

Provate a immaginare… due menti uguali, ma separate. Una biologica e una digitale ma, per il resto, del tutto uguali. Sareste l’individuo in carne e ossa o quello digitale? E se la mente digitalizzata fosse effettivamente inserita in un corpo alternativo? Quale dei due individui sareste? La vostra casa apparterrebbe all’individuo originale o a quello digitalizzato e inserito in un corpo? Ci sarebbe da impazzire, credo.

E questo è soltanto uno dei molti aspetti etico/filosofici che andrebbero affrontati.

Ammettiamo, per ipotesi, che tutte le implicazioni siano state risolte e che la digitalizzazione della mente sia una possibilità reale ed eseguibile (non mi addentro nemmeno nel discorso sulle tecnologie necessarie, altro argomento enorme da affrontare, oppure sul fatto che il cervello funzioni con stimoli elettrici e chimici e che, quindi, digitalizzare sarebbe solo metà del problema). Diciamo, in soldoni, che si può fare e basta.

Come sarebbe la società di un simile mondo?

La prima cosa che mi viene in mente è che, effettivamente, la tecnologia per realizzare un tale prodigio deve avere dei costi astronomici e che, post hoc ergo propter hoc, il suo utilizzo sia limitato a personaggi politici e militari di alto livello e individui eccezionalmente ricchi (quindi un po’ come in Altered Carbon). Si creerebbe, così, una enorme diseguaglianza sociale. Queste copie, poi, andrebbero conservate da qualche parte fintanto che non vengano installate in un nuovo corpo.

Immagino che alcuni potrebbero desiderare una pura esistenza digitale, come una sorta di intelligenza naturale/artificiale. Una forma ibrida di essere vivente. Esisterebbe, così, una specie di extra-mondo digitale popolato da entità digitali ex biologiche. Sarebbe uno strano tipo di società e, forse, un tipo di enorme super-internet. Immaginate centinaia di menti digitalizzate che, libere dai vincoli biologici, possono dedicarsi al 100% all’espansione della conoscenza (altro topos molto presente nella fantascienza). Sarebbe romantico pensare che questa super-intelligenza collettiva possa provare per gli esseri biologici un qualche istinto protettivo o un desiderio di migliorarne la vita. Dopotutto, se per essi la vita digitale è superiore (al punto da preferirla a una esistenza in carne e ossa), perché dovrebbero contribuire al miglioramento di un’esistenza inferiore? Pura bontà? Non credo ne sarebbero più capaci.

La digitalizzazione mentale diventerebbe sicuramente anche un mezzo con cui controllare le persone. Mi spiego meglio: al di là dell’élite utente, coloro i quali controllano il processo avrebbero in mano un potere immenso. La mente corre facilmente alle megacorporazioni, entità gigantesche che grazie a ricchezza e tecnologia esercitano un dominio effettivo su tutto e tutti. Loro forniscono un servizio molto ambito (l’immortalità, perbacco!) e, grazie a questo, tengono in mano le redini di tutto. Perché se solo i ricchi possono permetterselo, e i ricchi lo sono per un motivo (posseggono aziende, forniscono prodotti, fanno girare l’economia), cosa impedirebbe a chi detiene il controllo sulla digitalizzazione mentale di imporre il proprio volere ai suoi clienti? “Vuoi l’immortalità? Allora mi serve che approvi quella leggina che ci impedisce di acquisire quel tale concorrente. Altrimenti, chissà, qualcosa nell’operazione potrebbe andare storto e potremmo ottenere una copia difettosa.” Insomma, ci siamo capiti.

 

E se la digitalizzazione mentale fosse disponibile per chiunque? Diciamo, per ipotesi, che la tecnologia è avanzata al punto da non richiedere più  investimenti faraonici e che quasi tutti possano permettersela. Cosa accadrebbe a una società in cui tutti possono, potenzialmente, rigenerarsi fintanto che ci saranno corpi disponibili?

Una delle prime conseguenze, secondo me, sarebbe la fine della riproduzione. Già oggi il mondo occidentale è sempre più vecchio perché le condizioni di vita migliorano e la vita media si allunga. Si aggiunga il fatto che in questi paesi si fanno sempre meno figli e sarà facile immaginare che tra 20/25 anni saremo (noi Occidentali) un popolo pieno zeppo di vecchi. Se a questo aggiungessimo la capacità di vivere per sempre, verrebbe meno l’imperativo biologico di trasmettere i propri geni (dopotutto, i figli non sono altro che il nostro sforzo di restare vivi in una qualche forma, no?). E dato che gli esseri umani sono aggrappati alla vita con tutte le loro energie è estremamente probabile che chiunque avesse la possibilità di rigenerarsi (abbiamo ipotizzato che lo possano fare tutti, ricordate?) lo farebbe senza pensarci due volte. Sarebbe la stasi totale.

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Queste sono solo alcune mie considerazioni sull’argomento. Voi che ne pensate? Siete d’accordo? Oppure la vedete diversamente? Non siate timidi e fatemi conoscere il vostro pensiero.

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Il teorema del vecchio pene bianco

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Di recente in Italia si sono verificati diversi episodi di aggressioni a neri, rom e italiani di origine straniera. Visto che ci ritroviamo col governo più razzista dai tempi di Mussolini la cosa mi stupisce poco.

Stamattina ho letto un articolo del Post in cui, dati alla mano, si giungeva alla conclusione che non si possa dichiarare senza il minimo dubbio che l’Italia sia diventato un paese razzista. Naturalmente non si può dichiarare una cosa simile “senza il minimo dubbio”, dato che, almeno per adesso, per ogni italiano razzista ne esistono almeno due che non lo sono. Per ora.

Tuttavia, è innegabile che dalla campagna elettorale per le elezioni del 2013 in poi l’aria che si respira nel paese sia piena di diffidenza, ostilità e aggressività non più repressa da un legittimo stigma sociale.

Tutto ciò è foraggiato da persone (politici, giornalisti, talk show, semplici cittadini, troll varii) abili a manipolare lo spaventoso livello di ignoranza intrinseco all’italiano di oggi.

È di pubblico dominio che l’Italia sia un paese in cui gran parte dei cittadini manifesta gravi difficoltà a capire un discorso o testo più complesso di una comunicazione elementare. Proprio tale difficoltà è sfruttata dalle forze che sembrano dominanti oggi per consolidare le fondamenta del loro potere, cioè l’approvazione delle masse.

Ecco perché leader di partito come Matteo Salvini ricorrono a un linguaggio violento, semplice e ai limiti della violenza per comunicare con la gente attraverso social media e televisione. Hanno capito che queste tecniche hanno un impatto incredibilmente vasto e che arrivano con successo lì dove un discorso articolato e supportato da argomenti validi non ha speranza di arrivare, cioè nella testa dell’elettore medio. L’elettore medio si informa su facebook, considera le elezioni al pari di una partita di calcio, ha difficoltà a capire informazioni complesse e non si prende la briga di leggere i programmi elettorali dei vari candidati (per quanto non li capirebbe comunque, visto il punto precedente).

È ovvio che per convincere questo genere di elettore siano necessarie formule di comunicazione basilari, semplici, espresse con terminologie terra terra o slogan (esempio: “prima gli italiani”, “basta invasione”, ecc…). In questo modo si genera un senso di paura verso tutto ciò che richiede spiegazioni più articolate (esempio: i vaccini, la distinzione tra rifugiato e migrante economico, il concetto di “extracomunitario”, e così via) e, al contempo, si offrono soluzioni facili a problemi complessi (esempio: “aiutiamoli a casa loro”, ma senza spiegare come e con quali mezzi).

Si noti, però, che gli italiani non si stanno abbrutendo solo nella loro funzione di elettori, tutt’altro. In parallelo alla campagna condotta contro la inesistente invasione da parte di africani e arabi (e alcuni includono i rom) assistiamo anche a un diffondersi della discriminazione femminile, più o meno diretta, a tutti i livelli. Si pensi, per esempio, alle differenze di salario e alla difficoltà di accedere a un posto di lavoro (si sa, una donna può avere bambini, quindi è un investimento a rischio), all’umiliazione di dover accettare comportamenti discriminatori da parte di datori di lavoro o colleghi per non perdere il posto di lavoro o l’illazione di essersi prestata a pratiche sessuali per ottenerlo (“di sicuro l’avrà data a qualcuno”) , al richiamo (anche da parte di politici di primo piano) al valore della “famiglia tradizionale”, con enfasi particolare sul ruolo della donna in quanto “madre”(tema che dispensa la sua discriminazione anche agli omosessuali), alla tendenza ad incolpare la vittima nei casi di stupro (“se l’è cercata!”), all’utilizzo del corpo femminile nelle campagne pubblicitarie. Tutto ciò è davanti agli occhi di tutti, è palese.

Quello che colpisce, qui, non è tanto il fenomeno in sé, presente da sempre in una società ancora profondamente maschilista nella sostanza (e nelle convinzioni), ma il fatto che la cosa tende a essere accettata come normale anche da molte donne. E a poco servono manifestazioni clamorose da parte di femministe esaltate, più controporoducenti che efficaci.

Infine, l’Italia è un paese per vecchi. Per certi versi è questo il problema più grave, perché colpisce direttamente e duramente il futuro della nazione (Gli italiani di oggi vivono a spese di quelli di domani). L’Italia è un paese che agevola i vecchi ovunque sia possibile, a discapito delle generazioni successive.

Si pensi al sistema pensionistico. Ogni anno l’Italia spende per le pensioni una somma di denaro spaventosamente alta (credo una delle più alte al mondo) e non si intravede uno spiraglio di cambiamento. Nemmeno l’attuale governo ha il coraggio di affrontare il tema. E non mi si parli del recente taglio ai vitalizi dei politici che non sono altro che un mezzo per convincere la gente che si sta facendo qualcosa. Il sistema è più o meno questo: convincono la gente che i politici sono il nemico, la causa di tutti i mali del paese e colpiscono quelli che non sono più in politica, magari da venti, venticinque anni. Oltre a rappresentare un risparmio irrisorio rispetto a quanto spende il paese in previdenza ogni anno, questi tagli non sono nemmeno collegati alle pensioni dei cittadini, dato che i vitalizi non sono erogati dall’Inps. Quindi, pura propaganda.

Le pensioni degli italiani sono una delle maggiori cause delle condizioni economiche attuali del paese. Infatti, da decenni ormai le spese sostenute dall’Inps sono maggiori delle entrate e per coprire le pensioni, ed è lo Stato che deve versare parte di altri contributi nelle casse della previdenza (da quanto ricordo si tratta più o meno di un 30% del totale. Qui potrete trovare qualche numero). Dovendo dirottare tali somme da altri contributi, le esigenze che quelli devono coprire si trovano scoperte, in un effetto cascata che va a toccare ogni cosa.

Comunque, non è questo il punto. Quello che voglio sottolineare è che la spesa per le pensioni supera di gran lunga quella per le politiche dedicate ai giovani (“una spesa sociale squilibrata”).

 

Tutto questo mi porta a fare una considerazione: In Italia hai più probabilità di non essere discriminato se hai un pene bianco e vecchio.

Sistemi politici nella fantascienza: Dune

Mio nuovo contributo su Quarta di Copertina

Quarta di Copertina

Dopo diverso tempo (e millemila impegni) torno a scrivere anch’io su queste pagine, per la gioia dei nostri lettori.

Da un po’ ho in mente di scrivere degli articoli che mettano in evidenza alcuni degli aspetti meno considerati delle opere di fantascienza. Il primo di questi è il sistema politico che i vari autori hanno scelto/creato per l’evolversi delle loro storie. Naturalmente i miei articoli costituiranno solo una sorta di indicazione per il lettore e non delle analisi approfondite e dettagliate.


Preso dal racconto e dal dipanarsi della storia, spesso il lettore di fantascienza non si rende conto che la sua immaginazione si sta muovendo all’interno di una società studiata e strutturata dall’autore.

Chiunque si sia occupato di scrittura sa cosa sia il cosiddetto “worldbuilding”, cioè la creazione di un mondo immaginario. È quell’operazione mediante la quale un autore stabilisce quali siano le leggi (naturali o artificiali) che…

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Space opera

Nuovo contributo su Quarta di Copertina

Quarta di Copertina

Dopo il mio post d’esordio, dedicato a uno dei libri fantasy migliori che abbia mai letto, eccomi a scrivere del mio genere letterario preferito: la fantascienza.

La fantascienza è il genere della narrativa che ha come temi fondamentali la scienza (appunto), lo sviluppo tecnologico (macchine senzienti, intelligenza artificiale, et alia), quasi sempre collocato nel futuro, e le loro relazioni col genere umano. Altri temi comunemente utilizzati sono gli alieni, la fine del mondo, le dimensioni parallele, i viaggi nel tempo e il viaggio nello spazio interplanetario o intergalattico, quello che mi interessa di più in questa sede.

Tale tematica costituisce una delle caratteristiche fondamentali che definiscono un particolare sottogenere della fantascienza: la Space Opera.

Tutti ne conoscono almeno una o due, anche non avendole mai lette. Non ci credete? Se vi dicessi Dune o il Ciclo della Fondazione? Ecco, avete capito di cosa si parla. E di certo…

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5 marzo 2018, the day after

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Svegliarsi la mattina dopo il voto e ritrovarsi in una situazione che, per un verso, era prevedibile (ancora una volta dalle urne non è emerso un governo) e, per un altro, è spaventosa.

Non mi sorprende il fatto che i due partiti più votati siano stati quelli dalle promesse facili e irrealizzabili, no. Parlo del come ha funzionato la mente dell’elettore che per loro ha votato.

Entrambi i partiti si sono concentrati, negli scorsi cinque anni di campagna elettorale, nel far sentire gli italiani vittime. Vittime dello Stato, vittime dell’Europa, vittime della vita. É facile convincere qualcuno che non se la passa bene. E gli italiani non se la passano affatto bene, questo è un dato di fatto. Tuttavia, trovo che sia reprimevole utilizzare il malessere della popolazione per i propri scopi personali.

Quando diventerà evidente che nessuno dei loro elettori otterrà quello che gli è stato promesso, sarà interessante osservarne la reazione. Adesso la casta sono loro. Adesso staranno loro sulla graticola. E quando Salvini non riuscirà a diminuire il numero di immigranti, perché non ci riuscirà, sarà lui a essere sotto il mirino. E non credo proprio che sarà in grado di reggere. I bulli non lo sono mai.

E quando il m5s non riuscirà a realizzare nessuna delle sue promesse, perché non se lo potrà economicamente permettere, succederà quello che è successo a Roma, Torino e Livorno: la gente strepiterà, si sentirà stupida, si pentirà e assisterà al declino tra piagnistei e lamentele.

Per non parlare delle promesse di uscita dall’UE, di protezionismo, del prima gli italiani e di tutti gli altri discorsi improntati a un razzismo ben poco velato (la “razza bianca”, per esempio). Cose che farebbero inorridire chiunque, sono state salutate come soluzioni da elettori che hanno allegramente spento il cervello e che oggi hanno stampato in faccia un sorriso ebete.

Benché io speri che tutto vada per il meglio, chiunque ha votato per quei due partiti è responsabile, colpevole e complice dei disastri che accadranno. E spero vivamente che il senso di colpa per quello che hanno fatto li faccia vivere malissimo, perché vorrebbe dire che non sono oltre ogni speranza.

La Foresta dei Mitago

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Inizia la collaborazione su Quarta di Copertina

Quarta di Copertina

Correva l’estate del lontano 1996, quando un amico mi prestò il libro che mi avrebbe fatto entrare nel mondo del fantasy. Tuttavia, al contrario di quanto ci si potrebbe aspettare, si tratta di un fantasy che dai lettori di oggi verrebbe considerato strano. Sto parlando di La foresta dei Mitago, del compianto Robert Holdstock, vincitore del World Fantasy Award nel 1985 ed edito in Italia per la prima volta nel 1989 (quando molti di voi non esistevano nemmeno come pensiero ancora).

I lettori di fantasy contemporaneo stenterebbero a riconoscere gli stereotipi oggi così diffusi e radicati a fondo nella cultura di massa, grazie anche e soprattutto al mezzo televisivo/cinematografico. Non vi troverà le classiche razze fantasy (elfi, orchi, gnomi e amenità varie). Non vi troverà draghi e magie. Non vi troverà gli elementi dei giochi di ruolo che, oggi, costituiscono quasi la colonna portante del fantasy (le classi dei…

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Votare alle Elezioni politiche del 2018 in Italia

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Il 4 marzo prossimo si voterà per le elezioni politiche.

Ho letto i programmi dei partiti più importanti (qui l’elenco di tutti i partiti coi relativi programmi) e ho deciso che voterò per +Europa. Ha il programma che rispecchia meglio le mie idee e i miei ideali. Inoltre, non fa promesse a vanvera, utili per accalappiare i voti degli ignoranti, ma sembra guardare a lungo termine (almeno, per come la vedo io). Certo, quel partito non avrà alcuna possibilità di raggiungere percentuali importanti in un Paese come l’Italia, un Paese diviso tra antifascisti, fascisti e idioti, ciascuno col suo partito di rappresenzanza, ma non posso non votarlo. Non posso non votarlo perché il mio voto, l’unico strumento a mia disposizione per esercitare il mio potere di cittadino di uno Stato democratico, è, al contempo, anche una responsabilità, una importante.

Infatti, ragionando per assurdo, il 5 marzo l’Italia si potrebbe risvegliare con un governo di destra (apertamente razzista, fascista e composto da gente stupida) o, Dio non voglia, con un governo Di Maio (apertamente incapace, pieno di arrivisti e composto, anch’esso, da gente stupida).

Per quanto anche un governo guidato da questo PD non sia una panacea, rimarrebbe comunque l’alternativa migliore per l’uomo di buonsenso.

 

La cosa importante è andare a votare. Chi non vota non ha diritto a lamentarsi se poi chi verrà eletto si rivelerà un disastro. Chi non vota non prende posizione, si comporta da vigliacco. Ci sono oltre 40 partiti in lista. E, quindi, 40 programmi. Ci sarà pure qualcosa che risponda alle aspettative che ogni cittadino nutre, no?

Non mi interessa in questo sito discutere della mia scelta, assolutamente. Riprendo, mutatis mutandis, l’elenco dei motivi da un mio vecchio post:

  • chi ha svolto le sue ricerche ha già preso la sua decisione, quale che che sia;
  • chi ha deciso per chi votare non può, in nessun modo, essere convinto a cambiare idea;
  • chi non ha svolto ricerche e non si è informato voterà in base a come si sentirà quel giorno o in base a quello che consiglieranno gli amici;
  • non ha alcun senso discutere con chi strepita per l’uno o l’altro dei partiti e poi, il 4 marzo, sarà a casa a grattarsi la pancia o in montagna a sciare.

 

L’Italia è una democrazia occidentale. Molta gente non si rende conto di essere fortunata a essere nata in Italia. Ci sono problemi, vero. Ci sono crimini, verissimo. La corruzione, soprattutto dei politici, è evidente (anche se la corruzione che dovremmo odiare come la peste è quella degli ingranaggi della burocrazia, il piccolo impiegato che ti ritarda una pratica fino a quando la mazzetta non è giusta, per esempio). La situazione economica non è delle migliori, e il lavoro, e gli immigrati, e così via. Tutto vero, non discuto. La situazione è pesante. Ma (ed è un MA enorme), è un fatto palese che non fare nulla non cambia la situazione di una virgola (né in peggio, né in meglio).

E questa è una mancanza imperdonabile.

Non votare in questa situazione è molto più che irresponsabile. É dannoso! Il rischio che corre l’Italia è quello di trasformarsi da macchietta tra i Paesi occidentali in un paria dei Paesi occidentali.

Vi invito a considerare il caso della Gran Bretagna, a tal proposito. Con un referendum è stata decisa l’uscita dall’Unione Europea del Regno Unito. Tale esito, in gran parte, è dovuto ai seguenti motivi:

  1. a) propaganda ingannevole da parte di coloro che campagnavano per l’uscita dall’UE;
  2. b) ignoranza degli elettori (in molti non avevano idea di cosa fosse l’UE e di quali effetti avesse sul loro Paese);
  3. c) indifferenza al voto da parte di chi aveva più da perdere (soprattutto i giovani).

I risultati del disastroso esito del referendum per la GB sono sotto gli occhi di chiunque abbia un’intelligenza minima.

Se i tre punti di cui sopra vi suonano familiari, avete ragione. É esattamente la stessa situazione dell’Italia. Tutti i partiti, tranne poche eccezioni, stanno conducendo una campagna elettorale basata su bugie, falsità e tesa a sfruttare l’ignoranza degli elettori i quali, per reazione, decidono di non votare.

Questo non va affatto bene.

Abbiamo la fortuna di vivere in una democrazia e il voto è una di quelle cose che fa parte del pacchetto “democrazia”, assieme a tutta una serie di libertà individuali (i diritti costituzionali). Trovo anche che, essendo il voto un diritto acquisito da tempo e ormai scontato, almeno in Italia, non sia necessario sperticarsi in retoriche da lotta di classe o in commemorazioni di partigianesimi vari per ricordare quanto sia importante esprimere il proprio voto durante un’elezione. Il mio punto è molto più semplice: votare è un dovere utile.

Il voto, infatti, è l’unico mezzo lecito che ha un cittadino maggiorenne di fare sentire il peso della propria decisione e rinunciarvi è una scelta da cazzoni irrecuperabili.

Arco di ferro – Capitolo 4

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Le ombre si stavano allungando tra le case di Shywor, lambendone delicatamente i muri.

Tranor, preoccupato per la convocazione ricevuta, stava dando istruzioni ai suoi servi in vista del suo viaggio a Rankor. Era sempre a stessa storia. Potevi essere un dio nel tuo villaggio, ma quando ti trovavi in presenza degli emissari, la tua irrilevanza nello schema più ampio delle cose ti veniva sbattuta in faccia con violenza e senza riguardo. Tranor odiava gli emissari del Culto. Erano dei semplici servitori, per quanto arroganti e supponenti. Ma quando agivano da emissari avevano potere di vita e di morte sui sacerdoti. Da servitori si trasformavano in divinità. Almeno fino a quando non rientravano a Rankor per togliersi le vesti scarlatte e rimettere i loro sudici stracci da servo. Non che anche in quell’abbigliamento non fossero mille volte più eleganti di Tranor, ovviamente. Ma restavano indumenti che dicevano al mondo ciò che erano: semplici servitori.

Guardava fuori dalla finestra chiedendosi il motivo della chiamata. Sapeva che la stella caduta doveva avere un ruolo nella cosa, ma non riusciva a capire quale. Riesaminò i suoi trascorsi e non trovò nulla che giustificasse una punizione o un intervento delle alte sfere. Il suo compito era diffondere il Culto del Cielo, e quello faceva con diligenza e, a volte, con autentico fervore religioso. Non era cresciuto in una famiglia religiosa e aveva scoperto la propria vocazione solo da adulto. Tuttavia aveva svolto bene il suo compito e l’intera Shywor aveva una profonda fede nel Culto del Cielo e, perciò, nel Culto dei Culti.

Tutti tranne uno. Il cacciatore era un enigma per Tranor. Era un uomo dai modi rozzi, di grande forza e determinazione, al punto da essere cocciuto, ma era anche arguto, intelligente e gentile. Le sue capacità con l’arco erano leggendarie, anche se il sacerdote non lo aveva mai visto colpire qualcosa di diverso dalla selvaggina. Eppure c’erano canzoni su Gon Arco di Ferro.

All’inizio era stato un interlocutore attento e aveva regalato a Tranor ore di conversazioni stimolanti. Poi, però, qualcosa era cambiato nell’uomo, che aveva iniziato a sfidare il sacerdote ogni volta che ne aveva l’opportunità. Lo sfidava apertamente e la cosa aveva iniziato presto a irritarlo. Quando Tranor capì che avrebbe dovuto fare qualcosa per impedire al cacciatore di insinuare il dubbio negli altri abitanti di Shywor si decise a rimetterlo in riga. Era riuscito a farsi nominare tutore del figlio di Gon, dato che la madre era morta e il cacciatore  non poteva portare con sé il bambino a caccia.

Sapeva che si trattava di un ricatto immorale, anche se non aveva mai minacciato Gon in alcun modo. Ma non aveva avuto alternative. Il Culto non ammetteva debolezza nei confronti di chi lo sfidava, direttamente o nella persone di uno dei suoi rappresentanti. A tutti gli effetti, Tranor aveva salvato la vita di Gon e di suo figlio. Il Culto avrebbe mandato i suoi Correttori a prendersi cura dell’elemento di disturbo, il che di solito voleva dire che del reo e della sua famiglia si perdeva ogni traccia. Non c’erano esecuzioni pubbliche o clamore. Semplicemente sparivano nella notte per non ricomparire mai più.

Tranor rabbrividì al ricordo della maschera di pelle nera indossata dai Correttori. Sembrava essere una sola cosa col volto.

Prima o poi avrebbe dovuto affrontare la questione col cacciatore, anche perché tra pochi mesi il ragazzo avrebbe raggiunto l’età per accompagnare il padre a caccia e, quindi, non avrebbe più avuto alcun modo di proteggere il cacciatore. Decise che gliene avrebbe parlato al suo ritorno da Rankor. La verità era, dovette ammettere con se stesso, che avrebbe potuto avere bisogno dell’aiuto di Gon, se i suoi sospetti sulla ragione della convocazione si fossero rivelati corretti. Ma era più semplice per lui fingere che il motivo per cui avrebbe messo l’uomo in guardia fosse il suo interesse a fare la cosa giusta.

Lo sguardo del sacerdote cadde sulle rive del fiume. Non c’erano laghi nei dintorni e l’unica acqua a disposizione del villaggio proveniva dai due fiumi e dalle occasionali piogge. Un ingengoso sistema di grondaie e tubi, infatti, convogliava l’acqua piovana verso la cisterna sotterranea costruita sotto ogni edificio. Era generoso definirli fiumi, ma qualsiasi Jarii avrebbe benedetto gli dei per averne uno a disposizione, fosse pure minuscolo.

Decise che sarebbe partito quella sera stessa. Gli avevano dato tre giorni di tempo, ma ne bastavano due per arrivare alla capitale. Avrebbe potuto sistemare qualche affare in città prima di recarsi al Tempio.

«Fai preparare tutto entro due ore. Partirò stanotte», disse al servitore in attesa sulla porta. L’uomo fece un breve inchino e uscì. Non era infrequente per un sacerdote viaggiare di notte. A nessuno sarebbe venuto in mente di attaccare un carro con le insegne di un Culto.

In quell’istante ebbe un’illuminazione.

Corse alla porta e urlò dietro al servitore: «Fai preparare anche il ragazzo. Verrà con me.»

Italia, fragile Italia

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Negli ultimi anni si vedono sempre più risposte violente a stimoli negativi. Il minimo segno di un possibile disagio (vero o presunto) porta a reazioni, fisiche o verbali, connotate da insofferenza e rifiuto, nel migliore dei casi, fino a manifestazioni di odio e violenza nel peggiore. E questo fenomeno si è molto inasprito negli ultimi cinque anni.

Perché è così?

È ovvio che non esiste una risposta semplice a questa domanda. I fattori che determinano la risposta di una persona agli stimoli esterni sono molto numerosi e di diverse tipologie. L’assenza di un lavoro, le condizioni di lavoro (quando c’è), le condizioni economiche, l’ambiente culturale in cui si vive, l’educazione in famiglia e a scuola, e molti altri ancora.

L’Italia, inoltre, è un paese in cui sta diventando sempre più evidente  l’altissimo livello di ignoranza diffuso in tutti gli strati della popolazione. Esiste il famoso analfabetismo funzionale, di cui per qualche tempo si parlò diffusamente nei media (per poi cadere nell’oblio ed essere riesumato solo da chi aveva interesse a usarlo per sceditare il suo oppositore del momento). Esiste quello che Edward C. Banfield chiamò familismo amorale, ed esistono mille altre cose, ciascuna col suo nome. Io credo che una delle motivazioni alla base di questo fenomeno sia la seguente: l’italiano medio aspira alla deresponsabilizzazione completa. Tale, infatti, è l’idea alla base di ciò che chiama “libertà di scelta”. La libertà, cioè, di compiere le proprie scelte senza che vi siano conseguenze imputabili alla stessa o responsabilità da prendersi per averle fatte. Chiunque sappia usare la propria intelligenza e che sia dotato di un minimo di buon senso, però, sa che questa non è che una parodia della libertà, una confusa e perniciosa pretesa di avere diritto a qualsiasi cosa, di poterne usufruire, possibilmente senza pagare nulla, e di avere, alla fine, il diritto di disfarsene senza conseguenze quando non sia più soddisfacente. E se consideriamo il fatto che i giovani italiani di oggi riescono a stento a tollerare un “no” le previsioni non sono rosee per il futuro.

Questo atteggiamento, questa esasperata affermazione di se stessi contro tutto e tutti, anzi, questa imposizione di se stessi su tutti, è diventata una delle caratteristiche che contraddistinguono la società italiana. Esiste, però, un problema. Come puoi affermarti su qualcuno che gode dei tuoi stessi diritti fondamentali, almeno sulla carta? Nessun italiano imporrà se stesso su un altro italiano, nessun bianco imporrà se stesso su un altro bianco.

Da qualche anno, però, esistono le persone perfette per permettere all’italiano medio di esercitare la sua presunta superiorità morale e sociale: gli immigrati. Quando la propria vita non si adegua alle aspettative che si hanno (giustificate o meno) allora una persona debole tende a trovare giustificazioni a questo incolpando altri, le autorità, le istituzioni, il proprio datore di lavoro, lo Stato, il vicino di casa. In questo caso il capro espiatorio che si presta meglio è il diverso, lo straniero. E lo straniero per definizione è colui che viene da un posto e una società differente, colui che ha abitudini difformi da quelle a cui l’italiano medio è abituato (le uniche che conosce). E non è un caso che lo straniero preferito come capro espiatorio sia quello che non può difendersi, quello che vive in una condizione di miseria ancora peggiore, ha ancora meno, in una parola, l’immigrato da paesi africani o mediorientali. Si badi bene, però, che qui non si tratta di xenofobia. Questa, infatti, è un concetto molto curioso e, in definitiva, fuorviante (anch’esso studiato per influenzare le menti deboli). Infatti, la “paura dello straniero” (significato, appunto, di xenofobia) è un concetto che viene quasi sempre contestualizzato male. Non si ha paura del turista americano o del cliente russo o svizzero che spende fiumi di denaro in Italia, non si teme lo studente giapponese che si iscrive nelle università del Nord Italia o il turista tedesco che trascorre le sue vacanze nelle città d’arte o sulle spiagge italiane (si noti che le prime quattro nazionalità elencate sono di extracomunitari, altro termine usato sempre a sproposito). No. Si teme solo uno straniero ben specifico: quello di pelle scura e di religione musulmana. Sarebbe più giusto parlare di razzismo vero e proprio. Certo, non può far piacere sentirsi dare del razzista, ma è così: gli italiani sono razzisti, sia perché hanno la pelle bianca e, quindi, fanno parte del tipo umano che occupa tutte le posizioni dominanti sul pianeta (potere, ricchezza, influenza, potenza militare) e sia perché sono cresciuti e vivono in una società di tipo democratico, in cui sono garantiti a tutti i fondamentali diritti umani (almeno sulla carta) che, però, ha un anima profondamente fascista.

Tale razzismo è rafforzato dalla continua esposizione che un ben preciso tipo di immigrati trova quotidianamente nei media italiani e sulle pagine dei social network di chi ha un interesse nello sfuttare la loro esistenza per i propri scopi: i giornalisti per vendere più copie o per aumentare le entrate pubblicitarie grazie ai click o, ancora, per supportare il partito politico di cui sono portavoce; i politici per accaparrarsi voti e, di conseguenza, denaro e potere. In questo modo il razzismo è banalizzato e quasi presentato come virtù patriottica, trasformandolo in una sorta di “piccolo razzismo quotidiano”.

L’italiano medio non comprende che in molti paesi del mondo la vita non è uguale alla sua. La comoda società garantita da una democrazia occidentale non è affatto lo standard nel resto del mondo, e non tutte le democrazie sono uguali e offrono le stesse condizioni (basti pensare al congedo per maternità o all’accesso al sistema sanitario negli Stati Uniti d’America, per esempio). Laddove in Italia è sufficiente aprire un rubinetto per veder scorrere l’acqua, in molti altri paesi tale lusso non esiste. E le differenze sono innumerevoli.

L’italiano medio non ha la capacità di contestualizzare un evento o un comportamento. Lo straniero (di colore e musulmano, ripeto) che arriva in Italia e mostra dei comportamenti diversi da quelli a cui l’italiano medio è abituato (e che considera sicuri e scontati) costituisce una minaccia alla sua comodità, costituisce una causa di disagio interiore (più o meno riconosciuto come tale). Dopotutto, l’italiano medio conosce solamente un codice di comportamento: il proprio (cioè quello di una società occidentale progredita, ricca e industrializzata fondata su valori come democrazia, solidarietà, coresponsabilità della società a livello penale, ecc.). Da qui l’enorme difficoltà ad accettare il diverso nella persona dello straniero di colore e che professa una fede diversa (anche se l’aspetto religioso non è che uno scudo di carta, visto il declino dello stesso cristianesimo cattolico in Italia).

Da un punto di vista questo “straniero” è diventato la figura catartica e salvifica che permette all’italiano di affermare la propria (presunta) superiorità. Egli dimostra questa superiorità (presunta, ripeto) esercitando la propria benevolenza per quelli che considera esseri umani quasi inferiori. Da un altro punto di vista, questo straniero è elemento salvifico anche per chi lo indica come fonte ultima e unica per tutti i mali che affliggono la società italiana (“rubano il lavoro”, “portano malattie”, “islamizzazione”, ecc.). Questa “retorica dello straniero”, quindi, può essere utilizzata da schieramenti opposti, in ultima analisi trasformandosi in una specie di clava con cui colpire l’avversario (e gli esempi di questa strumentalizzazione si contano da entrambe le parti). Poco importa la realtà che pilotando in questo modo l’opinione pubblica non si fa che radicalizzare l’ignoranza, creando dei fondamentalisti italici.

Come si colloca in questa situazione l’italiano medio? Appare evidente che la cosa è diversa da caso a caso, ma in generale si possono individuare sostenitori dell’una o dell’altra posizione, con una grande maggioranza che si schiera a metà delle due (“né con l’uno né con l’altro”). Si tratta di quelle persone che iniziano un discorso con “Non sono razzista, ma…”, tanto per fare un esempio. Queste persone credono che non schierandosi apertamente (anche se internamente sono assolutamente schierate) possono mantenere la loro finzione di rettitudine e l’apparenza di persone perbene.

In realtà questo costituisce il fondamento della fragilità della società italiana. Tale stato, poi, si cristallizza in un concetto immutabile di italianità. Infatti, per costoro, per essere italiani si devono avere le seguenti caratteristiche:

  1. a) essere bianchi
  2. b) parlare italiano
  3. c) essere nati da genitori bianchi cittadini italiani che parlano italiano

 

Ogni possibile differenza da queste tre caratteristiche costituisce quasi un affronto personale.

L’italiano medio si ritiene oggettivo, super partes, giusto, solidale, liberale e, soprattutto, legittimato e giustificato nell’espressione delle sue opinioni, per quanto possano essere stupide e indegne.

Provare a dire a un italiano medio che le sue idee sono tali solo perché vive in una società di bianchi fatta per i bianchi e che segue codici disegnati da e per la razza bianca costituisce una sorta di sfida alla sua oggettività. Poco importa che di oggettivo non abbiano nulla i suoi ragionamenti. È di parte e non sa di esserlo. Provare a spiegare a un italiano medio che le sue opinioni sono spazzatura se non sono basate sulla verità e su fatti dimostrati è una sfida alla solidarietà dei bianchi e, quindi, chi vi si provasse verrebbe considerato una specie di traditore della razza. Provare a spiegare a un italiano medio che è solo un piccolo patetico razzista scatena le reazioni più indignate che, però, si manifestano sempre nella forma di una fratellanza ferita (“Proprio tu, che sei italiano, mi vieni a dire queste cose?”, “Vai contro gli interessi del tuo paese”, ecc.).

 

L’italiano medio sembra dimenticare che la ragione per cui siamo al centro delle mappe del mondo non è il il nostro essere più ricchi, più civilizzati, più importanti o migliori, ma il fatto che siamo noi a disegnarle.

Arco di ferro- Capitolo 3

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I due uomini capirono di essere arrivati sul luogo dell’impatto quando si fermarono sulla cresta rialzata che formava un cerchio quasi perfetto. Dove prima si estendevano dei campi adesso c’era solo un grosso e profondo cratere. Gon si irrigidì quando il suo sguardo cadde sul centro dell’ampio cerchio di pietra. C’era una grossa roccia sepolta per metà nel terreno. Si era crepata e spezzata e, come aveva immaginato mentre l’aveva vista cadere, appariva chiaro dai frammenti che era stata cava all’interno. Le dimensioni, però, non potevano corrispondere a quello che aveva visto. Includendo tutti i frammenti sparsi lì intorno e l’enorme masso al centro del cratere, mancava ancora un bel pezzo perché l’oggetto raggiungesse le dimensioni che arebbe dovuto avere in base alla stima che Gon aveva fatto quando l’aveva visto cadere. Avrebbe dovuto essere molto più grosso.

«Non capisco», disse Gon. «É troppo piccolo per essere quello che ho visto cadere dal cielo.»

Alev si voltò verso Gon. Impiegò qualche istante per comprendere a cosa l’altro si stesse riferendo, poi disse: «Gran parte della roccia è bruciata in cielo. É quello che ti ha permesso di vederla, in primo luogo.»

«Bruciata in cielo? Ma in cielo non c’è fuoco.»

«É complicato da spiegare, ma è così. Puoi credermi, ne so qualcosa del fuoco e di come generarlo. L’aria può prendere fuoco. Un mantice non fa nulla di diverso che immettere aria nel fuoco e ad ogni soffio il fuoco aumenta.»

Gon non era un fabbro, ma sapeva che l’altro stava dicendo il vero. Aveva visto delle fornaci in funzione.

«Vedi anche tu l’alone chiaro intorno alla roccia?», chiese il cacciatore.

«Sì, anche se è molto debole. Credo che sia ciò che rimane dei bagliori che si vedevano nei giorni passati. La roccia si sta raffreddando. Pensi sia saggio avvicinarsi?»

Per tutta risposta Gon scese dalla cresta e si mosse in direzione della roccia. Alev lo seguì dopo qualche istante. Non era abituato a persone che agivano senza sprecare fiumi di parole prima. La cosa aumentò la stima verso lo strano compagno di quell’avventura. Si sentivano molte storie su Gon Arco di Ferro, ma doveva ammettere che l’uomo non era come se lo era aspettato. Per alcuni versi si era aspettato di restare deluso, ma l’uomo che stava seguendo dentro quel cratere si era dimostrato meno leggendario e molto più ordinario di quello che pensava. E questo per Alev era un punto a favore di Gon.

Man mano che la distanza si riduceva la temperatura aumentava. Non era un caldo opprimente, ma si trovavano ancora a una certa distanza dalla roccia caduta. Improvvisamente Gon si immobilizzò.

«Credo di aver trovato ciò che rimane del “molto nutrito”.» La mano dell’uomo indicava un’area prossima alla roccia su cui erano ben visibili diversi mucchietti di cenere. «Qualcosa deve averli inceneriti.»

«Si sono avvicinati troppo alla roccia quando ancora era troppo calda?», disse Alev.

«Ne dubito,» ripose Gon, «nessun essere vivente si avvicina al pericolo se vede un suo simile cadere in un mucchietto di cenere. No, Alev, qualcosa li ha colpiti contemporaneamente. Esattamente allo stesso istante.»

Il giovane annuì. «Immagino tu abbia ragione. Questo potrebbe spiegare anche le storie dei due sopravvissuti. Demoni. Delle lingue di fuoco che consumano i tuoi amici potrebbero bene apparire demoniache quando sei terrorizzato. Certo, non spiega perché erano ricoperti di sangue.»

«Prova a pensarci. Che fai quando vedi i tuoi compagni diventare mucchi di cenere? Credo che la tua corsa non sarebbe molto coordinata in quel caso. Saranno inciampati più volte di quante riescano a ricordare per scappare da questo posto. E non è esattamente un prato fiorito qua intorno.»

«Sì, mi sembra possibile. Tutto ciò ci lascia con una domanda: Possiamo avvicinarci senza rischiare a nostra volta di essere trasformati in uno sbuffo di fumo?»

«C’è un solo modo per saperlo» rispose Gon, e riprese a camminare verso la roccia caduta dal cielo.

Più si avvicinavano e più faceva caldo. Era come stare all’aperto in un torrido giorno estivo privo di vento. Era tollerabile, almeno per un po’. Fecero un ampio giro intorno alla roccia prima di avvicinarsi. Gon era un cacciatore esperto e sapeva che non ci si avvicina a un potenziale pericolo senza prendere delle precauzioni. E, inoltre, aveva già concesso troppo al caso attraversando un’area scoperta senza perlustrare prima i dintorni.

Si fermarono vicino a uno dei frammenti più grossi sul lato del cratere dalla parte della Dorsale. Sembrava una parete in parte sepolta nel terreno. Era incurvato, come il guscio di un uovo, e presentava diversi grossi fori. Entrambi i lati del frammento avevano segni di bruciature. La roccia stessa sembrava essersi fusa e solidificata, su entrambe le facce.

«É come se stesse bruciando dentro e fuori», disse Alev. «Vedi? Bruciata in cielo.»

Gon annuì. Si avvicinò al frammento e lentamente poggiò la mano sulla roccia. Era tiepida al tocco, forse perché essendo più piccola del masso al centro del cratere si era raffreddata più velocemente.

«Sei sicuro che sia saggio toccarla?» chiese Alev.

«Non sento nulla di particolare. Non è più molto calda», rispose l’altro.

Alev si avvicinò e diede uno sguardo ravvicinato alla superficie interna del frammento. I segni di fusione erano evidenti e regolari su tutto il frammento. Tranne vicino al bordo, dove le linee orizzontali erano coperte da strani segni, simili a caratteri.

«Gon, qui sembra ci sia scritto qualcosa», disse il giovane.

Il cacciatore lo raggiunse e osservò l’area indicata dall’altro.

«Sembra proprio una scritta,», disse, «ma hai notato che questi simboli sono incisi sopra ai segni della fusione? Vuol dire che qualunque cosa sia è stato scritto dopo lo schianto.»

I due uomini si guardarono intorno.

«Riesci a capire cosa significa?»

«No», rispose Gon. «Non sono un accolito. Non ho mai imparato a leggere. Ma nel Tempio del Cielo ho potuto vedere dei testi scritti e questi simboli non assomigliano a nulla che abbia visto.»

«Io ricordo di aver già visto qualcuno di questi simboli. Dopo aver lasciato Stix ho vissuto per qualche tempo sulla Dorsale. Nelle montagne ho scoperto una serie di cunicoli e caverne e in una di queste c’erano delle iscrizioni molto simili a queste. Riconosco il simbolo che sembra un coltello e quell’altro che assomiglia a una casa rovesciata. Non so cosa vogliano dire, però. Di sicuro è strano che siano anche qui.»

Dopo aver ricopiato i simboli si diressero al centro del cratere. Si avvicinarono con cautela. L’aria intorno alla roccia tremolava per il calore e odorava di bruciato. Una leggera brezza aveva iniziato a soffiare, portando via le ceneri che un tempo erano persone.

Alev si abbassò e prese una manciata di cenere nel pugno, lasciandola scivolare nel vento. «Non siamo che questo, sbuffi di fumo nel vento.»

«Sei senza dubbio poetico per essere uno Jarii, ma non credo sia questo il momento.»

«Amico, è  sempre il momento per la poesia. Ricordami di recitarti la Canzone di Arco di Ferro quando avremo tempo.»

«La… cosa? Non esiste una canzone del genere!»

Alev rise per l’espressione sconvolta apparsa sul viso dell’altro.

«Oh, Gon. Non sai cosa darei per avere uno specchio ora. Stai davvero dicendo che non hai mai sentito la canzone che narra le tue gesta durante la Grande Caccia dei Cento Laghi? É una delle canzoni preferite nel Regno di Cremnar. La conosce chiunque.»

«Chiunque tranne me, a quanto pare. Comunque lasciamo perdere queste sciocchezze ora.»

Gon si avvicinò alla roccia e nell’istante in cui appoggiò la mano sulla sua superficie urlarono entrambi, lui e la roccia.